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Intervento a cuore aperto nel Parco Letterario Carlo Levi di Aliano. La Casa di Carlo Levi

Intervento a cuore aperto nel Parco Letterario Carlo Levi di Aliano. La Casa di Carlo Levi

Pur avendo progettato quell’intervento di recupero nei suoi più intimi e segreti dettagli, avrei rinviato l’inizio delle opere il più a lungo possibile a causa di un forte scrupolo dal quale mi sentivo imprigionato. Era lecito violare quell’abita

19 Aprile 2021

ParkTime n. 13

Pur avendo progettato quell’intervento di recupero nei suoi più intimi e segreti dettagli, avrei rinviato l’inizio delle opere il più a lungo possibile a causa di un forte scrupolo dal quale mi sentivo imprigionato.

Era lecito violare quell’abitazione che per tanti anni era rimasta custode muta del fantasma di uno scrittore? 
Era lecito irrompere nella camera dove nel ‘35 il Maestro aveva riposato sognando di volare sulle cime sfarinate dei calanchi o perlustrare gli angoli dello studio dove gli scorpioni avevano nidificato nella polvere antica, lì accanto alle tele depositate lungo il muro che ancora emanavano l’odore inebriante della trementina? 

 Mi appoggiai al muretto sconquassato del bagno e lì rimasi in osservazione. 
Qualcuno si aggirava per quegli ambienti sconosciuti, quasi sacri, ed altri seguivano esaminando le lesioni, gli intonaci fatiscenti, i legni tarlati degli infissi.
Il concerto dei trilli dei cellulari non concedeva pause e i suoni si impastavano con i colpi del piccone. 
Piano!” – Gridai 
Fate piano!” 

 Ma la voce non uscì, e se pure mi parve di urlare, i suoni furono rapidamente ingoiati dal frastuono del cantiere. 
 I barbuti con i muscoli gonfi colpivano il muro che, come un guscio d’uovo, si sbriciolava e schizzava nell’aria.
-“Tira a’ cord!”. La molazza girava vibrando e scricchiolando come l’antica macina custodita sotto la camera dello Scrittore. 
-“Fate piano per favore…non c’è fretta!”. Le porte erano già smontate e giacevano accatastate nella polvere mostrando gli strati di vernice squamata e le fibre prosciugate dal tempo. 
-“Venite! Venite!
Chiamò qualcuno lì in fondo alla cucina. Incrociando le carriole che giocavano a rimpiattino sui solai impolverati, raggiunsi la cucina.
 -“Guardate qui…mancano dei pezzi alla base del camino!
Era il camino di Giulia, muto da più di ottanta anni.
Mi chinai, scostai la polvere con le mani; era secca ed impalpabile; mi trovai al cospetto della bocca annerita dalla fuliggine.
Era spento, triste. Quel focolare buio senza fondo mi provocava una certa inquietudine.
Avvicinai il capo alla sua bocca asfittica. Una brezza leggera scendeva dalla cappa e mi costrinse a socchiudere gli occhi.
D’improvviso sentii del calore, la polvere tiepida prese colore, uno schizzo giallo illuminò la pietra gelata che custodiva i carboni, poi altre scintille e fiammelle e braci arroventate mi portarono il profumo del rosmarino e delle teste di capra spaccate che sfriggevano al fuoco. 

 Mi parve di udire il colpo di tosse di Giulia che alle mie spalle rovistava nell’acquaio e rassettava i bricchi di alluminio appendendoli ai ganci di ferro. Si voltò ed incrociò il mio sguardo con occhi antichi e sapienti.

-“Scasc ù solai!
Una valanga di detriti fu scaraventata dalla finestra e si accumulò sull’orto con un frastuono sismico.
La polvere bianca incensò delicatamente i muri di pietra delle modeste abitazioni del vicolo.
-“Scacsc à comuglìm!
Gli operai iniziarono il montaggio dei ponteggi; il suolo era pericolante e pareva che cedesse ad ogni passo.

Le finestrelle di abete dipinte di celeste stavano a guardare.

Davanti alla porta, la figura del Maestro si stagliava in controluce, curvo sul suo cavalletto, un occhio ai calanchi, uno alla tela e quegli ammassi di argilla bianca che foravano i muri della stanza oscura presero colore virando dal giallo all’arancio sotto le pennellate pastose dell’olio.

La molazza gracchiava e macinava il cemento che si impastava in rivoli grigi di mulinelli agitati dalla tramoggia.
Uomini neri si agitavano all’intorno come soldatini al fronte armati di pale e picconi che brandivano a ritmo crescente.

Il portoncino verniciato della cucina era spalancato, la parete candida del vicolo proiettava all’interno una luce benevola che invadeva l’ambiente e colorava di celeste i muri scrostati.
Un’ombra trasparente era lì accostata all’uscio.
Immobile e serena. 

 Aveva le ali molto grandi che scendevano raccolte fino alle caviglie, solo l’orlo della tunica sembrava ondeggiare sospinto dall’aria. 

 Feci allontanare i detriti ed i calcinacci che erano stati depositati vicino alla porta della cucina e Giulia, con un cenno del capo, approvò serenamente.

…Al crepuscolo, in ogni casa, scendono dal cielo tre angeli…guardano la casa e la difendono…se io buttassi le spazzature attraverso la porta, potrei buttarle sul viso dell’angelo, che non si vede; e l’angelo si offenderebbe e non tornerebbe mai più…” 
(Carlo Levi “Cristo si è fermato a Eboli”)

L’intervento di consolidamento è necessario. Più indispensabili appaiono gli sforzi per far sì che esso sia meno invasivo possibile. Il paziente è vivo, si faccia attenzione, piano, piano, sotto i calanchi c’è un cuore antico che palpita. 

Fotografie di Lodovico Alessandri: http://www.lodovicoalessandri.it/

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