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A Katha seguendo le orme di Orwell

20 Aprile 2021
A Katha seguendo le orme di Orwell
Difficile parlare del Myanmar. Ma è giusto farlo. Raccontarlo in questo momento buio e tragico vuol dire tenerlo vivo. E’ nell’oscurità che brillano le stelle.

Quando una sera del 2007 arrivo per la prima volta a Yangon, l’ex-capitale e cuore pulsante del Myanmar, trovo una città oscura e silenziosa, anni luce lontano dal frastuono e dalle ostentazioni policromatiche che avevo appena lasciato a Bangkok. Che strano, penso. Troppo silenzio per le otto di sera. Tutti già a casa a quest’ora? I negozi chiusi. Pochissime le macchine per strada. Questa era Yangon, una città prigioniera di un regime militare (lo stesso di oggi), una Bella Addormentata che aspettava il suo principe azzurro. 

 Il Myanmar l’ho conosciuto da piccola grazie ai racconti di Papà, che di ritorno dai suoi frequenti viaggi in Oriente mi parlava di Burma, una Golden Land dove le donne dipingevano la faccia con una tinta gialla e gli uomini portavano la gonna. Facendomi sognare, e accarezzare l’idea che la mia bella Irlanda mi andava un po’ stretta. 

 Negli anni ho appagato la mia curiosità per il Myanmar con la lettura, tuffandomi per prima nei racconti di William Somerset Maugham, uno dei miei autori super preferiti. Trasportandomi in Oriente, è stato lui a farmi conoscere gli anni fin-de-siècle quando Rangoon (così si chiamava allora Yangon) era una delle città più sofisticate e scintillanti del Sud-est asiatico. 

 Seguirono George Orwell con il suo Burmese Days, Norman Lewis con Golden Earth, e Maurice Collis con Into Hidden Burma. Poi scrittori dei giorni nostri come Tiziano Terzani con Un Indovino Mi Disse, Daniel Mason con The Piano Tuner, Amitah Ghosh con The Glass Palace, Thant Min U con The River of Lost Footsteps e tanti altri ancora… 

 Dopo il primo incontro con il Myanmar ci sono tornata, anno dopo anno, per più di trenta volte. Così succede quando ti innamori di un luogo. Quando lo senti parte di te. Quando i sorrisi e la dolcezza della gente ti entrano nel cuore, quando il suono delle campanelli e i riflessi dorati dei templi ti incantano, quando le soavi notti orientali ti ammaliano. Tante cose potrei raccontarvi. Ma tornando ai libri che mi hanno fatto innamorare della Golden Land, vi porto in una cittadina che ha ispirato uno dei romanzi più famosi ambientati nel Paese. 

 Andiamo a Katha, un piccolo centro in un angolo remoto della regione del Sagaing al nord del paese (il Myanmar è la nazione più estesa del Sudest asiatico) con a sinistra il Mare delle Andamane e l’India e a destra lo stato Kachin e la Cina. Negli anni coloniali inglesi, quando la Birmania si chiamava ancora Burma, la ferrovia che partiva dalla capitale Rangoon finiva a Katha, un avamposto strategico per il commercio del tek e altri legnami preziosi. Qui nel 1926 arriva un giovane inglese di nome Eric Arthur Blair, ufficiale della Polizia Imperiale britannica. Blair lo conosciamo meglio con il suo nom de plume George Orwell, e il libro è Burmese Days, nato proprio dalle sue esperienze a Katha.

 Io ci arrivo su una bellissima nave da crociera fluviale Heritage Line che si chiama Anawratha, il nome del primo re di Pagan, oggi Bagan (un giorno mi piacerebbe raccontarvi di questo luogo magico con i suoi duemila templi), navigando per otto giorni sul fiume Irrawaddy che nasce nell’Himalaya e attraversa il paese fino all’Oceano Indiano. Herman Hesse, l’autore di Siddharta, descrive così il grande corso d’acqua “Il suo vento diafano, le sue linee cristalline, le sue perle brillanti che risalgono dalle profondità e, in superficie, dei globuli riflettono il colore azzurro del cielo”. 

 Scesi dalla nave - gli altri passeggeri sono simpatici australiani, tedeschi e inglesi – ci aspetta una fila di side-car. Ognuno con il suo guidatore. Ognuno con un posto a sedere a fianco del conducente. Ognuno con il suo ombrello parasole. Partiamo alla scoperta di Katha, che nel libro di Orwell diventa Kyauktada. Ci salutano sorridenti le donne che lavano i panni nel fiume. Passiamo sotto le mura della prigione costruita dagli inglesi e ancora in uso come penitenziario. Scintilla la pagoda “che si alzava dagli alberi come una lancia sottile dalla punta d'oro”, e passiamo davanti alla vecchia stazione ferroviaria. 

 Poi i luoghi di Orwell. In un giardino tropicale di fronte alla chiesa di St. Paul con il tetto di lamiera, troviamo la casa a due piani, con camini e una scala scricchiolante un tempo elegante, dove il giovane ufficiale ha vissuto per due anni. Una parabola satellitare blu sporge dalla veranda fatiscente del vecchio edificio in legno dove, sul piano terra, vive la famiglia di un maggiore della polizia birmana. Saliamo al primo piano. La vernice si stacca dalle pareti e raggi di luce filtrano attraverso persiane marcite nelle camere da letto vuote, ma mi sembra di sentire riecheggiare passi che lasciano impronte invisibili nella polvere accumulata negli anni. 

 Con Giorni in Birmania, il suo primo romanzo, Orwell traccia un ritratto graffiante del periodo coloniale inglese, affrontando temi quali l’oppressione e la discriminazione, la solitudine e l’amore non corrisposto. Eventi e personaggi realmente esistiti. Una storia troppo realistica per gli editori a Londra che obbligano Orwell a cambiare i nomi dei personaggi per evitare accuse di diffamazione. 

 Nel piccolo mercato ci accolgono allegramente i venditori dietro bancarelle stracolme di frutta e verdura variopinta, spezie e odori, carni e pesce. Nessuna traccia invece dei “gamberi color eliotropio grandi come aragoste" che Orwell faceva comprare dal suo houseboy. Ci fermiamo davanti al vecchio circolo degli ufficiali “che vantava di non aver mai ammesso un orientale”, oggi una scuola elementare. Poco lontano in un bel giardino il personale dell’Anawratha ci sorprende con salviette ghiacciate, spuntini e champagne.

 Il giardino della Red House. Un edificio coloniale in mattoni rossi, un tempo dimora del Vice Commissario britannico. Circondato da grandi alberi di tek, nonostante l’usura di oltre un secolo, mantiene il suo senso di grandezza. All’interno un piccolo museo con foto sbiadite di donne e uomini seduti all’ombra del porticato, che giocano a croquet, che prendono il tè sul prato. 

Di nuovo in navigazione, seduti sull’upper deck dell’Anawrarha sotto un cielo stellato, si parla di Orwell e del suo tempo. Di colonialismo, di imperialismo, di razzismo, di nazionalismo. Uno dei compagni di viaggio racconta le avventure del nonno, ufficiale inglese di sua maestà a Mandalay, ultima capitale reale del Myanmar, che da Katha ancora oggi dista tredici ore in treno. Myanmar, un paese dove distanza e tempo, sogni e silenzio, ricordi e presente non hanno confini.

Pamela McCourt Francescone


Pamela McCourt Francescone ha fondato l'associazione umanitaria http://linkforaid.org/ che aiuta bambini e ragazzi sordomuti e svantaggiati nei due dei paesi più poveri dell’Asia: il Myanmar e la Cambogia. http://linkforaid.org/italiano/ è un’associazione  senza  a scopo di lucro, piccola e snella, senza  uffici nè spese di  gestione.  Lavora tramite i soci fondatori e ononari, ognuno dei quali contribuisce al successo dei  progetti. Facebook : https://www.facebook.com/linkforaid

Fotografie di Pamela McCourt Francescone

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