Pier Maria Rosso di San Secondo

Pier Maria Rosso di San Secondo

Caltanissetta

L’uomo è legato alla sua terra assai più indistruttibilmente delle piante, benché possa muoversi, andare, venire. Anzi, più si muove, esplorando altri climi così fisici che spirituali, e più approfondisce, comparando e distinguendo, i caratteri che lo contraddistinguono.

Gli Scenari

IN COSTRUZIONE

A Caltanissetta, attorniata dal paesaggio rurale e dai rilievi del monte San Giuliano a Nord, della montagna Gibil-Habib a Sud, dei monti Babbaurra a Ovest, Sabucina e Capodarso a Est, nasce Pier Maria Rosso di San Secondo. È il 30 novembre del 1887, quando Francesco Maria Rosso di San Secondo e Emilia Genova mettono al mondo il loro primogenito. La casa dove nasce è sita tutt’oggi in via Santa Lucia, 22 (oggi Via Lincoln e Colasberna, 2), presso il Quartiere di S. Lucia, un po’ oltre il Collegio dei Gesuiti (oggi Chiesa di S.Agata), parte finale della strada che conduce al mercato storico Strat’â foglia e all’epoca costellata da decine di taverne.

Nella Sicilia interna delle zolfare, nella città detta “cattidrali di li pirreri”, Rosso trascorse la sua infanzia e adolescenza, per separarsene nel 1906 e tornarvi, ormai maturo, soltanto nel 1956. Per Rosso, Caltanissetta fu, nel corso della sua vicenda artistica di novelliere, romanziere e drammaturgo, luogo di memoria e fonte di ispirazione.

Dalla città traggono spunto nel 1911 due “Sintesi drammatiche”, La fuga e Il re della zolfara.
La fuga è una novella, ambientata in una strada di montagna (il Monte San Giuliano che domina la città con il suo santuario al Redentore), in cui viene rappresentata la vicenda della canonica “fuitina”, non andata a buon fine, tra due giovani.
Il re della zolfara
, invece, è una novella in cui in una taverna frequentata da zolfatai, vengono rappresentati il tormento, la miseria e le sofferenze dei minatori della Sicilia interna. Appare il mondo degli operai sfruttati e dei proprietari-padroni, tra realismo e lirismo, in una rappresentazione paternalistica che alla fine accomuna tutti allo stesso destino, sfruttatori e sfruttati: «Torna la massa ribelle, per cento buchi della montagna, dentro la terra, torna rassegnata al suo destino

Nel 1918 viene portato in scena a Caltanissetta presso il Teatro Trieste (oggi Rosso di San Secondo), dalla compagnia di Angelo Musco, il dramma la Tunisina.
Nel 1919, nell’opera La Bella addormentata, ritrarrà nel personaggio del Nero della Zolfara, un uomo coraggioso e leale, libero e innamorato, l’affrancatore della Bella, ossia una serva di nome Carmelina, sedotta e sfruttata da un notabile di paese. L’opera si contrappone alla coeva Marionette che passione!, e insieme rappresentano i due volti del personaggio sansecondiano: quello disperato e angosciato che vive la sua vita nell’alienazione cittadina e quello della fanciulla di campagna che sogna e immagina un “colore” dell’anima. Queste due opere teatrali fecero dire al critico Adriano Tilgher: «Il vero superatore del teatro borghese è, a tutt’oggi in Italia, Rosso di San Secondo.»

Nella raccolta Luce del nostro cuore, del 1932, in particolare nella novella Pane e bellezza, lo scrittore nisseno rievoca la sua terra natale ricca di caldi colori, di svariate voci della natura, di avvolgenti odori e forti sapori: «Risento l’odore del forno che arde e rivedo la massaia che cava di sotto le coperte le paste già lievitate […] l’odor del pane si espande: un odor caldo e cordiale, un odor buono di casa e di campo, che riconforta e dà gioia, chiama a raccolta gli spiriti sani della vita. È l’estate, e anche le bestie si riposano a l’ombra dei mandorli nella calura. I grilli segano l’aria densa, le stoppie scoppiettano sotto il gran sole, i mucchi di covoni splendono come oro e abbacinano. E quei cari mandorli sono tuttavia freschi e verdi; è un piacere stritolarne fra i denti una bacca e ingoiarne il sapore acidulo con la gola arsa… Erano le vacanze del ginnasio». Affiorano, così, tradizioni e valori radicati nella gente comune che cullano lo scrittore nei suoi momenti di rimembranza.

Infine, la raccolta di novelle Banda municipale, del 1954, è un insieme di ricordi fugaci, scene fotografiche della sua infanzia tra le strade e le piazze di Caltanissetta, con il coro delle voci e delle vite sfiorate in quegli anni spensierati. Tornano a vivere i luoghi pubblici (Villa Amedeo, Piazza Garibaldi, Piazza Umberto), i locali più frequentati (lo storico Caffè Romano) e le tradizioni (i concerti della banda municipale in piazza, le passeggiate in centro o alla villa comunale) della sua ”cittadina natale al centro della Sicilia”.

Allontanatosi da Caltanissetta, prima per motivi di studio e poi per seguire la carriera artistica, dirà «vivere nella propria terra o lontano da essa non muta sostanzialmente la fatalità umana», ma con questo allontanamento saprà di avere perso «il cielo azzurro, il mare azzurro, il sole, le montagne verdi» per andare al Nord «tra nebbia e umidità» a cercare le «ragioni dell’esistere».

Della sua terra dirà: «L’uomo è legato alla sua terra assai più indistruttibilmente delle piante, benché possa muoversi, andare, venire. Anzi, più si muove, esplorando altri climi così fisici che spirituali, e più approfondisce, comparando e distinguendo, i caratteri che lo contraddistinguono.»
E agli amici di “Nissa” non farà mancare il suo affetto neanche dopo i molteplici successi europei, tanto da scrivere «sono stato sempre con Voi, perché sono stato sempre me stesso. Non ho mai tradito me stesso transigendo o mercanteggiando e perciò non ho tradito nemmeno voi che siete il mio stesso sangue. Mi sarei allontanato da Voi, vi avrei volgarmente traditi, se invece di esprimere il mio travaglio così com’esso voleva essere espresso, liberatamente e senza piegarsi alle convenienze, mi fossi fatto vincere dalle lusinghe di facili successi e d’una mediocre gloriola e avessi falsato la mia arte. […]. Al contrario, ho custodito nelle mie vene con gelosa pazienza, difendendolo a volte con i denti e gli artigli, tutto l’ardore della nostra terra, tutto l’afrore della nostra miniera; e non per l’allegoria ho affermato sovente, qua e là per il mondo, che il mio cuore brucia di fiamma turchina come la fiamma del nostro zolfo

testi a cura di
Marina Castiglione
Maria Luisa Sedita
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