Giuseppe Antonio Borgese

Giuseppe Antonio Borgese

Polizzi Generosa (PA)

Lassù nelle Madonie, che è il nome degli Appennini di Sicilia, dove non sono tornato ancora, il paese dei miei primi anni ha spazio. In tutto il gran scenario, oleandri lungo la valle classica, olivi di greppo in greppo, vette chiare calanti a schiera dagli acropoli del centro al mare, infine il mare d'Imera, tagliato a spicchio, dietro l'ultima quinta, non si vede altra città o villaggio.
Polizzi Generosa, drappeggiata nel suo superbo epiteto, torreggia da sola.

Borgese G.A., Giglio di roccia - 1952

Gli Scenari

BORGESE  E IL TERRITORIO

"La Sicilia è un'isola non abbastanza isola, meno che nazione, più che regione"
Esordisce con questa frase G. A. Borgese in uno dei suoi tanti scritti, mostrando così il rimpianto verso la sua isola. Pur avendo lasciato molto presto le sue montagne, egli ha saputo tuttavia mantenere i legami emotivi e culturali con le sue radici, la qual cosa gli ha consentito la produzione di scritti per i quali è entrato a far parte della storia della letteratura italiana e internazionale. Il Borgese avrebbe avuto tutte le ragioni per dimenticare la sua terra natia e nessuno avrebbe avuto modo di volergliene se il suo amore per la Sicilia fosse venuto meno, invece il suo amore lo vede legato alla sua isola per tutta la vita. Basterebbe esaminare anche fugacemente i suoi scritti, per accorgersi di quanto il Borgese, sebbene lontano fisicamente, si sia sentito legato alla sua isola spiritualmente, ricordandola con commozione e devozione. Sapore antico, atmosfera irreale, magia d'altri tempi, solarità e mistero, questo è il lessico che utilizza quando parla della Sicilia. E quando si parla della Sicilia la mente umana produce dei pensieri e delle parole che fungono da passe-partout per la fantasia: voli pindarici lungo le coste, con un paesaggio ricco di colture e di sedi umane fitte, un po' particolare, ma evidentemente mediterraneo.  

Allontanandosi dalla costa e penetrando nell'interno dell'isola, l'asprezza del paesaggio ti prende gli occhi, il cuore: villaggi densamente popolati, arroccati sui costoni delle montagne, le case strette le une alle altre; immensi territori collinari, spesso totalmente disabitati e, improvvisamente, centri, vita, piccoli agglomerati urbani, in cui il tempo ha dei ritmi dilatati, quasi a rendersi prezioso e farsi gustare meglio, per dare più significato alle cose e alle persone. L'elemento umano si perde e si confonde allo stesso tempo con quello naturale e se da un lato, ciò permette un'attuazione più vera del quotidiano, dall'altro, i grandi e difficili spazi montani non aiutano i rapporti con i centri in cui la vita e I'ambiente hanno crescita accelerata e in sintonia con la "corsa sociale".

Il Borgese si interessò moltissimo della sua Polizzi, cercando le tradizioni popolari e quando ancora era ragazzo, nel 1900 scrisse un articolo pubblicato nella "Biblioteca delle tradizioni popolari" del Pitrè, sui racconti fantastici locali e di cui parlò nel suo romanzo Tempesta nel nulla

Nell'articolo intitolato "ACCENTI" e pubblicato sulla rivista siciliana "GIGLIO DI ROCCIA" nel 1952 (poco prima che morisse) mancava dal suo paese dal l9l7 e scrive ancora, partecipe dei suoi ricordi: "Lassù nelle Madonie, che è il nome degli Appennini di Sicilia, dove non sono tornato ancora, il paese dei miei primi anni ha spazio. In tutto il gran scenario - oleandri Iungo Ia valle classica, olivi di greppo in greppo, vette chiare calanti a schiere dagli acracori del centro al mare, infine il mare d'Imera, tagliato a spicchio dietro l'ultima quinta - non si vede altra città o villaggio. Polizzi Generosa, drappeggiata nel suo superbo epiteto, torreggia sola ... ".

Il Borgese è legato spiritualmente nell'arco della sua vita a tutta la sua isola natale e lo dimostra nel 1904 quando traduce in siciliano, su invito dell'autore G. d'Annunzio "La figlia di Jorio" e la fa recitare all'attore catanese Govanni Grasso, che in quei tempi era l'attore più drammatico e che D'Annunzio ammirava notevolmente. Questa traduzione fu giudicata ottima non solo appunto dal D'Annunzio, ma anche da critici siciliani quale G. Bartolone che ne scrisse sul "Giornale di Sicilia", e dalla rivista teatrale romana "L'attualità" in cui L. Bellinzoni definì questa traduzione "magistrale", affermando che i suoi versi siciliani "sono talvolta più coloriti ed efficaci di quelli stessi meravigliosi del testo, che Borgese non ha mai tradito, facendone la traduzione letterale in un dialetto che, pur restando pregno dell'acre profumo di zagara che ha l'idioma siculo, riesce comprensibilissimo a tutti coloro i quali non conoscono il siciliano". Inoltre nel 1974 la compagniateatrale di "Rosina Anselmi" con la regia del Di Leo e con gli attori Carlo Mangiù e Angela Leontini, quali protagonisti, ha rappresentato "La Figlia di Jorio" nella traduzione siciliana di G. A. Borgese, riscuotendo vivissimo successo.  

Anche nel Rubè, la sua opera più nota, Borgese si dimostra orgoglioso della sua terra, che qui chiama Calinni, quando accenna all'avvenire economico della Sicilia, afferma:"L'avvenire era della buona terra d'Italia, del lavoro agricolo, non dell'industria metallurgica col ferro pagato a peso d'oro. A Calinni c'erano frutta da marmellata, miele denso d'odori (che faceva ridere di quell'acquetta callosa giallo-canarino soprannominata miele delle Alpi), pomidoro dalla polpa serrata e recisa per la sua stessa abbondanza, come carne di spettacolosi poppanti. Si poteva costituire un consorzio di proprietari per Ia preparazione di conserve in scatola ... ".

Mette in risalto anche il culto dei morti facendo parlare la vecchia serva Sara: "Ancora lo porta. Lo sai com'è il lutto per il marito nei nostri paesi. Nelle grandi città i vivi non pensano ai morti. Noi sempre ci pensiamo, e sempre faeciamo le stesse cose e pensiamo gli stessi pensieri" e ricorda ancora il gusto siciliano per i proverbi, quando narra che Rubè a Parigi: "Trovova sollievo camminando solo per certe strade, ove i deboli tramonti stampavano rossori di vecchio rame sulle vetrate chiuse. Via di Valois, via di Granelle coi suoi palazzetti nascosti dietro cortili ai cui cancelli il passante s'affacciava come un reietto, erano fra Ie sue predilette. - Quando il piede cammina, il cuore gode".

Mette in risalto anche i lati negativi della psiche siciliana con la tipica diffidenza isolana, personificata nella madre, quando lui pensa di costituire un Consorzio tra i produttori di frutta in Sicilia: "Figlio mio, qui ognuno pensa per sé, e Dio per tutti. Come vuoi che si mettano in società, se non c'è nessuno che non caverebbe gli occhi al suo vicino? Non c'è niente da sperare, paese vecchio non cambia i costumi.." e sempre per bocca della madre del Rubè, quando gli muore sul Lago Maggiore ln una tragica gita in barca I'amante francese e grida: "Figlio, figlio mio sventurato! Te Io diceva mamma tua non ti perdere con le femmine forestiere!"  E così di seguito potrebbero essere citati altri passi di riflessione di questo libro, che richiamano sempre spunti dalla sua amata terra.
G. A. Borgese, dunque, rivelò sempre un profondo attaccamento al paese natio, da lui lasciato in gioventù e mai dimenticato. Oltre ai vari brani in cui, nelle sue opere, egli parla di Polizzi bisogna ricordare alcuni passi di lettere e di articoli in cui rivela sempre vivo il ricordo del luogo natale. Nel 1931 scriveva al Direttore della Biblioteca Comunale di Polizzi Generosa, prof. Luigi Carini, che gli aveva chiesto una copia delle sue opere per la Biblioteca: "Io desidero molto che Polizzi sia rappresentata nella mia casa, e non ho nessun ricordo. Io vorrei acquistare, pagando s'intende, Ia fotografía del grande trittico, I'immagine tradizionale del Santo e una qualunque vecchia stampa che riproduca panoramicamente il paese, o qualcuno "uno dei suoi aspetti caratteristici" .

Dei polizzani, inoltre, egli mostrava di conoscere benissimo la mentalità, il temperamento e perfino le caratteristiche del linguaggio: il perfetto conoscitore di lingue e letterature straniere sapeva ricordare ad esempio, dopo mezzo secolo, le differenti sfumature del dialetto polizzano e di quello petralese e tutte le tipiche espressioni rivelatrici di un carattere'. "...I polizzani compaesani o cugini o nipoti del cardinal Rampolla o di altri illustri, baroni e popolani su una rocca cospicua per tesori artistici e memorie imperiali, non avevano dubbi, o dicevano di non averne, quanto al Ioro primato spirituale: essi, sale della terra, geni con Ie debite venature di origirnale stranezza e follia, maestri di un parlar siciliano aguzzo che va diritto alle cose e ne coglie, insieme al vero oggettivo, il gusto del motteggio, l'amenità della caricatura" (daAccenti in Giglio di Roccia, 1952).

Infine, come ci suggerisce una studiosa e storica polizzana, serve richiamare il disagio sentimentale del Borgese "esule" in terra straniera: "... ho incontrato un certo numero di siciliani in America, qui a New York..." "... senza parlare degli altri miei compaesani, quelli di Polizzi Generosa, tanto numerosi come quelli che sono rimasti laggiù in cima al Monte... " " ... ho sentito a modo mio questi incontri con Ia gente del mio paese... "  "... veri emigrati, anzi veri esuli dalle facce lunghe con una patina di tristezza che non si può dire..." "... vorrei avere tempo e forza ... di scrivere un libro un libro solo ma un libro, cioè qualche centinaio di pagine in cui tutto il sapere che sono andato accattando a tozzi sia diventato un pane, in cui tutta la mia critica e la ricerca della mia vita sia diventata una parola che si possa ascoltare ed averne serenità". (da: "Lettera ad amici siciliani", Calendario Mediterraneo, Palermo 1932-33).  

DESCRIZIONE DEL TERRITORIO

MADONIE, Terra di Autori, vale a dire una terra, in cui tutto ha una sua ragion d'essere, una matrice, una sua identità segno di un passato che non diventa mai tale, ma continua ad "essere" in un tutt'uno con il presente e con quello che avverrà.
In questo territorio si colloca POLIZZI GENEROSA posta appunto sulla cima di una rocca chiusa dalla cresta delle Madonie e aperta su di un'ampia vallata verso l'interno dell' isola, al centro  di una campagna modernamente coltivata, grazie alla ricchezza di corsi d'acqua, attraversata dal fiume Imera e ricca di noccioleti. Le montagne che la circondano a volte presentano zone folte di vegetazione e a volte zone aspre. All'interno, la valle si presenta scarsa d'acqua e parti di queste zone sono destinate al pascolo e alla coltura dei cereali. L'originalità del paesaggio è caratterizzata dalle giornate limpide o da quelle in cui appaiono improvvisamente le nubi dal mare e si formano come per incanto a quote basse a strati, nascondendo le colline e le vallate, facendo emergere le sommità dei monti (formandosi la cosiddetta"maretta'). Scenario ineguagliabile, quasi a volere rappresentare un mare grigio dal quale emergono tanti isolotti. 

L'avvicendarsi di varie dominazioni ha fatto sì che Polizzi nel corso dei secoli desse ospitalità a diversi regnanti: la regina Elisabetta, moglie di Pietro II d'Aragona; il figlio Lodovico re di Trinacria; la regina Maria, moglie di Martino il giovane; la regina Bianca di Navarra e, nel 1535, l'imperatore Carlo V, ognuno dei quali ha lasciato segni tangibili del suo passaggio rappresentati da chiese, torri, acquedotti, castelli, fortezze. Ed è appunto su una di queste fortezze che si erge Polizzi.

Numerosi reperti archeologici del IV e III secolo a.C., ritrovati nel corso dei secoli, testimoniano le sue antiche origini. Il reperto di maggiore interesse è sicuramente l'anfora a figure rosse, ritrovato nel 1992 durante la campagna di scavi nella necropoli ellenica di San Pietro, Il nucleo attuale, però, molto probabilmente si sviluppoò durante la dominazione bizantina. Dopo la cacciata degli arabi il Gran Conte Ruggero fece rafforzare il Castello esistente e ne costruì uno nuovo in contrada Campo per meglio controllare i versanti Settentrionale e Meridionale dell'Imera.

Nel 1082 il conte Ruggero donò il Castello di Polizzi ed il suo territorio alla nipote Adelasia. Quest'ultima diede notevole impulso alla crescita della cittadina. FuFederico II a dare il titolo di "Generosa" a Polizzi, in quanto nel corso dei secoli XIII e XIV vide accrescere la sua importanza economica per una forte immigrazione di famiglie provenienti da altri centri dell'isola e della penisola. In quel tempo le città demaniali furono numerose e Polizzi ebbe il privilegio di farne parte; ebbe pure un proprio blasone formato da un campo celeste con sette rose ed un'aquila reale. Stiamo appunto dando questi cenni storici doverosi, per poter comprendere le motivazioni che hanno indotto G. A. Borgese ad elaborare i suoi scritti prendendo spunto o, per meglio dire, ispirato dalla sua terra.

Riprendendo la traccia storica di Polizzi bisogna dire che fu più volte infeudata e ritornò a far parte del demanio nel sec. XV. L'insediamento, disposto a terrazze, si articola su due principali tracciati viari, la via Garibaldi e la via Roma, convergenti nella piazza Umberto I; i dislivelli sono raccordati da tortuosi vicoli e scalinate. L'espansione dei secoli XVIII e XIX ha occupato la parte bassa della rocca. Nel giardino della villa del barone Casale, nell'abitato di Polizzi, si trova l'unico esemplare di abete dei Nebrodi considerato in grado di produrre semi, che raggiunge i 12 metri di altezza.

La carrozzabile conduce direttamente alla piazza "G. A. Borgese", intitolata all'illustre scrittore e critico letterario. Sulla piazza, anticamente denominata "Piano della Bayota", si affacciano diversi edifici religiosi; la chiesa del SS. Salvatore, la cui costruzione si fa risalire al 1554; I'ex convento dei Domenicani (1469) e, sul fondo l'antica chiesetta della SS. Trinità dei Cavalieri Teutonici, con un bel portale del 1770 e, all'interno, un polittico attribuito ai Gagini. Più avanti si apre la piazzetta della SS. Trinità e subito sulla destra si diparte il corso Garibaldi, già denominato "a strata granni" (la strada grande): su questa a circa 200 metri, il palazzo Rampolla, residenza della famiglia omonima, che fu presente a Polizzi sin dal 1398. Continuando su via Garibaldi, vi è il grande isolato dell'ex collegio dei Gesuiti, iniziato nel 1681 (oggi sede del Municipio e di alcune scuole); annessa a questo è la chiesa di S. Gerolamo, a croce greca, opera dell'architetto gesuita fra' Angelo Italia. La via Garibaldi termina sulla piccola piazza Umberto. Si risale al 1535 ed è in questo periodo che l'Imperatore Carlo V viene ospitato da Polizzi e grazie all'accoglienza ricevuta lascia in dono unbaldacchino, che tutt'oggi viene religiosamente conservato nella Chiesa Madre. Lo stesso Imperatore istituì il Senato cittadino con sede presso la Chiesa di S. Maria lo Piano. L'avvicendarsi dei regnanti ha consentito a Polizzi di ricevere da ognuno di essi un segno tangibile del loro passaggio; ad esempio la regina Elisabetta fondò il Monastero di Santa Margherita.

Polizzi raggiunse in quel tempo il periodo di massimo fulgore, però subì altrettanti periodi negativi quali, ad esempio, la siccità nel 1500 che distrusse tutti i raccolti e provocò la morte di molti animali. Tale evento impedì a Polizzi di ritornare ad essere la cittadina "Generosa" quale era stata. Nonostante il passato, più o meno fulgido, Polizzi si è sempre mantenuta al passo con i tempi per mezzo della realizzazione di opere pubbliche nell'interesse dei cittadini. Infatti nel 1400 vi fu costruito un acquedotto e disponeva già di un ospedale ai tempi dei Bizantini, epoca in cui venne pure edificata una scuola, che attualmente (forse l'unica in tutto il comprensorio), viene illuminata grazie ad un vecchio mulino ad acqua esistente a valle.  

Polizzi si contraddistingue anche dal punto di vista archeologico e lo dimostrano i reperti ritrovati nel tempo, quali ad esempio la famosa statua di Iside che fa presumere dovesse sorgere il Tempio a lei dedicato; caratteristica di questa statua è il marmo bianco raffigurante una donna con dei capelli lunghi a tre facce, ognuna di queste con una particolarità. Il peregrinare di questa statua è molto lungo; infatti dopo il suo ritrovamento fu collocata nella Chiesa Madre, dove servì a sostenere I'acqua benedetta. Qui rimase fino al 1700; poi fu spostata per il restauro della Chiesa e alla fine dei lavori il popolo chiese al Vescovo di riportare la stessa all'antica postazione. Il Vescovo si rifiutò, poiché reputò la statua pagana e la fece trasportare nel Convento dei Cappuccini, dove fu distrutta.  

Testimonia questo avvenimento una protesta scritta contro il Vescovo da parte dei polizzani, i quali commissionarono la riproduzione della stessa ai fratelli Caruso. Altri reperti, anch'essi importanti, sono le ceramiche, le monete, le testine di terracotta e tutto ciò dimostra che Polizzi è stata un centro commerciale sviluppato e quindi organizzato in vari settori. Si puo definire di recente ritrovamento (1992) una necropoli in contrada S. Pietro dove si stava costruendo una scuola; la Soprintendenza ai Beni Culturali ed Ambientali intervenne subito dando l'autorrizzazione ad eseguire gli scavi, che diedero un esito non indifferente nel ritrovare addirittura tombe di varia tipologia risalenti al II sec. a.C., oltre a ceramiche particolari. Ciò dimostra appunto la presenza sin dal IV secolo di un centro abitato nell'entroterra siciliano.

Al patrimonio monumentale di cui è molto ricca, alle opere d'arte e a tutto ciò che l'uomo ha costruito nel passato e riscoperto, ristrutturato e reso fruibile per la nuova generazione, si aggiunge il fascino dell'ambiente naturale in cui è avvolta Polizzi.
In effetti, data la sua posizione strategica dal punto di vista naturalistico, la Regione Sicilia ha istituito una riserva naturale, quella del Monte Quacella, con il preciso scopo di cautelarla e nel novembre dell'89 ha costituito il 'Parco delle Madonie" e la zona più interessante è quella che va dal Vallone Madonna degli Angeli a Quacella, giusto ricadenti nella zona di Polizzi. In questa zona appaiono gli unici esemplari al mondo degli abeti dei Nebrodi, rarità che rende le Madonie luogo di curiosità botanica. Oltre a  questo tipo esiste il Leccio, quercia tipicamente ed esclusivamente mediterranea, che s'incontra con il Faggio, pianta tipicamente europea. Altre piante fanno da cornice, alcune di modeste dimensioni, che prevalentemente vengono innevate e mantengono tale aspetto fino a primavera inoltrata dando all' ambiente una frescura costante. Dal punto di vista turistico, I'attenzione viene colpita dal mutamento paesaggistico dovuto appunto ai colori che cambiano il profilo ambientale, grazie alle rupi e ai ghiaioni calcarei che diventano grigi e poi si tingono di rosso con il trascorrere delle ore giornaliere. E' poi di notevole imperiosità la fioritura delle migliaia di piantine con i loro fiori vistosi e coloratissimi. Altre piante che insistono sul luogo sono; il lino delle Fate, il cardo di Boccone, l'alisso dei Nebrodi, il giaggiolo nano siciliano, l'abete dei Nebrodi e tante altre di cui i botanici vanno fieri, tanto da indurre le Autorità locali ad organizzare corsi, gite turistiche, nonché seminari su queste rarità, rapportandole con quelle degli altri parchi nazionali.  

Altro patrimonio importante è la "Fauna", che annoverava un tempo esemplari di capriolo, cinghiale, daino, cervo, lupo, gufo reale. A testimonianza di queste specie rimangono i monti denominati con i nomi degli animali. Oggi possiamo solo osservare, quando è consentito dalle 23 autorità e dagli animali stessi: la volpe, la donnola, il merlo, il riccio, la lepre, l'istrice, razze comuni che vediamo sgattaiolare tra le stradine e i viottoli mettendo in pericolo la viabilità; inoltre sono presenti anche: il gatto selvatico, il ghiro, il barbagianni, I'aquila reale, la civetta, il moscardino (paragonabile ad un piccolo ratto, esso è presente nella zona di Polizzi in abbondanza, in quanto il clima si adatta a questa specie che esige clima freddo) e tante altre specie che lasciamo elencare agli addetti. Risale a poco tempo fa la notizia che, a distanza di trent'anni dalla sua estinzione e su proposta della LIPU, un certo quantitativo diGRIFONI verrà liberato nei parchi delle Madonie e dei Nebrodi. Questa specie, già presente in alcune parti dell'Italia, in Sicilia si era estinta a causa di continui avvelenamenti. Grazie all'interessamento di una équipe del Dipartimento di Zoologia dell'Università di Palermo, si è ritenuto che le riserve naturali dei due parchi potessero finalmente accogliere la specie; il permesso è stato accordato e quindi il progetto ha dato corpo a questa íniziativa supportata dalla LIPU e dai due Presidenti dei Parchi che si sono occupati di sensibilizzare I'opinione pubblica dei 40 comuni compresi nei due Parchi, ad accogliere e quindi creare un ambiente confortevole a tale specie. Saranno coinvolte anche le scuole ove appunto si cercherà, con una azione educativa di alcune ore settimanali, di far studiare la specie del volatile. I risultati per la riproduzione si prevedono nell'arco di due anni. La particolarità del GRIFONE, chiamato "spazzino dei cieli", consiste nel mangiare le carcasse degli animali e la sua maestosità è dovuta all'apertura delle ali di circa due metri. La particolarità della sua nutrizione comporta un equilibrio naturale che risulta comodo agli allevatori di bestiame e agli agricoltori. Sono presenti, inoltre, alcuni insetti, il più importante dei quali è la farfalla "Parnassio Apollo di Sicilia" purtroppo perseguitata dai collezionisti.

Per mantenere le specie esistenti bisogna incoraggiare la crescita del sottobosco, luogo ideale per particolari specie di animali e di bestiole, creare isole e corridoi faunistici tra aree boscate contigue, limitare il pascolo all'interno di determinate zone boscate, evitare la frammentazione dei boschi ed intervenire nel rimboschimento: questo già si sta attuando in tutto il comprensorio delle Madonie, dato che il Parco naturale è ben protetto in zone, con specie arboree autoctone e decidue (caducifoglie), le più adatte al mantenimento della diversità faunistica. L'avvio di una vera e propria opera di protezione delle aree naturali sta segnando un punto a favore della conservazione degli habitat naturali e delle comunità degli animali in tutta la Sicilia.

 

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