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Breve nota sull’Arberia. Gli Arbёreshe nella storia di'Italia. Di Teresa Ciliberti

18 Maggio 2020

Breve nota sull’Arberia: "Miracolo antropologico" (Pasolini), "modello di integrazione multiculturale" (Altimari, Mandalà, Savoia, Serra), "storia di integrazione ed accoglienza" (Mattarella). Di Teresina Ciliberti

In attesa di riprendere i lavori per l'istituzione del Parco Letterario Girolamo de Rada in Calabria e del Parco Letterario Dritëro Agolli in Albania, pubblichiamo questo prezioso articolo della professoressa Teresa Ciliberti, direttore del Museo della Memoria di Ferramonti, consulente letteraria del Parco Letterario Ernst Bernhard e del Comitato Dante Alighieri di Cosenza. Un documento da leggere con attenzione. 

Molte Comunità Arbёreshe sono vicinissime a Tarsia (Cs) e partecipano attivamente con il Comune alle attività storico culturali del Parco Letterario Ernst Bernhard

Breve nota sull’ARBERIA

di Teresina Ciliberti

 L’Arberia è l’area geografica degli insediamenti albanesi nell’Italia meridionale: un arcipelago di 50 “isole etno-linguistiche”, una enclave di cultura orientale in Occidente, un miracolo antropologico (Pasolini), un modello di integrazione multiculturale (Altimari, Mandalà, Savoia, Serra), una storia di integrazione ed accoglienza (Mattarella). 

L’Arberia si configura, infatti, come un insieme di Comunità in cui vive la Minoranza (1) etnico-linguistica degli Arbёreshe (2), che custodisce gelosamente lingua, religione e tradizione come elementi identitari (3). Tali Comunità arbёreshe hanno avuto origine da successive (dal XV al XVIII sec.) migrazioni (4) di Albanesi verso il Regno di Napoli, il che spiega la frantumazione territoriale dell’Arberia (Abruzzo, Calabria, Lucania, Molise, Puglia e Sicilia), la “diversità/varietà” (5) delle parlate delle Comunità albanofone d’Italia e l’utilizzo del topos letterario (nobilitazione delle origini) nella narrazione illuministica degli insediamenti (6). 

Il flusso migratorio più rilevante fu quello verificatosi nella seconda metà del sec. XV: circa 100mila Albanesi provenienti dall’Albania, dalla Morea e dalla Ciamuria (odierna Grecia) dopo la caduta di Costantinopoli (1453) e dopo la morte di Giorgio Castriota Skanderbeg (1468) (7), loro principe e condottiero nella resistenza al panturchismo ottomano, si diressero verso le coste adriatiche del Sud Italia, fiduciosi nel ricordo della consolidata “Amicitia”, nella Besa (9), tra il loro condottiero, il Re Alfonso d’Aragona e suo figlio Ferrante che promuovevano la politica del ripopolamento (8). Le genti migranti, stanziatesi pacificamente in casolari abbandonati e abitazioni rustiche, riuscirono, tra molte difficoltà e soprusi (10), ad integrarsi nel tessuto sociale ancor feudale del tempo, dando vita a Comunità operose e fornendo, nel corso dei secoli, notevoli contributi alla evoluzione socio-politica del Meridione d’Italia.

Notevole fu, infatti, la partecipazione degli italo-albanesi (tali sono gli Arbёreshe), al Risorgimento italiano (11) e alla Rilindja (Rinascita) albanese (12). Le Comunità arbёrёshe sin dalle origini dinamiche e “autocoscienti” (Faraco 1976, Gambara 1980, Altimari e Savoia 1994) furono, infatti, sedi privilegiate della cultura albanese. Si pensi alle due isole linguistiche roccaforti calabresi d’Arberia, Lungro e San Demetrio Corone, in provincia di Cosenza, da tutti considerati “i templi del patrimonio culturale (Guagliardi):

- Lungro perché, essendo sede dell’Eparchia, è per gli arbёreshe capitale religiosa e cuore pulsante della tradizione bizantina, la cui “divina liturgia”, solenne e simbolica, ha sempre unito la popolazione arbёreshe! L’Eparchia è una realtà singolare sia per le Chiese d’Oriente che per quelle d’Occidente. “Fedele al proprio patrimonio di Fede il popolo arbёreshe si è fatto testimone vivo della tradizione orientale, nel cammino ecumenico [...] vivendo e osservando con pienezza di comunione ecclesiale con la Sede di Pietro, la tradizione bizantina, con il suo patrimonio liturgico, cerimoniale, teologico, spirituale, melurgico” (Donato Oliverio, eparca di Lungro).

- San Demetrio perché è stata la capitale culturale: rilevante per tutto il territorio fu, infatti, la funzione di centro culturale d’eccellenza svolto dal Collegio Corsini fondato nel 1732 da Papa Clemente XI (di origine arbёreshe) a San Benedetto Ullano e poi, nel 1794, trasferito in Sant’Adriano a San Demetrio. Tale centro fu un vero “focolaio di vivacità culturale” (Cassiano,1891) ispirato a idee illuministiche nel campo dell’educazione e dell’istruzione: garantì per molti anni non solo il mantenimento dell’eredità storico-culturale dell’identità arbёreshe e studi classici rigorosi, ma formò intere generazioni arbёreshe ed italiote, clerici progressisti e laici, all’impegno civile attento alle istanze libertarie e democratiche della società italiana. 

Le sollecitazioni della cultura europea filtrate dall’ambiente illuministico napoletano ispirarono – precisa Altimari - molti intellettuali d’Arberia, a partecipare al Risorgimento: ricordiamo tra essi Pasquale Scura e Luigi Giura (che furono ministri di Garibaldi), Agesilao Milano, Domenico Mauro, Attanasio Dramis e Francesco Crispi che diventò poi Presidente del Consiglio dei Ministri.

E - giova ripeterlo con Altimari, Solano, Serra et alii - furono proprio gli Arbёreshe, inoltre, a promuovere il Risorgimento dell’Albania, rivendicandone l’autonomia politica e amministrativa, dopo la costituzione della Lega di Prizrem nel 1878. In questo contesto, rilevante fu il ruolo di Gerolamo de Rada, le cui Rapsodie di un poema albanese (1866), alla cui pubblicazione collaborò anche il Tommaseo, riflettono il legame tra produzione letteraria e cultura tradizionale che caratterizza il Romanticismo arbёrёshe; così come i suoi Canti del Milosao (1836) avevano segnato l’ingresso della letteratura arbёreshe nella modernità, dando nel contempo testimonianza dell’amore per l’antica Patria: in questi poemi è infatti “trasfuso tutto il vissuto linguistico, religioso e culturale che gli Arbёreshe avevano curato e sviluppato come naturale continuità del Moti I Madhe, il Tempo grande, ormai metastorico, della resistenza all’invasione turca” (Zef Chiaromonte). 

Altra Comunità importante fu l’enclave di Palermo, dove il Seminario greco-albanese (fondato anche esso da Papa Clemente XII, nel 1734) ebbe un ruolo fondamentale nella formazione del clero e degli intellettuali italo-albanesi (cfr Cassiano 1981, Mandalà 1983) e servì agli Arbёreshe non solo per elaborare cultura rafforzando la propria identità (sino ad allora affidata unicamente al rito ecclesiastico e alla tradizione orale), ma anche per rilanciare l’economia locale: essi si impegnarono, infatti, a raggiungere un livello di autonomia amministrativa simile alle città demaniali (Zef Chiaromonte). 

I due Collegi, Sant’Adriano a Lungro e Seminario a Palermo, che furono Istituzioni volute dalla Santa Sede in ottemperanza alle disposizioni del Concilio di Trento, incontrarono anche il favore dell’Austria che nell’ambito della “Politica del Levante”, intendeva sostituirsi alla potenza della Serenissima. 

Il ruolo di guida e custodia/sviluppo dell’eredità storico - culturale arbёreshe, che nel passato è stato svolto dal Collegio Corsini di San Demetrio e dal Seminario greco-albanese di Palermo, oggi è mirabilmente svolto dall’ Università della Calabria (Dipartimento di Linguistica, Cattedra di lingua e letteratura albanese -fondata dal papas Francesco Solano ed ora retta dal prof. Francesco Altimari), dall’ Università di Palermo (Facoltà di Storia e Filosofia a cura del prof Matteo Mandalà) e dalla Federazione delle associazioni arbёreshe (F.A.A.) attive nel territorio nazionale. 

Anche i rapporti con la Madre Patria sono attualmente vivi e proficui sia per i frequenti scambi culturali tra Università ed Istituti- italiani (12) ed albanesi- sia per le prospettive di collaborazione connesse al territorio, all’economia e alle infrastrutture.

Prof.ssa Teresina Ciliberti, 18 maggio 2020
Direttore Museo della Memoria di Ferramonti. Consulente letteraria del Parco Letterario Ernst Bernhard e del Comitato Dante Alighieri di Cosenza

Note 

1) Minoranza attualmente riconosciuta e tutelata dalla Legge 482 del 15 dic. 1999, che recepisce i principi di difesa delle lingue minoritarie dell’Onu e della Comunità Europea e attua (sia pure con molto ritardo) la Costituzione della Repubblica che riconosce pari dignità sociale a tutti i cittadini (Art.3) e prevede la tutela delle minoranze linguistiche (Art.6). Occorre precisare, però, che la condizione di “Minoranza protetta” per gli Arbёreshe era già garantita dalla Repubblica di Venezia dal 1475. Zanini in “Venezia città aperta. Gli stranieri e la Serenissima” (Venezia 2009) ci ricorda che gli stratioti si trasferivano con le loro famiglie e i loro papas per prestare la loro opera militare nell’Albania Veneta. E già prima che venisse approvata la normativa nazionale, la tutela delle culture e delle lingue minoritarie è stata oggetto di provvedimento legislativo regionale (Calabria 1979) e oggetto di attenzione del giurista e costituzionalista Alessandro Pizzorusso: “La tutela delle lingue minoritarie ha l’effetto di depotenziare i meccanismi di discriminazione nei confronti di chi parla lingue diverse e di promuovere una educazione alla democrazia e della tolleranza!” (Altimari, Savoia et alii, cit.)

2) L’etnonimo arbёreshe designa quei parlanti, che al di là del luogo di residenza, sono originari di Comunità italiane che hanno le proprie radici storiche nella diaspora albanese dei secoli XV-XVIII. In Italiano, essi sono chiamati italo-albanesi (V. Matanga)

3) Lingua viva e varia l’Arberisht (che risale all’illirico ed è varietà antica del tosco – dialetto del Sud - con qualche inflessione del ghego o dialetto del Nord e qualche prestito dal greco antico) trasmessa prima oralmente e poi codificata in sistemi linguistici per consentirne l’uso scritto nella comunicazione letteraria ed ufficiale; (l’attuale grafia albanese, basata sull’alfabeto latino, venne fissata nel congresso di Monastir del 1908, dopo il grande impegno profuso nella soluzione linguistica da De Rada (cfr le due grammatiche italo-albanesi e i relativi interessi linguistici). Lingua viva ed “accogliente”, perché ha consentito ai profughi albanesi di fondersi con la vita e le vicende storiche dell’Italia loro Patria di adozione. Lingua di memorie, rapsodie e tradizioni popolari di splendida connotazione folkloristica, come la Vallja che è una sorta di ridda, “ballo tondo” cioè danza ritmicamente cadenzata e fiera, (simile alle danze balcaniche, tipiche dei montanari del Dukagini, della kossova e dell’Epiro), che ricorda una importante vittoria di Skanderbeg sull’armata turca: i movimenti della danza rappresentano, infatti, la tecnica di accerchiamento messa in atto da Skanderbeg contro l’invasore turco. Canti d’amore e di nostalgia per la Patria abbandonata, rapsodie e vallje ed altri elementi tradizionali della cultura arbёrёshe mantengono ancora oggi la loro vis rappresentativa dei valori dell’organizzazione delle antiche comunità: dell’Etos originario sono ancora forti, infatti, i valori della Mikprita (ospitalità), della Ndera (onore), della Besa (fedeltà), della Vellamja (fratellanza, rito di parentela spirituale) e della Gjitonia (Vicinato come spazio antropologico di relazione tra Vatra (focolare) e ambito sociale al di fuori della casa). Tutto questo patrimonio culturale- illuminato dalla figura eroica e mitopoietica di Skanderbeg- è patrimonio comune e condiviso tra Arberia e Albania e connota il legame sempre vivo con la Madre Patria.

4) Altimari (1986) ricorda la presenza di gruppi albanesi in Italia già nei secoli XIII e XIV, precisando che nuclei albanesi si erano stanziati nei feudi attribuiti a Skanderbeg e ad altri condottieri albanesi come premio da Alfonso I per l’aiuto militare nella lotta contro gli Angioini e contro i baroni locali: gli stratioti albanesi, per la collaborazione militare ebbero dai sovrani Aragonesi i Capitolati di concessione nei territori di Sicilia e di Calabria, cioè il diritto di raccogliere legna, commerciare e lavorare la terra (De Leo, Serra). Dopo la morte di Skanderbeg, i rapporti con il Regno di Napoli continuarono: Giovanni e Irene Castriota ripararono in Puglia nei feudi ereditati e in seguito alle nozze tra Irene e il principe Sanseverino di Bisignano, furono accolti nei territori del suo principato altri profughi albanesi (quarta emigrazione 1470-1478). Ferdinando Cassiani in “Spezzano albanese nella tradizione e nella storia “ (Catanzaro 1929), ci ricorda, in proposito, le pratiche feudali d’epoca: la potestas coadunandi et affidandi, cioè la facoltà del principe o barone di “fare popolo, prendere sotto la sua protezione uomini liberi che andavano ad abitare le sue terre e che si chiamavano affidati; onde, nelle capitolazioni dei primi albanesi con la badia di Sant’Adriano, gli albanesi affidati vengono in quell’istrumento chiamati commissi”.(p.16) 

 5) Le parlate arbёreshe, pur mantenendo tratti comuni nella struttura di base linguistica, registrano varietà lessicali e morfosintattiche che, dovute al processo di acquisizione di prestiti linguistici da lingue romanze di contatto, sono il risultato di processi di Code-switching (capacità dei parlanti di passare da una lingua all’altra) e di Code-mixing (capacità di produrre enunciati mistilingue). Processi dinamici questi che sono strumenti di vitalità linguistica piuttosto che una spia di sgretolamento del sistema linguistico, (Savoia). Altimari, in proposito, sottolinea la utilità di rispettare i risultati di tante ricerche in ambito arbёresh da parte di noti linguisti ed albanologi che hanno permesso di indagare a fondo le condizioni di eteroglossia dialettale registrate nelle 50 parlate linguisticamente ancora vive in territorio italiano. 

6) Matteo Mandalà, in Mundus vult decipi indaga con acume e metodo - alla maniera di Eric J.Hobawn ,che nella prefazione al suo libro L’Invenzione della tradizione ne indica i procedimenti - e denuncia i miti della storiografia arbёreshe, individuando in Giorgio Guzzetta (1682-1756) e Paolo Maria Parrino (1711-1765) coloro che avevano avviato- con paziente ...disegno illuministico a tavolino - il processo di costruzione dell’identità culturale delle comunità albanesi. Mandalà nel suo interessante libro chiarisce che “Lo schema logico entro cui veniva collocato il discorso storiografico era, nella sua strutturazione formale, in tutto identico a quello che imperava nelle opere settecentesche che miravano a ricostruire la storia dei popoli europei, cioè attraverso un’accorta selezione delle fonti storiche, un’abile utilizzazione delle sacre scritture ,il più o meno esplicito fine di mitizzare le origini”. 

7) Skanderbeg non fu solo l’eroe nazionale (d’Albania ed Arberia), che per gli aiuti militari valorosi orientati ad affrontare l’avanzata turco-ottomana in Europa, Papa Callisto III l’11 settembre 1457 definì Atleta Christi et Defensor Fidei. La forza mitopoietica della sua esistenza ha dato origine a tante leggende e tradizioni locali, rendendolo soggetto di iconografia letteraria, personaggio epico di opere. Numerose sono, infatti, le biografie e le “riscritture” di cui possiamo fruire per comprendere in che senso il mito di Scanderbeg – in un palinsesto epico prima e romanzesco poi - si sia configurato, nel corso dei secoli, come espressione di una cultura di frontiera (Scarsella Alessandro, Università di Venezia Ca’ Foscari). Ecco i testi più noti:

-Antivarino, Historia Scanderbegi (Venezia 1480) 

-Marin Barleti, Historia de vita et gestis Scanderbegi, Epirotarum principis (Venezia 1506 -1510/Roma 1508-1522) 

-Demetrio Franco, Commentario delle cose turche e del signor Giorgio Scanderbeg, principe d’Epyro (Venezia,1539)

-De Rada Girolamo, Skanderbecu i pafan (Napoli,1868-1884) 

-Margherita Sarrocchi, Scanderbeide (Roma 1606/1623) 

-Fan S. Noli, Scanderbeg (Boston,1959 /trad it di A.La porta, Lecce,1993) 

-Naim Frasheri, (fondatore della letteratura nazionale albanese), Historia e Skenderbeut (1898)

-Ismail Kadare, Keshtjella (la Fortezza) (2016) 

Tali narrazioni rilette in diacronia consentono di cogliere il senso della evoluzione del mito di Skanderbeg come Grund della costruzione della identità albanese: in prospettiva mitopoietica Giorgio Castriota, appellato dai Turchi Iskanderbeg (Alessandro Magno), elogiato oltre misura dagli umanisti italiani (Piccolomini, Pontano) diventa Skanderbeg, l’eroe cristiano della libertà, costituendo la prova documentale della antica origine macedone degli albanesi: il suo nome diventa “ garanzia di una origine storica indiscutibile, certificando[...]una continuità albanese dalla storia balcanica all’arrivo degli Arbёreshe in Italia” (F.Miceli) 

 (8) Il termine Besa indica qualcosa in più rispetto al concetto prevalentemente politico di Amicitia dei Romani, ha una connotazione etica che supera il significato di Patto d’alleanza, è Fides, Auctoritas, Onore individuale, Fedeltà alla parola data! 

 (9) Le condizioni socio-economiche del Sud d’Italia e in particolare della Calabria del XV sec., che erano fortemente degradate anche a causa di calamità naturali, spiegano la ragione per cui i baroni locali, ecclesiastici e laici favorirono l’insediamento di questi primi gruppi di immigrati, che furono utilizzati come braccianti e mezzadri (De Leo 1981 in Leonardo M. Savoia, La minoranza linguistica arbёreshe, p.254, e Mandalà, in Studio antropologico della comunità arbёreshe/ Gli antichi insediamenti in Italia della comunità albanese p.21) Gli insediamenti dei successivi coloni furono preceduti dalla emissione della regolare autorizzazione (licentia populandi) e dalla successiva stipula dei Capitoli di fondazione, veri atti notarili, che costituiscono una documentazione valida a comprendere le reali condizioni economiche e sociali in cui nacquero e si svilupparono gli insediamenti tra il 1400 e il 1500 (Mandalà e Serra). 

 (10) Si pensi alla politica coercitiva dei vescovi latini e dei baroni locali che ha connotato processo di Latinizzazione di alcune popolazioni arbёreshe costrette ad abbandonare il rito greco-bizantino! Si pensi alla terribile vicenda di Spezzano Albenese documentata da Franco Marchianò e alla Vexata Quaestio tra la Curia rossanense e gli Arbёreshe di San Giorgio Albanese puntualizzata nella preziosa “Risposta di Filarete” recentemente edita a cura della F.A.A. (Federazione delle Associazioni Arbёreshe). 

 (11) Tra i vari studi storici relativi al contributo degli arbёreshe al Risorgimento pregevoli (per partecipazione e testimonianza diretta il primo e per attenta e minuziosa ricostruzione storica il secondo) sono da considerare:

-Gennaro Mortati, ll Risorgimento italiano. Riflessioni politiche. (Firenze1863)

-Francesco Marchianò, Il ruolo strategico di Spezzano Albanese e del suo territorio durante il Risorgimento, in Katundiyne, A46, n.154, 1/2015. 

(12) La Rilindja Albanese fu un movimento storicamente e politicamente complesso, si articolò in più fasi sino alla indipendenza dell’Albania (1912)e vide gli Arbёrёshe sempre attivi. Tra gli iniziatori della Rilindja è doveroso ricordare, infatti, il grande scrittore arberesh di Macchia alb. Girolamo de Rada, che con il giornale L’ Albanese d’Italia edito a Napoli nel 1848, si fece portavoce della questione albanese in Europa. Egli fu anche Presidente del Comitato Società nazionale albanese e in tale ruolo organizzò due importanti Convegni linguistici: nel 1895 a Corigliano calabro e nel 1897 a Lungro. In seguito altri intellettuali arbёreshe, quali Anselmo Lorecchio di Pallagorio, Terenzio Tocci di San Cosimo Alb., Orazio Iranni di Lungro, Michele Marchianò di Macchia Alb. e Agostino Ribecco da Spezzano Alb. difesero ad oltranza l’esistenza dell’Albania e l’indipendenza dello stato albanese, rivendicandone i territori verso la Grecia, la Serbia, la Bulgaria, il Montenegro e la Macedonia sulla base del nuovo naturale assetto politico-territoriale balcanico. 

 (13) Basti pensare alla Società Dante Alighieri che il 29 maggio 2018 ha inaugurato l’apertura della Scuola italiana a Tirana. il primo Centro Dante nel mondo e a I Parchi Letterari, per aver partecipato, il 13 ottobre 2019, alle celebrazioni per l’anniversario della nascita del poeta Dritero Agolli. 

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI 
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BALDI_SAVOIA; Cultura e identità nella lingua albanese (Unifi, 2017)
BERISHA Anton Nike, L’importanza della letteratura arbёreshe per la conservazione e l’arricchimento della sua cultura (Unical)
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GUAGLIARDI Damiano, La diversità arbёreshe (laformazione, la storia, l’insediamento ,vol.I, (Cosenza 2013)
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SAVOIA Leonardo, Studi sulle varietà arbёreshe (flore.unifi.it) 
SERRA Alessandro, Spezzano Albanese nelle vicende storiche sue e dell’Italia 1470-1945 Ed.Trimograf
SOLANO Francesco, I dialetti albanesi dell’Italia meridionale (Castrovillari 1979),   Manuale di lingua Albanese (Cosenza, 1988), La realtà storico-linguistica delle comunità albanesi d’Italia (Fondazione Universitaria”F:SOLANO”)


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