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Moggiona: il paese dei Bigonai

Moggiona: il paese dei Bigonai

Moggiona è un piccolo paese montano all’interno del Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi, sul versante toscano, a pochi chilometri da Camaldoli. Per secoli il paese di Moggiona è stato caratterizzato da un unico mestiere: quello del “bigonaio"

13 Settembre 2021


ParkTime Magazine n. 16

Tutte le campane di Poppi e della valle suonavano a festa in quella notte chiamando i fedeli alla messa di Natale, e pareva che a quell’invito rispondessero le campane di Soci, di Bibbiena, di Maggiona e di tutti i paesi e i castelli eretti sui monti brulli, che s’inalzavano fino all’Eremo di Camaldoli e al Picco della Verna, tanto era lo scampanìo che si udiva da ogni lato. *

Moggiona è un piccolo paese montano posto all’interno del Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi, sul versante toscano, a pochi chilometri da Camaldoli.
Per secoli il paese di Moggiona è stato caratterizzato da un unico mestiere: quello del “bigonaio”.
Basti pensare che nel secolo scorso nel paese erano attive 30 botteghe di bigonai, con intere famiglie al lavoro.

I bigonai costruivano bigoni e barili. La materia prima la forniva l’abetina dell’Eremo di Camaldoli. I bigonai di Moggiona, ottenuto il permesso dalla Forestale, nel mese di Luglio si trasferivano nelle macchie dell’Eremo e della Lama e abbattevano, a colpi d’accetta, i tre abeti assegnati a ciascuno di loro. Lì, sul posto, segavano con il segone il tronco dell’abete dividendolo in più “rocchi” cilindrici della giusta lunghezza, e poi suddividevano questi più volte fino a giungere alla “doga”. I bigonai rimanevano nella foresta tutta la settimana, dormendo in rudimentali capanne triangolari da loro stessi realizzate con i rami degli abeti tagliati. Erano le mogli ad intraprendere il lungo viaggio ogni giorno con la “miccia”, (l’asino), portando di che mangiare agli uomini, e riportando in paese un carico di doghe legate sull’asino.
 Le doghe venivano poi “accarellate” in alte pile sparse per tutto il paese, là dove c’era un po’ di spazio. 

Iniziava quindi il lavoro di “bottega”. Sul banco di lavoro le doghe venivano “commesse” l’una accanto all’altra, dopo essere state piallate ad una ad una, fino a costituire il bigone. Quindi, si realizzavano i “cerchi” che avrebbero tenuto assieme le doghe. Per i “cerchi” era necessaria la “palina” di castagno, i polloni, che venivano tenuti a bagno in apposite “pozze” affinché non perdessero di elasticità fino al momento dell’uso. La palina, “sfogliata”, portava a 3 o 4 “strisce”, che sapientemente piegati e “inchiavate” diventavano ognuna un cerchio della giusta misura. Erano i “cerchi” che, a lavoro finito, tenevano insieme le doghe del bigone. Non veniva usata colla.

L’ utilizzo del bigone era strettamente legato alla vendemmia. I bigoni, caricati nei carri o nelle “tregge” dai viticoltori, venivano portati alla vigna; vi si metteva l’uva appena colta e la si “pigiava” con un grosso sasso, o con un legno a forma di clava, in modo che iniziasse subito la fermentazione del mosto. Quindi i bigoni, caricati sul carro, venivano portati di nuovo alla fattoria, dove il mosto lì contenuto veniva rovesciato nei tini.

La bottega del bigonaio era angusta, posta nei fondi della casa di abitazione. Lì il bigonaio teneva i suoi attrezzi specifici: coltellucci, ferrini, manaiole, sfogliatoi, rasine, caprugginatoi, raspe, seste, ad altri ancora; e i banchi di lavoro: quello per la “commettitura” delle doghe, e quello per la lavorazione dei cerchi, sul quale il bigonaio si poneva a cavalcioni. La forma del bigone troncoconica risponde all’esigenza di poter “stringere” i cerchi attorno ad esso. Grazie a quella forma più i cechi venivano “battuti”, con martello e “scorsoia”, e più le doghe del bigone si serravano. 

 Ancora più complessa era la lavorazione per ottenere barili da vino e da olio. La doghe dovevano essere piegate e lo si faceva mettendole sopra un rudimentale fornello acceso con gli scarti della lavorazione. Mentre la parte centrale della doga andava bruciando e assottigliandosi il bigonaio passava continuamente un panno bagnato (“un cencio mollo”) sulle doghe. Al momento giusto le doghe venivano ritirate dal fuoco e poste in un “piegatoio” munito di tiranti. Le doghe rimanevano così piegate; in un secondo tempo l’interno bruciacchiato veniva raschiato. Si realizzavano poi i cerchi che, come nel bigone, tenevano insieme le doghe.

La vendita dei rinomati bigoni e barili di Moggiona avveniva alle fiere e ai mercati, soprattutto nel Settembre, quando ai contadini di fondovalle servivano bigoni per la vendemmia. 

Negli ultimi decenni il mestiere del bigonaio a Moggiona è andato scomparendo. Già da tempo l’avvento della plastica aveva ridotto drasticamente la richiesta dei bigoni in legno.

Oggi nel paese di Moggiona rimangono soltanto pochi anziani bigonai, che sono comunque ricercati da ogni luogo, soprattutto per la manutenzione di vecchi bigoni.

Moggiona tuttavia non ha voluto dimenticare le generazioni e generazioni dei suoi bigonai, e a questo scopo è stata allestita una “Bottega del bigonaio”, dove sono raccolti attrezzi tipici, produzione storica e documentazione fotografica, e dove è possibile, su richiesta, vedere gli ultimi maestri-bigonai al lavoro.

La bottega del bigonaio di Moggiona fa parte dell’Ecomuseo del Casentino

Per la visita della Bottega del bigonaio di Moggiona va contattata la Pro Loco Moggiona (visita la pagina facebook )  tel. 334 3050985. 

 Danilo Tassini


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* Lo scettro del re Salomone e la corona della regina Saba. La fiaba è la prima della raccolta di fiabe "Le Novelle della Nonna - Fiabe Fantastiche" scritte da Emma Perodi.


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