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Da questa parte del mare: il racconto delle migrazioni viste da Giuseppe Cederna

18 Dicembre 2020
Da questa parte del mare: il racconto delle migrazioni viste da Giuseppe Cederna
Il testo di Cederna si accompagna e ci regala una drammatica preghiera laica, un lucidissimo canto di denuncia e compassione con Home, poesia di Warsan Shire. Di Giuseppe Cederna. A cura di Ginevra Sanfelice Lilli

di Giuseppe Cederna

Il Mediterraneo è il mare della vicinanza. E’ l’Odissea, l’Acropoli di Atene. E’ Kastellorizo, l’isola del film “Mediterraneo”: “italiani greci: mia faccia mia razza”- una faccia una razza. Ma per me è anche un mare di casa, di famiglia. Mio padre Antonio era un archeologo e ricordo le prime vacanze sulle coste e le isole mediterranee con mia madre e i miei fratelli: Corfù, Creta, Rodi. 

 Da molti anni il Mediterraneo continua a chiamarmi. E’ un maestro severo e generoso. E qualche tempo fa mi ha regalato una lezione che non dimenticherò più. Ero tornato a Samos con Alessandra, la mia compagna. Avevamo affittato un motorino e dopo tre o quattro giorni avremmo preso il traghetto per Patmos, l’isola dell’Apocalisse e poi chissà, forse altre isole, altre vicinanze. Prima del porto superiamo una lunga, lunghissima fila di corpi seduti per terra sotto il sole. Sono vestiti diversamente da noi, le donne hanno la testa coperta e lunghe gonne scure, gli uomini giacche e felpe un po' troppo pesanti. Ci sono anche vecchi e molti bambini. Tre generazioni sedute compostamente a terra. Questo mi aveva colpito. 

Chi sono, cosa aspettano? Quale agenzia ha organizzato il viaggio di tutte queste famiglie? Poi improvvisamente ho capito: sono loro i “Migranti”. Samos e le altre isole del Dodecaneso sono vicinissime alla costa turca. Migranti: quella parola letta, ascoltata, nominata migliaia di volte, era lì in carne ed ossa. Aveva corpi, facce, vestiti. Era quella fila immobile sotto il sole. Migranti. Cosa ci fanno i migranti nella mia vacanza? Un attimo brevissimo di vergogna. Poi via, in motorino, alla ventura verso la punta più remota dell’isola. Poi te ne dimentichi, sei in vacanza. Che meraviglia saltare di isola in isola, partire, scendere a terra, imbarcarsi di nuovo. 

Un pomeriggio il traghetto sosta in un’isoletta, poco più di un atollo e alcuni migranti salgono a bordo. Sono vicini a te e sembrano contenti, quasi in vacanza anche loro. Vorresti parlarci ma sono sorvegliati da poliziotti in borghese. Non possono muoversi dai loro posti. Tu invece sbarchi. E te ne dimentichi di nuovo. Passano i giorni, stai tornando a Samos e il traghetto attracca nella stessa isoletta dell’andata. Laggiù in fondo al porticciolo, tra le ultime case, c’è una massa scura di corpi. Migranti. A colpi di fischietto, urla e spintoni i poliziotti li stanno raggruppando per imbarcarli. Quando ripartiamo sul traghetto ci sono più migranti che turisti. E siamo seduti gli uni accanto agli altri. C’è una bella atmosfera. Bambini che corrono tra le panche come in ogni traghetto del mondo e coppiette che si fotografano come turisti in crociera. Sono tutti allegri, il viaggio prosegue: via dalla guerra, via dai campi profughi, via dalla paura, via dalla Turchia verso l’Europa. Un’altra vita.

 I due giovanissimi fratelli seduti davanti a noi sono curdi. “Germania. Noi andiamo in Germania.” Si alzano, stiamo arrivando a Samos. “Puoi farci una foto con il porto e l’isola che si avvicina?“Certo. Eccola. Ciao. Buona fortuna”. Tutti i viaggiatori mediterranei, lo sanno: dai traghetti delle isole si viene partoriti in mucchio, tutti insieme: scalette, sacco in spalla, abbronzature. Ho appena posato il mio piede destro sul molo di Samos quando un poliziotto mi afferra per il braccio e mi spinge violentemente verso la fila dei migranti. Mi divincolo e gli urlo qualcosa. E’ una reazione di spavento, poi di rabbia. Dopo qualche metro mi volto a guardarli. Donne, uomini, bambini dietro una rete metallica. Quella ragazzina ha gli stessi occhi neri e gli stessi leggins rosa shocking di Emma, mia nipote. Improvvisamente mi vergogno di quella reazione volgare, così sguaiata. Ma non posso farci niente. Ora li vedo meglio. Non siamo uguali. Siamo diversi. Molto diversi. Io la mia carta di identità, la mia vacanza e la mia casa che mi aspettano. Loro si sono lasciati alle spalle una terra in fiamme. 

Ce ne andiamo ma io sento ancora la morsa del poliziotto. Il mare della vicinanza quel giorno mi ha insegnato la distanza. Mi ha riportato da questa parte del mare. E da quel giorno ho sempre queste parole con me. Mi aiutano a sopportare la vergogna e il dolore di quella mano sul braccio. Sono di Warsan Shire, una poetessa africana, nata in Kenia, fuggita da piccola in Somalia e arrivata in Inghilterra. E’ inglese ora, vive e lavora a Londra. Lei sa benissimo cosa vuol dire lasciare una casa in fiamme. La sua poesia si intitola Home.

Warsan Shire - Home
(trad. Giuseppe Cederna, Paola Splendore)

Nessuno lascia la sua casa a meno che
la casa non sia la bocca di uno squalo
fuggi verso il confine solo
quando vedi tutta la città in fuga
i tuoi vicini che corrono più veloci di te
il tuo compagno di scuola
che ti baciava follemente dietro la fabbrica di lattine
ora impugna una pistola più grande di lui
lasci casa
quando è la casa a scacciarti.
nessuno lascia casa a meno che non sia la casa a inseguirti
non l’avresti mai fatto
se non fosse per la lama incandescente sul collo
e nonostante tutto continui a mormorare l’inno nazionale
sottovoce
e solo dopo aver strappato il passaporto nei bagni di un aeroporto
singhiozzando ad ogni boccone di carta
ti è improvvisamente chiaro che non ci tornerai più.
dovete capire,
nessuno mette i suoi figli su una barca
a meno che l’acqua non sia più sicura della terra
nessuno si brucia i palmi delle mani
sotto i treni
tra i vagoni
nessuno passa giorni e notti nel ventre di un tir
nutrendosi di giornali a meno che i chilometri
non valgano il viaggio.
nessuno striscia sotto i reticolati
nessuno vuole essere picchiato
compatito
nessuno sceglie i campi profughi
o il dolore delle perquisizioni
o il carcere,
perché il carcere è più sicuro
di una città in fiamme
e un secondino
nella notte
è meglio di un camion di
di uomini che assomigliano a tuo padre
nessuno ce la può fare
nessuno potrebbe sopportarlo
nessuna pelle può resistere a tanto
andatevene a casa neri
rifugiati
sporchi immigrati
in cerca di asilo
che prosciugate il nostro paese
negri con quelle mani tese
hanno un odore strano
selvaggio
avete distrutto il vostro paese e adesso
volete distruggere il nostro
le parole
gli sguardi cattivi
come te li scrolli di dosso
forse perché il colpo è più leggero
di un arto strappato
o le parole più tenere
di quattordici uomini tra
le cosce
o gli insulti più facili
da inghiottire
delle macerie
delle ossa
del corpo di tuo figlio
fatto a pezzi.
voglio tornare a casa,
ma la mia casa è la bocca di uno squalo
la mia casa è la canna di un fucile
nessuno lascerebbe casa a meno che non fosse
la casa a spingerlo verso il mare
la casa a dirgli
corri più veloce
dimentica i tuoi stracci
striscia nel deserto
affronta gli oceani
annega
salvati
fatti fame
elemosina
dimentica l’orgoglio
la tua sopravvivenza è più importante.
nessuno lascia casa se non quando è la casa
a sussurrarti-
vattene,
fuggi da me adesso
non so più cosa sono
ma so che ogni altro posto
è più sicuro di questo

Foto di Copertina di Simone Corallini


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