Grazia Deledda

Grazia Deledda

Galtellì (Nu)

“…ecco ad un tratto la valle aprirsi e sulla cima a picco d’una collina simile ad un enorme cumulo di ruderi, apparire le rovine del castello…l’occhio stesso del passato guarda il panorama melanconico, roseo di sole nascente, la pianura ondulata con le macchie grigie delle sabbie e le macchie giallognole dei giuncheti, la vena verdastra del fiume, i paesetti bianchi col campanile in mezzo come il pistillo nel fiore…”
canne al vento

La Galtellì deleddiana

La Galtellì deleddiana
Grazia Deledda nasce a Nuoro nel 1871 e qui vi trascorre gli anni decisivi della sua formazione, dall’infanzia alla prima giovinezza, compiendovi anche i suoi pochi studi limitati alle scuole elementari.
La società nuorese è un mondo chiuso dove i modelli e i valori tramandati da un remoto passato continuano a regolare la vita dei più. L’educazione delle fanciulle dell’epoca, e soprattutto di quelle provenienti da famiglie benestanti, mirava a fare di esse delle buone madri e delle oculate amministratrici domestiche.
Grazia però ha altri sogni e altre ambizioni e ribellandosi a tutte le abitudini, le tradizioni, gli usi della famiglia non solo si abbandona alla pericolosa passione della lettura ma addirittura si mette a scrivere e pubblicare versi e novelle. Così all’età di 15 anni, nel 1896, pubblica la sua prima novella su un giornale nuorese e prosegue la sua fecondissima attività fino alla morte (1936).

Il più celebre dei suoi romanzi è Canne al vento (1912), ambientato quasi interamente a Galtellì. Alla base del romanzo c’è, secondo uno schema che si ritrova in altre sue opere, una situazione di vita fondata su norme arcaiche e oppressive, talvolta violate dalla trasgressione che genera rimorsi e sensi di colpa. Espiazione e restaurazione dell’ordine infranto chiudono il cerchio. Il romanzo è raccontato attraverso la figura del protagonista, Efix, il servo delle Dame Pintor, che di questa famiglia ha conosciuto il tempo della potenza e della ricchezza e quello del rapido declino. Ora Efix coltiva l’ultimo podere rimasto, i frutti del poveretto sono gli unici proventi delle nobili sorelle: Ruth, Ester e Noemi.

“All’ombra del monte, tra siepi di rovi e di euforbie, gli avanzi di un antico cimitero e della Basilica pisana in rovina”

Il cortile della Basilica si apre con un portone sormontato da un’asse corrosa: “ l’antico cimitero coperto d’erba, in mezzo al cui verde biancheggiavano come margherite le ossa dei morti, e a cento metri, il paesetto più che mai desolato nella luce abbagliante del mattino”.

Così la Deledda dipinge la Chiesa di San Pietro, con i resti della necropoli medievale. La chiesetta, in stile romanico pisano, si presenta a tre navate, la navata centrale è interamente decorata con dei dipinti datati tra il XII ed il XIII sec., testimoni dell’importanza storica e religiosa che Galtellì ricopriva. “ la basilica cadeva in rovina; tutto vi era grigio, umido e polveroso: dai buchi del tetto di legno piovevan raggi di pulviscolo argenteo che finivano sulla testa delle donne inginocchiate per terra e le figure giallognole che balzavano dagli sfondi neri screpolati dei dipinti che ancora decorano le pareti somigliavano a queste donne vestite di nero e viola…”

Il ciclo di affreschi, di recente scoperta, è di epoca romanica, e rappresenta per la Sardegna una conquista di carattere figurativo di grande importanza, essendo, insieme a quelli della SS. Trinità di Saccargia (SS), tra i più antichi trovati nell’isola. Riproducono scene del Nuovo e Vecchio Testamento nelle due navate laterali e nella controfaccia scene tratte dall’Esodo. Le scene sono tutte racchiuse in cornici geometriche molto colorate, riscontrabili nell’arte bizantina. La chiesetta conserva al suo interno anche diverse statue lignee, alcune di scuola sarda altre di bottega napoletana, datate tra il XVI XVII sec.

“La casa ad un sol piano oltre il terreno, sorgeva in fondo al cortile, subito dominata dal monte che pareva incombere sopra come un enorme cappuccio verde e bianco”

 Grazia Deledda raffigura la casa delle Dame Pintor in ogni suo particolare, così come il paesaggio ed il territorio circostante. La famiglia Nieddu (Pintor nel romanzo), aveva ospitato in diverse occasioni la famiglia di Grazia Deledda, soprattutto nei periodi di feste (per esempio la festa della Madonna del Rimedio ad Orosei o la festa del Cristo a Galtellì), per questo lei è in grado di dare informazioni precise sui luoghi tali da renderli riconoscibili ancora oggi. La casa risale al 1700, e nonostante oggi appaia come un edificio modesto, nel XVIII sec. discerneva dalle povere casupole circostanti. Il rango elevato dei proprietari si distingueva se messo a confronto con le case ad un sol piano di poveri contadini e servi pastori.

“Efix attraversò il vasto cortile quadrato, lastricato al centro, come le strade, da una specie di solco in macigno e si tolse la bisaccia dalle spalle, guardando se qualcuna delle sue padrone s’affacciava; una donna bassa e grossa, vestita di nero e con un fazzoletto bianco intorno al viso duro nerastro, apparve sul balcone: era donna Ruth, già vecchia, ma di una vecchiaia forte, nobile, serena…”

“Noemi , coi folti capelli neri, dorati, splendenti intorno al viso pallido come due bande di raso, rispose al saluto con gli occhi neri anch’essi dorati sotto le lunghe ciglia”

“gli occhi di donna Ester, un po’ più chiari di quelli delle sorelle, di un colore nocciola dorato, scintillavano però infantili e maliziosi”

“egli andò al pozzo, che pareva un nuraghe scavato in un angolo del cortile e protetto da un recinto di macigni”


Il pozzo, nell’immaginario della Deledda comparato ad un nuraghe, è costruito con dei monoliti provenienti da un villaggio nuragico. L’edificio, dal fascino antico e severo, è oggi affidato alla cura degli eredi.

Particolare interesse suscita la chiesa del SS. crocifisso, per la sua singolare architettura caratterizzata dal composito sovrapporsi di stili, ma soprattutto per i tesori d’arte che conserva al suo interno. Sorta col nome di Santa Maria delle Torri in periodo medievale, venne ingrandita e reintitolata al SS. Crocifisso ai primi del 1400, con l’arrivo della miracolosa immagine del Cristo.

La preziosa e misteriosa statua lignea, in stile gotico-toscano del XIV sec., era destinata a Sarule, dall’Arcivescovo di Pisa. Un vecchio legno l’accolse nei lidi in quel di Orosei. Diretti a Sarule, i buoi che la trasportavano, una volta arrivati a Galtellì non vollero più muovere un passo avanti. Così dopo ore di inutili tentativi si decise di sistemarla nella chiesa parrocchiale di Galtellì.

Un Cristo dall’espressione dolce e rassegnata, dolorosa e composta, senza alcuna stilizzazione,inchiodato su due assi di legno, con i capelli lunghi e spioventi sul dorso, dietro la nicchia dell’altare maggiore, sudò sangue per ben tre volte: nel 1520, nel 1612 e nel 1667.

“Il Cristo che sta dietro la tenda giallastra dell’altare, e che solo due volte all’anno viene mostrato al popolo, scende dal suo nascondiglio e cammina…”

Chiesa del SS. Crocifisso Il Cristo La chiesa custodisce anche tutti i paramenti sacri che indossarono i lontani vescovi: pianete, piviali, calici d’argento, un arazzo della seconda metà del 1600, un bellissimo organo a canne del 1729 di scuola napoletana e numerose altre statue lignee di maestranze sarde, campane e spagnole.

Fanno da sfondo in questo suggestivo percorso diverse case del centro storico, con un’arcitettura semplice ma pur sempre dignitosa e funzionale.

“subito dentro lo spiazzo biancheggiava tra i melograni e i palmizi, simile ad un’abitazione moresca, con porte ad arco, logge in muratura, finestre a mezzaluna, la casa di Don Pedru”

Uno degli angoli più caratteristici del paese il Vico Cagliari, dove sorge maestosa la casa di Ziu Crboneddu, identificata come la casa di uno dei personaggi più importanti del romanzo. Si tratta di Don Pedru, il cugino ricco delle Dame Pintor che alla fine della storia sposerà Noemi, la più giovane delle sorelle, per sarlvarle dalla rovina della famiglia. Apparteneva sicuramente ad una famiglia nobile, in passato, questa distinta abitazione settecentesca in stile un po’ moresco un po’ mozarabico. Lo stesso concetto si evince da Sa Domo ‘e Marras, antica dimora di proprietari terrieri che oggi ospita un attrezzato museo etnografico. Tappa inevitabile del percorso deleddiano, il museo etnografico è teatro della vita contadinae pastorale di un tempo, con tutte le stanearredate e i diversi ambienti attrezati con gli utensili adoperati per le lavoraioni dei diversi prodotti.

Galleria Fotografica

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