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Un mistero mai svelato, un libro introvabile, un amore travolgente. E’ la storia di Dino Campana

20 Aprile 2021
Un mistero mai svelato, un libro introvabile, un amore travolgente. E’ la storia di Dino Campana
Dino Campana è il poeta di un solo libro che nessuno voleva pubblicare. Emilio Cecchi fu uno dei pochi a parlarne bene insieme a Soffici, il quale fece scoprire i Canti a Sibilla Aleramo. Lei aveva quarant'anni, lui 31.

Un mistero mai svelato, un libro introvabile, un amore travolgente. E’ la storia di Dino Campana, un poeta straordinario, umiliato in vita, ma osannato subito dopo la  morte. Nacque a Marradi il 20 agosto 1885.  Si iscrisse, a 19 anni, alla facoltà di chimica a Bologna e poi a Genova.  Fuggì a   Milano e poi in Svizzera e Francia fino a quando il padre non lo fece rinchiudere nel manicomio di Imola. Uscì e si imbarcò per l’Argentina dove  fece il bracciante, il musicista, il pompiere. Ritornò vagabondando per Belgio e Francia. Il padre lo fece  rinchiudere di nuovo. Entrò nel manicomio di  San Salvi, a Firenze, il 12 gennaio 1918 e da lì venne trasferito in quello di  Castelpulci, a Badia a Settimo, nel comune di Scandicci. Vi rimase 14 anni.  Morì  il 1° marzo 1932, proprio quando stava per essere dimesso.  La morte, secondo il referto dei medici, fu causata da una  «setticemia  acutissima». Aveva 47 anni. Quasi un terzo della sua  vita l’aveva passata negli ospedali psichiatrici. Ma la  cartella clinica di San Salvi non si trova.  Resta il mistero della sua malattia. Forse  ereditata da uno zio o forse solamente temuta dai suoi genitori.

 Dino Campana è il poeta di un solo libro che nessuno voleva pubblicare.  Nel 1913  consegnò il manoscritto, intitolato Il più lungo giorno,  a Papini. Il quale lo lesse e lo dette ad Ardengo Soffici che durante un trasloco lo perse. Campana lo richiese invano. Una tragedia. Tornò a  Marradi e nella soffitta della sua casa, in via Pescetti 1,  con l’aiuto della sua  memoria, lo  riscrisse da capo, fra  dicembre e gennaio. Il libro prese il nome di  Canti orfici.  Il tipografo di Marradi, Bruno Ravagli, voleva 200 lire per stamparne mille copie.  L’amico Luigi Bandini organizzò una raccolta fondi.  Ogni sottoscrittore doveva versare due lire e cinquanta. In cambio avrebbe avuto una copia del libro. Servivano 80  finanziatori. Ne trovarono 44. L’importo di 110 lire venne consegnato a Ravagli. Campana si impegnò a versargli le altre 90 lire man mano che  avrebbe venduto il libro. I Canti orfici vennero stampati nel luglio 1914.  Al poeta toccarono venti copie.  Le vendeva per strada o nei caffè di  Firenze e  Bologna. Più volte riprese le copie dal tipografo, il quale una decina di anni dopo chiuse la sua attività. Nel 1930 mentre si trovava rinchiuso nel manicomio di Castelpulci, scrisse al fratello Manlio  invitandolo a  recuperare le copie del suo libro che erano rimaste da Bruno Ravagli. Nella tipografia c’erano  ancora 210 copie. I libri vennero portati in un mezzanino di casa Campana. Al passaggio del fronte, secondo Antonio Castronuovo, vennero bruciate dalle truppe anglo-indiane, per scaldarsi.

 Emilio Cecchi fu uno dei pochi a parlar bene di Campana insieme a Soffici,  il quale fece scoprire i «Canti» a Sibilla Aleramo. Lei aveva quarant'anni e  un passato  da donna emancipata: divorziata dal marito, perso l'affidamento del figlio, amante fra l’altro di Cardarelli e Boccioni. Campana  ne aveva 31, parlava cinque lingue, conosceva la  letteratura italiana dal ’300, quella americana e recitava a memoria le poesie di Walt Withman.  Sibilla Aleramo (il suo vero nome era Rina Faccio) gli scrisse. Si incontrarono il 3 agosto del 1916 al Barco di Rifredo, vicino a Borgo San Lorenzo. Mentre la prima  guerra mondiale  infuriava, fra i due scoppiò l’amore, travolgente e disperato. Scriveva Sibilla: “ Sei tu che mi squassi? Che cosa m’hai messo nelle vene?  E sempre ho negli occhi quella strada col sole, il primo mattino, le fonti dove m’hai fatto bere, la terra che si mescolava ai nostri baci. Prendimi, tiemmi, io non ti lascio, bruceremo”.  E ancora: “Corro, appena il treno mi porta via da questa stazione che è diventata la mia casa. Il viaggio è lungo, penso ai suoi capelli scompigliati, al suo maglione malandato e so che di lui potrò nutrirmi. So che lo troverò lì, tra i suoi monti, steso sull’erba con i suoi fogli, i suoi mille fogli, a lanciar parole al vento a farsi trascinare da questa pazzia a vomitare nei burroni le sue poesie per sentire l’eco recitare come un bambino reverente”. Sibilla e Dino si presero, si lasciarono e si ripresero. Camminarono, viaggiarono, si amarono. Fino al 13 settembre 1917 quando Campana, alla ricerca disperata di Sibilla, venne fermato a Rubiana, a una trentina di chilometri da Torino,  perché probabilmente  senza documenti. Venne arrestato. Il loro ultimo incontro si svolse nel carcere di Novara.

Molti anni dopo, il colpo di scena. Alla morte di Ardengo Soffici, avvenuta il 19 agosto 1964, i familiari cominciarono  a mettere ordine nelle carte del pittore. In un baule trovarono il manoscritto che Dino Campana aveva consegnato a Papini e che Papini aveva passato a Soffici. La notizia del ritrovamento venne data il 7 giugno 1971 da Mario Luzi sul Corriere della Sera. Sì, ci sono differenze  con i Canti orfici, ma non tantissime. La memoria di Campana  era stata prodisiosa.  Il manoscritto è stato messo all’asta da Christie’s a Roma e comprato dall’Ente Cassa di Risparmio di Firenze  per  175.000 euro. L’Ente Cassa lo ha poi donato alla Biblioteca Marucelliana di Firenze che dal 20 marzo 2005  lo ha reso consultabile liberamente nell’edizione digitale  (http://www.maru.firenze.sbn.it/CAMPANA/home.htm). Neanche la copia stampata da Ravagli a Marradi costa poco. Sul mercato antiquario si aggira fra gli 8 e 10mila euro. In giro ce ne dovrebbero essere circa 800 di quella prima edizione. Ma è stata fatta anche una ristampa anastatica e molte altre edizioni.

Di questo libro introvabile, di questo mistero mai svelato, di questo amore travolgente, restano i luoghi, pieni di suggestioni. La soffitta di via Pescetti, a Marradi, dove  Campana riscrisse a memoria i Canti orfici,  e poi il Barco,  Casetta di Tiara, a Palazzuolo sul Senio, Villa La Topaia dove Sibilla passò l’estate del 1916. E  l’Albergo Lamone, a Marradi, dove Sibilla e Dino si amarono la notte di Natale.  Ancora oggi ci sono ancora innamorati che  prenotano una stanza in quell’hotel per vivere in una sola notte  l’amore che  Dino e Sibilla  accesero e fecero durare un anno intero. E poco importa se l’albergo non è più quello, ma si è trasferito poco lontano.  E’ rimasta l’insegna, ma anche l’incanto, la suggestione, la magia, la pazzia.

Nicola Coccia


Riproduzione riservata © Copyright I Parchi Letterari

In foto
Copertina della  prima edizione  di Canti Orfici (1914), Wikipedia
Prima pagina de Il più lungo giorno , consultabile sulle pagine della Biblioteca Marucelliana di Firenze



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