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L’ottavo giorno

18 Marzo 2021
L’ottavo giorno
L'Ottavo Giorno è tratta dal libro La Poesia è morta e altri versi, in cui il suo autore, Massimiliano Bellavista, dialoga con il suo alter ego, sul valore della poesia nella società moderna.

La raccolta La Poesia è morta e altri versi  è un libro-ossimoro-laboratorio nato, grazie all'aiuto di Michele Caccamo e dell'Editore gruppo Lit, per negare ciò che afferma. La poesia non potrà mai morire. Massimiliano Bellavista dialoga con il suo alter ego, il poeta e viaggiatore sudamericano Xavier Ilya Calosimos, sulla valenza della poesia nella società moderna, recuperando e rielaborando varie tecniche tra cui quelle del prosimetro e del calligramma. Un libro nato in pieno lockdown che ha riscontrato una diffusione e un gradimento inattesi per un volume del genere, forse perchè può essere letto anche come un libro di viaggio o di racconti, dove ogni testo è di fatto una storia o un gioco a sè stante.














L'Ottavo Giorno

Hamzah è irrequieto e non fa che dondolarsi
modulando nel vento una nenia sottile
seduto con le gambe incrociate
sembra Giona
fuori dalla balena
o forse un sasso
ben levigato dal tempo.

Se ne sta rannicchiato con pervicacia
a quattro arbusti stenti e scomposti quanto il suo corpo.
Come se potessero nutrirlo.
È cieco in volto
tuttavia non è affatto cieco il suo cuore
mi ha salutato ancor prima che io potessi vederlo,
ben prima credo che gli arrivasse il rumore stanco dei miei passi.

Suo fratello minore Sunday
quanti anni fra loro? – forse un decennio forse secoli –
ha chiare iridi d’erba
e rumina piccole foglie tra i denti
sugli altipiani lo aiuta a vivere
quando non cerca acqua e cibo
si aggira in caccia di pietre
dove scrivere le poesie che lui gli detta.

Ce ne sono dovunque
vergate nettamente sul granito con un gesso bianco
lungo i torrenti,
lungo il sentiero che ho percorso
nelle piazzole in terra battuta dove si radunano gli animali
persino giù a perdita d’occhio
dentro frequenti strapiombi rocciosi.

Solo quando Sunday gli siede accanto
Stanco di implorare il cibo al cielo e alla terra
Stanco di scrivere le sue poesie
lo sguardo di Hamzah si alza convinto verso il cielo
e così fa il fratello, vedendo per lui,
candida copia della sua anima.
Somigliano a due appassiti girasoli del deserto.

Una delle poesie di Hanzah si intitola l’ottavo giorno.
E l’ottavo giorno
l’alba si vestì di pace
Dio e l’uomo fusi nel sonno e confusi in un unico sogno.

In quel tempo
Dio parlava all’uomo
e l’uomo posava silenzioso i suoi pensieri
nelle pieghe dei pensieri di Dio
come fiori in un vaso di cristallo.
Ma il sonno dell’uomo subito si fece agitato.

Quando l’uomo si destò
Dio dormiva ancora
vide quanto la parola di Dio aveva creato
e d’un tratto si scoprì muto
la sua gola
articolava solo suoni incomprensibili
e quei suoni non sapevano creare nulla.

L’uomo non disse niente e creò l’invidia
e l’invidia subito si dipinse in cielo
come il fuoco del tramonto
e gli creò in cuore la noia del mondo.
E la noia infine generò la rabbia.
e da quell’istante ogni cosa creata da Dio
ai suoi occhi ebbe un’ombra e un mistero.

Quando il giorno era pieno
vide che Dio si era destato e lo osservava
con occhi curiosi.
Pensò nella sua mente
il da farsi il da dirsi
quello sguardo non lo innamorava come un tempo
lo faceva sentire solo
quello sguardo era la sferza di un giudizio
era pensiero che spiava i suoi pensieri
lo trapassava come quello del sole
lo frastornava come le mille stelle notturne
che al crepuscolo si confondevano con gli occhi dei predatori
e lo terrorizzavano.

Allora separò nella sua mente il frastuono che sentiva in cuore
dal silenzio che sentiva in testa
ma il silenzio una volta libero
si fece troppo grande
e si dipinse in cielo come il vento e le nubi
e presto lo circondò come un velo.
Dio depose nella sua testa una domanda.

Allora l’uomo gli disse
prestami le Tue parole per spegnere il mio silenzio
anche una sola parola
prestamene il suono per cantare
un racconto
quel racconto
sarà il metallo di cui forgerò la mia memoria
quella memoria
cullerà il mio sonno
il sonno
spegnerà la mia rabbia
le mie mani piene di frutti
Ti venereranno.

Ma Dio non rispose.
L’uomo prese coraggio e chiese di nuovo
prestami almeno la Tua lingua
per distinguere la dolcezza di un suono
dall’asprezza di un grido.
Prestami le Tue orecchie per istruire la mia bocca
per sentire le parole muoversi
scoccare come un lampo dal cielo di uno sguardo
per raggiungerne un altro.

Prestami i Tuoi occhi
per imparare a leggere il mondo
per distinguere l’orma di un piede
dal segno tracciato da una mano.
Dio sulle prime non rispose ma poi si pentì
per la prima volta gli parlò muovendo l’aria
la sua voce mai udita scosse l’uomo
Ti faccio dono della poesia e questo sarà tutto – disse.

E da quel momento
allo stesso istante
l’uomo fu Dio per un battito d’ali
che è il tempo che dura ogni canto
e fu dannato per l’eternità
che è il tempo che dura ogni silenzio.

Ma con le parole che conobbe poté infine creare.
Imparò a gustarle perché gli solleticavano la lingua.
Imparò a vederle, perché le scriveva ogni dove
sui muri, sulla carta, persino sulla propria pelle.
Imparò a toccarle, incidendone il suono nella pietra.
Imparò a udire le parole degli altri uomini.
Imparò persino a odorarne l’essenza.

E di nuovo poté
tornare ad essere amico sincero di Dio.
Hamzah mi si è avvicinato, non so come
possiede memoria esatta del luogo
dove suo fratello ha riposto ogni sua parola
come Dio ha memoria di ogni filo d’erba del creato.
È la poesia il solo senso dell’uomo – mi dice.


Riproduzione riservata © Copyright I Parchi Letterari


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