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#iorestoacasa e leggo la poesia di Giuseppe G. Battaglia. Di Roberto Sottile

07 Aprile 2020

#iorestoacasa ad Aliminusa (Pa) e leggo "Giuseppe G. Battaglia e la poesia neodialettale". Unmeraviglioso contributo Roberto Sottile sull'opera dello straordinario poeta della Piccola valle di Alì
Parco Letterario Giuseppe Giovanni Battaglia di Aliminusa (Pa) 
Giuseppe G. Battaglia e la poesia neodialettale 

di  Roberto Sottile*

Ormai cinque anni fa, nel 2015, nell’ambito delle attività del Parco letterario Giuseppe Giovanni Battaglia, è stata pubblicata la raccolta della produzione in lingua del poeta di Aliminusa (Poesie, Lithos). Preceduta da una Introduzione di Donatella La Monaca, che mette in ordine il “cammino poetico” di Battaglia, la raccolta restituisce l’“opera completa della sua poesia in italiano”. Così si legge nella nota di Ognibene – curatore dell’opera e allora Presidente del Comitato scientifico del Parco letterario – il quale, per altro, richiama la necessità di una “quarta riproposizione de L’Ordine di viaggio, in lingua siciliana, con le poesie escluse dall’edizione del 2005”. 

 Piddu, per me Pino Battaglia, nasce come poeta dialettale e alla sua produzione vernacolare urge in effetti ritornare, a partire da una non più procrastinabile riflessione sul dialetto che il suo materiale poetico annuncia come un percorso, misterioso e affascinante, dentro un mondo ancora tutto da scoprire (e da narrare).

 È un fatto che la poesia dialettale novecentesca si costituisce, sul piano linguistico, come l’opposizione tra la scelta di due diversi modelli di dialetto, l’uno verso la koiné, l’altro verso la marcatezza diatopica. Quest’ultima spinge i poeti a rinunciare alla koiné dialettale per trovare rifugio nel proprio dialetto nativo (significativo è il caso di Nino De Vita che sceglie la microvarietà di Cutusìo, nel marsalese). Dunque, «mentre le più importanti o più fitte situazioni di poesia in dialetto della prima metà del Novecento tendono a nascere nei maggiori centri cittadini e all’interno di tradizioni di letteratura dialettale antiche e robuste, nei tentativi più interessanti di questo dopoguerra si assiste di norma all’emergenza di vernacoli non cittadini – o non metropolitani – più o meno fortemente decentrati e privi di uno specifico retroterra letterario» (Mengaldo, Poeti italiani del Novecento, 1978). Per le più recenti esperienze vernacolari, che corrispondono in definitiva con quelle dei poeti neodialettali, è vero, d’altra parte, che la nuova condizione di plurilinguismo che caratterizza l’Italia linguistica nel secondo dopoguerra finisce per offrire un ampio ventaglio di soluzioni a ciascuna delle quali ogni autore approda anche in relazione alla sua personale concezione del dialetto come codice della poesia. Colpisce, poi, che a partire dagli anni ’70, «la scelta di reinventare la lingua dell’affettività domestica e della memoria rassegnata per farne strumento espressivo della poesia (e in particolare della poesia civile)» (Ruffino, Prefazione alla terza edizione de L’ordine di viaggio, 2005) riguardi una generazione di giovani autori che “ritornano” al dialetto, dentro un quadro sociale che, ormai proiettato verso la “modernità”, ha chiuso i conti con il mondo tradizionale (che è il mondo della cultura dialettale). La “transizione” non è senza conseguenze: «quella poesia dialettale che si è proposta di essere l’estrema testimonianza di una realtà antropologica, mantenutasi pressoché intatta per secoli e poi bruscamente dissolta dalla modernizzazione degli anni Settanta, è probabilmente destinata a concludersi con il venir meno dei suoi autori, che sono gli ultimi depositari di quell’esperienza» (Brevini, Le parole perdute, 1990).

Ma, tra i poeti neodialettali, Giuseppe Giovanni Battaglia (Aliminusa 1951-1995), come se avesse prefigurato questo scenario, ne anticipa l’epilogo decidendo deliberatamente nel 1977 di chiudere con il codice dialetto. Con Campa padrone che l’erba cresce (1977), terza e ultima raccolta di poesie in dialetto degli anni Settanta, egli interrompe bruscamente (ma solo momentaneamente) quella scrittura dialettale che a Tullio De Mauro era parsa intrisa di un «dialetto realisticamente riprodotto […] un’arma impropria: un modo di servire più profondamente le speranze di riscatto, le lotte della gente delle sue terre». Si tratta certamente di una scelta di forte rottura, se si pensa che solo pochi anni prima erano usciti i lavori più rappresentativi della poesia neodialettale (nel 1972, per esempio, erano stati pubblicati I bu di Guerra, La notti longa di Calì, I canti clandestini di Cergoly, La ploè ta pinède di De Gregoli, Dona de pugnai di Grisancich e La piccola valle di Alì, dello stesso Battaglia).

Se, a cavallo tra gli anni Settanta e Ottanta, l’abbandono del dialetto corrisponde con il suo allontanamento dai luoghi di quel codice – e coincide, sul piano letterario, con la pubblicazione di diverse raccolte di poesia in lingua, oltre che di numerosi testi teatrali –, Battaglia non reciderà mai del tutto il suo rapporto con il dialetto. Ritornerà nel corso degli anni Ottanta sulla sua iniziale produzione poetica per rimaneggiarla e ripubblicarla con la prima e la seconda edizione de L’ordine di viaggio (la prima edizione è del 1982, la seconda del 1988, la terza, pubblicata postuma, a 10 anni dalla sua morte, è del 2005). D’altra parte, molti anni dopo quel 1977 che vide la pubblicazione di Campa cavallo che l’erba cresce, Battaglia riprenderà, con Fantàsima, a scrivere in dialetto lasciando così riaffiorare «la lingua della madre, primigenia e assoluta, integra e viva». Con Fantàsima e Discesa ai morti (1991 e 1992) egli, quindi, ci rivela non solo che la sua esperienza con il dialetto non si era mai realmente conclusa (o che non si era semplicemente appiattita sul rimaneggiamento della sua produzione iniziale), ma che avrebbe preso una nuova piega compiutamente lirica, intima e introspettiva, lontana dall’iniziale poesia dalla “tonalità civile”.

«In effetti, Giuseppe Battaglia compie un percorso di progressivo allontanamento dalle trame della rappresentazione duramente realistica dei subalterni, e di ricerca di risonanze liriche nuove. Questo – io credo – determina il distacco dal dialetto e poi, prossimo alla morte, il sofferto ritorno. Chianchi di ferra e tavani murritusi è il verso (apertura di Fantàsima) del rientro nella stanza delle risonanze “primigenie”. È ancora quel dialetto della Piccola valle, “integrale e lontano”, secondo la precezione di Leonardo Sciascia? O – come osservò De Mauro – un “dialetto realisticamente riprodotto”? Credo di no e credo di sì. Anche qui si coglie infatti un percorso che ci consegna sì un nuovo codice espressivo, ma costruito con il medesimo lessico. Una esperienza esemplare e irripetibile: le parole del poeta viddanu, che adopera paroli duri chi duna la terra, sono diventate paroli liggeri di foddi. Ma le parole in fondo sono sempre quelle. Sono le parole della Piccola valle, non parole restaurate nei loro “aspetti più conservativi”, ma quelle che continuano ad emergere “dal microcosmo agricolo di Aliminusa con la fresca e autentica dote – come osservava Natale Tedesco – di chi riunisce naturalmente passato e presente”» (Ruffino Prefazione alla terza edizione de L’ordine di viaggio, 2005). 

Le parole del poeta

Se le parole del lessico di Battaglia trovano riscontro nella parlata della Piccola valle di Alì, è auspicabile allora una ricerca tesa a verificare la reale portata di questa località. In effetti, sul piano lessicale, la lingua di Battaglia si presenta in molti casi talmente “deregionalizzata”, da apparire assai complessa se non addirittura ostica anche sul piano delle traduzioni che a Franco Brevini apparvero «infelici» e «di gusto ermetizzante». Eppure, sarebbe da considerare se a essere ermetiche non siano già le stesse parole dialettali di Battaglia le quali se per una parte attingono al dialetto di Aliminusa ancor prima che al siciliano “comune”, per un’altra trovano origine in una dimensione idiolettale che vale tanto per il piano del significante quanto per quello del significato. La sua poesia, dunque, dal punto di vista dello studio dialettologico, offre spunti di grande interesse.

Battaglia rivela intanto una grande competenza metalinguistica: per esempio, le sue parole dialettali coincidenti con quelle di ampia diffusione regionale sono quasi tutte risolte nelle traduzioni mediante la ripresa delle “definizioni” contenute nel Vocabolario Siciliano di Piccitto-Tropea-Trovato (io stesso ho potuto verificare, visitando la sua biblioteca personale, la presenza di primi tre volumi del VS, a riprova della grande sensibilità dialettologica con cui Battaglia svolgeva il suo lavoro di poeta). Ma a questo cospicuo corpo di parole che potremmo dire “panregionali” se ne accosta un altro – numericamente significativo – che fa di Battaglia un testimone diretto del patrimonio lessicale della sua comunità e della sua microarea linguistica (Aliminusa, la Valle del Torto, le Madonie). Che la lingua di un autore dialettale (o anche di un autore plurilingue) sia in bilico tra dialetto comune e dialetto della propria comunità di riferimento, non pone alcun problema, né rappresenta un fatto eccezionale (perché è così per il lessico di qualunque varietà dialettale georeferenziabilile e georeferenziata). Colpisce invece che un significativo core di termini della sua produzione dialettale sia costituito da “parole e significati fantasmi”: voci non sempre documentate nella lessicografia dialettale o perfino sconosciute nella comunità linguistica del poeta e voci documentate e/o conosciute nella Piccola valle con accezioni ben diverse da quelle impiegate nella sua scrittura.

Abbiamo dunque un doppio piano di “demiurgia lessicale”: un gruppo di parole proprie di Battaglia, per forma e significato, e un gruppo di parole proprie della Piccola valle, quanto alla forma, ma proprie di Battaglia quanto al significato. 

 Termini come allannari ‘scatenarsi!”, ciavariddiari ‘civettare’, civìari ‘balbettare’, crafogghiu ‘lordura di carcere’ a cròcchira ‘a sciami’, nfirinniati ‘folate’, ‘nfusa ‘afosa’ sono parole solo del poeta: tra queste ve ne sono alcune che ricorrono nella lessicografia dialettale, ma recano ben altre accezioni e, d’altra parte, nessuna di queste parole è conosciuta e usata nella sua comunità linguistica. Queste parole, personalissime, possono talvolta risultare anche da interessanti processi di neologia come è il caso di svùnciri ‘dividere”, neoformazione dovuta alla prefissazione del corrispondente dialettale di unire (ùnciri). In questo ambito rientra poi una batteria di voci il cui valore semantico non corrisponde a quello documentato nel Vocabolario Siciliano di Piccitto-Tropea-Trovato (come nel caso del gruppo precedente), ma neanche al valore semantico documentato nella comunità linguistica del poeta dove tali parole sono conosciute e usate con ben altre accezioni.

Così, mentre nel Vocabolario Siciliano un verbo come ntamari reca le accezioni di ‘allibire, restare attonito, a bocca aperta’, ‘balzare di soprassalto, esser sorpreso’, ‘spaventarsi’, ‘intristire, seccare dei germogli a causa del gelo’, ‘essere infestato da erbe parassite, del frumento’, e mentre nella comunità del poeta lo stesso verbo vale ‘rimanere senza fiato per la paura’, in Battaglia diventa ‘morire’ o ‘essere da falciare, del fieno’; e ancora, mentre nel Vocabolario Siciliano un verbo come scuncignari vale ‘distruggere, rovinare’, laddove ad Aliminusa significa ‘estirpare, distruggere una pianta infestante’, in Battaglia assume il valore di ‘stanare’.

Ma ancora più interessanti sono i casi di quelle parole – assenti nel Vocabolario Siciliano e quindi di una certa specificità locale – nelle quali si rileva una radicale discrepanza tra i valori semantici noti nella Piccola valle e quelli attribuiti nelle sue traduzioni. La voce cuòculu che ad Aliminusa vale ‘furbo’, ‘malvagio’, in Battaglia diventa ‘carbone’ (forse mediante un percorso legato al valore semantico di tintu); nsulichìanu, che ad Aliminusa è forma del verbo nsulichiari col valore di ‘arare’, assume il significato di ‘attraversare’ (pur tradotto con ‘arare’ in altri versi); sgargiari ‘urlare’, ‘disperarsi’ del dialetto di Aliminusa appare reinventato come sostantivo, sgargia, col valore di ‘desiderio’ (ogni desiderio che resti inappagato diventa, presto o tardi, grido di disperazione?).

Già da questi pochi esempi si coglie come la poesia di Battaglia si fondi su una costante dicotomia tra parole dialettali appartenenti al siciliano comune o al siciliano micro-areale, e parole “non comuni” con una componente fortemente locale, ma anche idiolettale. Si tratta di una idiolettalità connessa specialmente con il piano del significato, come risultato di un consapevole percorso di sapientissima reinvenzione e rielaborazione semantica di materiale dialettale arcaico. Questa idiolettalità merita senz’altro di essere sistematicamente studiata e approfondita, quale parte più originale e interessante del côté linguistico della sua produzione 

Roberto Sottile, 5 aprile 2020

Riproduzione riservata © Copyright I Parchi Letterari

 *Roberto Sottile insegna Linguistica italiana nel Dipartimento di Scienze umanistiche dell’Università di Palermo. Fa parte del Comitato Scientifico dell’Atlante Linguistico della Sicilia (ALS), nel cui ambito lavora principalmente alla sezione etno-dialettale e dirige la Collana “L’ALS per la scuola e il territorio”. Con Giovanni Ruffino ha pubblicato Parole migranti tra Oriente e Occidente (CSFLS 2015), e La ricchezza dei dialetti, quinto volume della collana L’italiano, conoscere e usare una lingua formidabile, promossa dall’Accademia della Crusca e distribuita con la Repubblica (2016 e 2017). Su Radio Palermo Centrale conduce ogni domenica mattina Parru cu tia. I dialetti vanno in onda. Un programma dedicato agli aspetti linguistici, sociali e culturali del dialetto e dei dialetti. Il Professore Sottile è membro del Comitato scientifico del Parco Letterario Giuseppe Giovanni Battaglia.



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