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Calcio e Lettere

13 Gennaio 2021
Calcio e Lettere
Una passeggiata nello sport del secolo breve. di Massimiliano Bellavista

È stato senza dubbio, per eccellenza e nobiltà, lo sport del secolo breve. Ma scrivere di calcio non è stato affatto un monopolio dei giornalisti sportivi né del rilevante numero di calciatori (e allenatori) che di sé e della propria vita hanno scritto quando il pallone per loro ha smesso di rotolare. 

Agli scrittori, a molti scrittori, è toccato spesso il compito di occuparsene. Con stili diversi, certo, e anche con diverse finalità. Di Montanelli spesso si ricorda una affermazione: «Forse uno dei guai dell'Italia è proprio questo, di avere per capitale una città sproporzionata per nome e per storia, alla modestia di un Popolo che quando grida "forza Roma" allude solo ad una squadra di calcio». Si conosce un po’ meno il fatto che l’11 maggio 1969 il giornalista, che si trovava a Parigi per seguire le elezioni presidenziali francesi, lasciò perdere per qualche ora Pompidou, Poher e la politica internazionale e, dopo aver ascoltato la radiocronaca di Juventus-Fiorentina, partita decisiva per il secondo scudetto della Viola, travolto dall’emozione buttò giù seduta stante un pezzo su questo match.

Non fu da meno Mario Soldati che alla verde età di 75 anni fu un inviato molto speciale del Corriere della Sera alla Coppa del Mondo del 1982. Pubblicherà persino un libro nel 1986 su quella esperienza Ah! Il Mundial!. Nel libro capita che a volte si innervosisca un po’ proprio per il comportamento di Paolo Rossi, che tiene sempre, troppo (secondo lui) la palla. Ad esempio scrive il 17 giugno 1982 (Italia-Polonia): «proprio in quell’area Paolo Rossi tre o quattro volte si aggirò, insistette a aggirarsi con funambolesca agilità di gambe e piedi giocolieri intorno al pallone, mentre a pochi metri un suo compagno attendeva il passaggio, e mentre invano un avversario tentava di insinuarsi rompendo l’incanto».

Il calcio vuole a volte dire superare dolorosi infortuni, sopportare lunghi recuperi, come è stato per Rossi. Scrive Ernest Hemingway nel racconto In un altro paese (1938): «Il dottore si avvicinò alla macchina… Il mio ginocchio non si piegava e la gamba pendeva irrigidita dal ginocchio alla caviglia, senza polpaccio, e la macchina doveva piegare il ginocchio e farlo muovere come se andassi in bicicletta. Ancora non si piegava, però… Il dottore disse: “Tutto questo passerà. Lei è un giovanotto fortunato. Tornerà a giocare a football come un campione”».

Ginocchia deboli. Che fanno la storia o decidono la vita, propria e altrui. Ne soffriva anche Matthias Sindelar, la stella del Wunderteam austriaco degli anni Trenta, il Mozart del Calcio due volte vincitore della Mitropa, nel 1933 e 1936, l’antesignana della Coppa dei Campioni. Nel 1923 a soli vent’anni, cade e si lesiona il menisco. Sembra impossibile, ma rinasce più forte di prima, i tifosi di tutta l’Austria lo adorano, gli inglesi lo vogliono all’Arsenal. Ma ogni Mozart è destinato ad incontrare sempre un Salieri. Ed eccolo il 3 Giugno 1934, alle 15.00, contro la Nazionale di Vittorio Pozzo, alle prese con un demonio di incontrista come Luisito Monti. Carosio commenta la partita. Pozzo sapeva che affidarlo alle cure di Monti era l’unico modo per fermarlo. Matthias viene letteralmente massacrato dai falli dell’oriundo azzurro Luisito Monti, senza che un arbitro troppo casalingo combini alcunché. Sindelar si infortuna, l’Austria perde 2-1 e il Mondiale, lo vincerà proprio l’Italia. All’ospedale, dove arriva con il ginocchio gonfio come un melone, c’è bisogno di un’interprete. Mein Knie Tut Weh! Mein Knie Tut Weh! Un medico conosce un’insegnante e traduttrice di origine ebrea, Camilla Castagnola, che abita nel suo stesso condominio. Così Sindelar conosce sua moglie, che lo segue durante tutta la riabilitazione.

E poi il 3 aprile del 1938 allo stadio Prater di Vienna alla presenza di tutti i gerarchi nazisti, si gioca l’“Anschlussspiel”, la partita della “riunificazione”, l’ultima partita prima che l’Austria diventasse ‘Ostmark’. Doveva essere una farsa, con una facile vittoria della Germania. Ma hanno fatto i conti senza Sindelar che al settantesimo fa un gol di rapina, approfittando di una improvvida respinta del portiere, e poi va ad esultare in faccia a Goebbels. Come se non bastasse, non li omaggia con il saluto nazista, proprio come fece il nostro Bruno Neri nel 1931, quando si inaugurò l’attuale Artemio Franchi. Gli perdonano tutto, ma non il fatto che si rifiuti di giocare per la Germania. Il 23 gennaio del 1939 Matthias Sindelar e Camilla Castagnola, vengono trovati morti nel loro appartamento di Vienna, apparentemente avvelenati da monossido di carbonio…ma nessuna indagine viene condotta per quello che a tutt’oggi rimane un mistero. 

Ci pensò allora lo scrittore Friedrich Torberg, scrittore, giornalista ebreo austriaco, di origine ceca, inseguito per tutta Europa dai nazisti, ad illuminare la sua storia per sempre, con una splendida poesia, Sulla morte di un calciatore, di cui traduco liberamente alcuni versi: 



Era il preferito 
tra tutti i ragazzi
 si chiamava Matthias Sindelar.
Si trovava sempre- e dove altro?-
al centro di una piazza verde
perché era un centravanti
Giocava a calcio a parte questo
Non sapeva gran che della vita
Viveva perché doveva solo vivere
Di calcio e per il calcio
Ha giocato a calcio come nessun altro
era pieno di intelligenza e immaginazione.
Ha giocato disinvolto, leggero e allegro,
ha sempre giocato, non ha mai combattuto.
Spostava da parte i suoi capelli biondi,
buon Dio, poi partiva all'assalto di quella sua piazza verde
a volte dritto fino in porta.
L'Hohe Warte applaudì,
il Prater e lo Stadion,
quando confondeva l’avversario con un sorriso
e poi lo lasciava sul posto da lui con la sua corsa veloce.
Finché un giorno un altro avversario
improvvisamente si mise sulla sua strada,
uno strano e terribilmente superiore,
davanti al quale non c'era tattica né rimedio (…)

I capelli biondi. Come quelli del portiere Platko. Nel 1928 Rafael Alberti scrive l’ Ode a Platko, poesia che dedicò all’estremo difensore del Barcellona Ferenc Plattkó Kopiletz. Alberti si recava allo stadio occasionalmente, in quel caso per una finale di Copa del Rey disputata tra Barcellona e Real Sociedad. O meglio, lui assistette solo alla prima delle tre finali, perché, finendo le prime due in parità e non essendo allora previsti i calci di rigore, la partita si giocò e si rigiocò ben altre due volte. Comunque il portiere del Barcellona fu l’autentico eroe di questo trittico: parò, salvò il risultato, si prese in testa al posto del pallone il calcio che avrebbe segnato la sconfitta della sua squadra. Rientrò in campo dopo le cure, coi punti di sutura e con altri vistosi segni dei danni fisici subiti. E Alberti, impressionato, gli dedicò questi versi, bellissimi


Né il mare,
che davanti a te saltava senza riuscire a difenderti.
Non la pioggia. Non il vento, che era quello che ruggiva di più
Né il mare né il vento, Platko,
biondo Platko di sangue,
portiere nella polvere,
parafulmini.

C’era poi chi si teneva sistematicamente da tutti questi clamori ed emozioni, fino a che, quasi per sbaglio, ci si trova nel mezzo, da spettatore inconsapevole, ma forse proprio per questo, in grado di raccogliere quella poesia. Umberto Saba non era un tifoso, ma un giorno riceve un biglietto in regalo da un amico per una partita, Triestina – Ambrosiana. E, conquistato da quell’atmosfera per lui insolita, scrive nel suo Canzoniere, Cinque poesie sul gioco del calcio

Goal
Il portiere caduto alla difesa
ultima vana, contro terra cela
la faccia, a non vedere l’amara luce.
Il compagno in ginocchio che l’induce,
con parole e con la mano, a sollevarsi,
scopre pieni di lacrime i suoi occhi.
La folla - unita ebbrezza- par trabocchi
nel campo: intorno al vincitore stanno,
al suo collo si gettano i fratelli.
Pochi momenti come questi belli,
a quanti l’odio consuma e l’amore,
è dato, sotto il cielo, di vedere.
Presso la rete inviolata il portiere
- l’altro- è rimasto. Ma non la sua anima,
con la persona vi è rimasta sola.
La sua gioia si fa una capriola,
si fa baci che manda di lontano.
Della festa - egli dice - anch’io son parte.

Mozart e Salieri, attaccanti e portieri. Il calcio, come la letteratura, si può giocare in prosa e in poesia. E un campione, come è stato il nostro Paolo Rossi, proprio come un ottimo scrittore deve saper padroneggiare tutti i generi e i registri. Pier Paolo Pasolini, si sa, la vedeva così: «Il calcio è l’ultima rappresentazione sacra del nostro tempo. È rito nel fondo, anche se è evasione. Mentre altre rappresentazioni, persino la messa, sono in declino, il calcio è l’unica rimastaci. Il calcio è lo spettacolo che ha sostituito il teatro… Il football è un sistema di segni, cioè un linguaggio… con i suoi poeti e i suoi prosatori…»

In questo sistema di segni, tuttavia, arriva sempre il momento di abbandonare la logica e usare l’istinto. Racconta Peter Handke in Prima del calcio di rigore «Il portiere si domanda in qual angolo l’altro tirerà - disse Bloch.-e conosce il tiratore, sa quale angolo si sceglie di solito. Può darsi però che anche l’incaricato del calcio di rigore calcoli che il portiere ci pensa. Quindi il portiere pensa che oggi, per una volta, il pallone arriverà nell’altro angolo. Ma se il tiratore continuasse a pensare insieme al portiere e decidesse quindi di tirare nel solito angolo? E così via, e così via».

Come in letteratura insomma, anche nel calcio troppi schemi e ragionamenti fanno male. E può succedere come nel meraviglioso libro di Manuel Vázquez Montalbán, Il centravanti è stato assassinato verso sera. «Gerardo Passani non era stato assunto come allenatore della squadra senza tener conto del ruolo del ruolo che avrebbe disimpegnato Mortimer nello schema tattico generale. Passani era conosciuto in tutto il mondo per la teoria del doppio centrocampismo che qualche cronista italiano aveva denominato schizocentrocampismo. Tatticamente la teoria nasceva dall’allargamento del centrocampo a sei giocatori che si sdoppiavano in un centrocampismo di Copertura e in uno di Attacco che, nella fase offensiva, apriva spazi e aspettava il pallone da un centravanti di sfondamento, improvvisamente spalleggiato dall’intervento dei tre centrocampisti di spinta, dotati di grande velocità e potenza di tiro anche da fuori area. Questi sei uomini erano la chiave e, sulla lavagna, diventavano una formula di riferimento: 6= 3A/3C= 6AC».

Foto di Copertina di Mustang Joe
Credits: 
Mario Soldati - file is licensed under the Creative Commons Attribution-Share Alike 3.0 Unported license
Indro Montanelli - Fondazione Montanelli
Peter Handke - file is licensed under the Creative Commons Attribution-Share Alike 3.0 Unported license

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