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L'antica fonderia e il bosco nel Parco Dessì. Ambiente, profitto e conflitto. Di Tarcisio Agus

18 Maggio 2020

L'antica fonderia e il bosco nel Parco Letterario Giuseppe Dessì, Parco Geominerario, Storico, Ambientale della Sardegna. "La strenua difesa dell'ambiente contro coloro che del paesaggio ne fanno fonte di profitto e di conflitto". Di Tarcisio Agus

Parco Letterario Giuseppe Dessì
"La strenua difesa dell'ambiente contro coloro che del paesaggio ne fanno fonte di profitto e di conflitto"
L'antica fonderia ed il bosco 
di Tarcisio Agus

 Giuseppe Dessì nelle sue opere esalta e difende il paesaggio con narrazioni suggestive e fantastiche. La strenua difesa dell'ambiente, lo portò a scagliarsi contro coloro che del paesaggio ne fanno fonte di profitto e di conflitto.

Questa suo amore per il lussureggiante territorio villacidrese e non solo, mi fa pensare a come il Dessì avrebbe accolto, nel 1742, la nascita della fonderia sul rio Leni, ad opera di Carlo Gustavo Mandel, console di Svezia a Cagliari, che il 30 luglio 1740, firmava, con l'intendente generale del re Carlo Emanuele III, a suo nome e di altri due soci, rappresentati con procura, la concessione delle miniere sarde. 

Il provvedimento concessorio constava di 30 articoli che ne disciplinavano le condizioni di rilascio. Fra tutti, il 6°, imponeva ai concessionari di praticare la fusione del minerale in loco ed assumere personale specializzato proveniente dall'estero a loro spese, in caso contrario sarebbero decaduti dal privilegio. 

 Il Mandel, da esperto ingegnere minerario, ricercò numerosi tecnici minerari ed esperti fusori che fece arrivare in Sardegna, distribuendoli nelle miniere allora note e nella nascente fonderia di Villacidro. Parrebbe che il Mandel non fosse propenso alla realizzazione della fonderia presso il Leni, in quanto il corso del fiume era di natura torrentizio, per cui non veniva garantita l'operosità degli impianti nei periodi di secca. Pare invece, propenso per un impianto più modesto, a Domusnovas, già sede di un'antica fonderia. Ma evidentemente prevalsero la vastità del bosco villacidrese e del Monte Linas, in quanto elemento indispensabile per poter disporre di energia sufficiente alla fusione per lungo tempo. Le acque giocavano altrettanto importante ruolo, perché necessarie per azionare i mantici dei forni ed i mulini, ma evidentemente non ne impedirono la scelta. Forse, un ruolo decisivo lo ebbe anche il luogo di impianto della struttura industriale. Il posizionarla lungo la sponda del rio Leni, a mezza via dei due bacini minerari, dal quale il Mandel si approvvigionava, in particolare dal bacino del Sulcis e quello arburese e guspinese, poteva considerarsi anche strategica, per il facile accesso al porto di Cagliari, da dove si imbarcavano il piombo e l'argento, prodotti finali della fusione che interessavano il Mandel. Tra le prime lavorazioni, oltre ai minerali provenienti dall'arburese e guspinese, si utilizzarono le scorie dell'antica fonderia di Domusnovas.

Certamente non secondario fu anche la vicinanza all'abitato di Villacidro. Centro importante con i suoi 4915 abitanti nel 1751, già sede baronale e di natura salubre, dove si insediarono buona parte delle maestranze straniere che verranno impegnate nel complesso della fonderia. Prediletta come residenza, non solo estiva, a difesa dalla malaria, da Mons. Giuseppe Maria Pilo che la elesse, sin dal 1761, a residenza principale dei vescovi di Ales. Villacidro, dopo Cagliari ed Iglesias, era il centro più grosso del sud Sardegna. 

I lavori di costruzione furono abbastanza celeri, nonostante la sua notevole struttura. Ad occuparsene furono tre Charles, per questo veniva chiamata anche la fonderia dei tre Charles "Charleshut": Brander (inglese), Höltzendorf (inglese) e Gustav Mandel (svedese). Eressero una vera e propria fortificazione di forma rettangolare, con ai quattro apici, le torri di cinta. Al suo interno oltre gli spazi dedicati al processo fusorio, erano, la scuderia, l'alloggio del direttore, gli alloggi per i maestri fusori e la prigione. 

Le maestranze che vi operavano erano costituite da 47 tecnici tedeschi e una cinquantina di operai sardi. Non si contavano le maestranze dell'indotto, costituite dai carretoneris, trasportatori, carbonai, taglia legna e tutti i minatori sparsi nelle diverse miniere che estraevano per la fonderia. 

I lavori ebbero inizio nel 1742 e già l'anno successivo entrò in produzione. Anche se non mancarono le prime difficoltà ed in particolare con i minerali provenienti da vecchie miniere pisane del Marganai, che erano frammiste a minerali di zinco, ancora inesplorati e con differenti temperature alla fusione: il piombo necessita di 327 gradi centigradi e lo zinco 420. Si trattava prevalentemente la galena, da dove si ricavava il piombo e l'argento, allora di grande interesse. I trasporti dei minerali avvenivano con i carri a buoi, molto in uso nei nostri territori, in particolare nella conduzione delle terre e trasporto dei legnami. Questi ultimi, tratti dall'importante risorsa vegetale che sovrastava la fonderia, venivano trasformati in carbone per alimentare i forni. Dai dati pervenuti sembrerebbe che ogni fusione avesse la necessita di circa 264 quintali di carbone, che equivalgono, a circa 1.320 quintali di legna.

L'esercizio della fonderia sotto la guida del Mandel, durò una decina d'anni, tra mille difficoltà, fra le quali vengono ricordate le cattive condizioni climatiche nel luogo di produzione, che facilitò l'espandersi della malaria, colpendo pesantemente il nucleo dei tecnici stranieri. Fra coloro che si salvarono, spaventati dalla pericolosità del morbo, alcuni scapparono e non era facile, in quel momento, far arrivare nuovi tecnici, per cui il Mandel dovette ripiegare su maestranze sarde, ma non con le stesse professionalità. Una situazione che portò a continui contrasti con i soci, nella gestione dell'importante impianto fusorio, tanto che, prima uno, poi l'altro, lasciarono l'impresa. Questi furono sostituiti da due finanziatori di religione ebraica: Isacco Lopez Pinchiero e Isacco Neto, che fornirono nuovi capitali, ma poco, pare, conoscevano della gestione industriale, tanto che nella fonderia si venne a creare un clima pesante e di sfruttamento che inaspri gli animi.

La morte dell'economo della fonderia era l'epilogo di uno dei tanti eventi tumultuosi e violenti, in particolare l'omicidio avvenne per il forte contrasto accesosi, tra l'economo, che scartò un carico, accusando il carretoniere di averne aumentato il peso con l'aggiunta di materiali sterili. Era certamente la goccia che fece traboccare il vaso perché i tanti trasportatori che provenivano dalle zone minerarie del Sulcis e del l'arburese e guspinese, faticavano non poco, con strade sconnesse e dissestate, in percorsi lunghi oltre 20 chilometri, senza che mai fosse stato loro riconosciuto un minimo incremento del prezzo di trasporto, fermo alle prime consegne del 1743. 

Questo clima alimentato da continue proteste coinvolse anche l'abitato di Villacidro che sempre meno sopportava la presenza straniera nella propria comunità. A questa complicata e incandescente situazione, si unirono le accuse al Mandel, da parte del Conte Gregory, Consigliere Generale delle Regie Finanze, di trasferire partite di minerale all'estero, usando sempre meno la fusione in loco, come dettato dalle prescrizioni d'uso delle concessioni minerarie, con la giustificazione che non fosse più remunerativo estrarne l'argento. Venne per questo accusato di frode ed avviato il procedimento per la revoca della concessione.

Durante questo lungo travaglio, il Mandel moriva nel 1759. La sua successione non fu facile e dopo diversi affidamenti da parte della Intendenza Generale, nel 1762 la fonderia fu presa dallo Stato Sabaudo ed affidata, con le concessioni minerarie, al direttore del distretto delle miniere Pietro Belly, ma evidentemente non vi furono maestranze appropriate per rilanciarla, si parla infatti di una progressiva decadenza, così come avvenne per le stesse miniere. Dal 1797 la fonderia lavorò in maniera ridotta il minerale proveniente da Montevecchio e Monteponi, ma nello stesso anno venne definitivamente spento l'unico forno rimasto attivo.

Nel 1800 sembravano riaccendersi gli interessi per quell'attività industriale che nel territorio aveva precorso i tempi. Si pensò ad un vero e proprio rilancio ad opera di Edoardo Romeo, conte di Vargas, a cui il Re affidò le miniere della Sardegna. Il conte Vargas, nel 1809 restaurò il complesso industriale del Leni, ma l'intrapresa non diede i risultati attesi, rinunziando così alla concessione, con l'immancabile nuova chiusura della fonderia. L'attività si trascinò per diversi anni ancora, tra nuovi e brevi tentativi di rimetterla in funzione e le immancabili chiusure, dovute anche al fatto che le miniere dal 1848 cominciarono ad essere smembrate ed affidate in concessione con singoli diritti di sfruttamento, come avvenne a Montevecchio, Ingurtosu, ma anche nelle miniere del Sulcis. I nuovi concessionari preferivano vendere il minerale ricavato a società nazionali ed estere e nessuno dei nuovi titolari di miniere si interessò alla fonderia, ormai decadente. Si parlerà ancora del complesso industriale di Villacidro, sul finire dell'800, ma con funzioni diverse, infatti a cavallo fra gli anni 1887 e 1907, vi fu ricavato un'opificio per la produzione di utensili e bacili in rame, Caddaxius.

Prof. Tarcisio Agus, 18 maggio 2020
Presidente del Parco Geominerario, Storico, Ambientale della Sardegna


Vedi anche :
www.parcogeominerario.eu
www.fondazionedessi.it

In foto: Comune di Villacidro, vecchia planimetria della fonderia;  scorcio di Villacidro e scorcio dei boschi oggi.

Riproduzione riservata © Copyright I Parchi Letterari




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