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L’Armenia non è lontana

20 Maggio 2021
L’Armenia non è lontana
«Ho imparato la lingua degli armeni per capire come e con quale linguaggio parlassero gli dei…». (George Byron)

«Ho imparato la lingua degli armeni per capire come e con quale linguaggio parlassero gli dei…». (George Byron)

Durante gli anni trascorsi a Venezia George Byron fu soggiogato non solo dalle vivaci compagnie dei salotti ma anche dalla tranquillità che scoprì nell’isola di San Lazzaro, nel cui monastero mechitarista si dedicò allo studio della lingua armena.
L’Armenia non è lontana e la definizione di Montaledolce ansietà d’Oriente” riguarda più la predisposizione della mente che non lo studio concentrato sulle mappe.

Hayastan, terra di Hayk, è il nome con cui gli armeni chiamano il loro paese. In questa terra di monasteri e di montagne, tra il Mar Nero e il Mar Caspio sulla Via della Seta, l’etimologia dei luoghi si aggancia alla discendenza di Noè la cui Arca, terminato il diluvio, si posò sul monte Ararat. La cima innevata del monte, oggi in territorio turco, domina buona parte del paesaggio intorno a Yerevan, e si trasforma in memoria e sentimento nell’animo di tutti gli armeni. 
L’Armenia è stata definita “il paese delle pietre urlanti”, da quelle depositate nell’impareggiabile architettura delle sue chiese, a quelle dei khachkar, cippi funerari o celebrativi. Ricordo l’immenso campo di circa 900 khachkar di Noraduz, una sorta di cimitero di pietre ricamate come merletti, tra le quali si aggiravano alcune vecchie donne sferruzzando primordiali guanti di lana.

Qui la cultura passa attraverso il mecenatismo, fenomeno raro in un popolo di dimensioni contenute, ma che in Armenia ha origine lontane. La maggior parte dei manoscritti nella Biblioteca del Matenadaran - veri e propri capolavori - erano per lo più donazioni private e tramandate di generazione in generazione. 
L’armeno Calouste Gulbenkian (1869-1955) era un imprenditore filantropo che, vissuto in Portogallo, per gratitudine donò a Lisbona, oltre la Fondazione che porta il suo nome, un museo che conserva opere d’arte di estrema raffinatezza. 

Yerevan non ha il respiro delle capitali europee ma si confronta con loro; forse per i grandi viali alberati, per le piazze spaziose e quell’indugiare nei caffè immersi nel verde è desiderio di aggregazione quando anche i luoghi si fanno tempo...«Quand nous habitions tous ensemble sur nos collines d’autrefois» ricordava Victor Hugo non senza malinconia. E per gli armeni non sempre le colline sono luoghi lieti. Sulla Collina delle Rondini si erge il Mausoleo del Genocidio.
Eppure Yerevan è una capitale vivace; i marciapiedi abbondano di venditori di fiori, soprattutto di zinnie, fiore poco sofisticato che mi riporta subito alla mente la terrazza piena di zinnie di una nostra casa vissuta. Visioni estive e lontane.

La popolazione è ospitale, il desiderio di contatto con chi viene da occidente è tangibile, è voglia di farsi conoscere e di conoscere, di uscire da un isolamento che è stato troppo lungo. Come avvenne una sera anche in Iran nel Naqsh-e-Jahan di Isfahān, dove un’enorme quantità di gruppi familiari celebrava la fine del Ramadan. Seduti in terra, illuminati fiocamente dalle proprie lanterne, coprivano di ombre nere la piazza immensa. Quando passammo noi, qualcuno si alzò venendoci incontro per sapere chi eravamo, da dove venivamo e il perché di quel viaggio. Chissà se la stessa curiosità coinvolse Ibn Battuta, il grande viaggiatore islamico, e il veneziano Francesco Querini, mercante di stoffe, quando si incontrarono in un caravanserraglio di Tabriz tra il 1320 e il 1327. Il nobile veneziano fu colui che anni dopo, in qualità di Procuratore di San Marco, impreziosì di gemme la pala d’oro della Basilica. 

Nel cuore dell’Armenia c’è un lago. Il lago Sevan lascia senza fiato e non solo per la sua bellezza, qui l’altitudine raggiunge i 2.000 metri; la superficie, assai vasta, ha trasparenze color smeraldo. Poco distante, la fanciulla Tamara, impietrita, ancora innalza la fiaccola per indicare il cammino all’amato. E poco più a nord, nei villaggi di Lermontovo e Fioletovo, la minoranza russa dei molokani si dedica con impegno alla coltivazione dei campi: un angolo di terra che sembra la Svizzera. Le loro origini risalgono al XVII secolo e si collocano tra i movimenti sociali delle classi contadine che contrastavano la Chiesa Russa Ortodossa. Considerati eretici furono costretti a lasciare la Russia.

 I pastori delle alture accompagnano al tramonto le loro mandrie che inevitabilmente ci sbarrano il passo; sono immagini rubate dal finestrino di un pullman e che svaniscono troppo presto sebbene si proceda lentamente per via della strada dissestata. Questi uomini hanno il viso bruciato dal sole, montano a cavallo e si difendono dal freddo con colbacchi di pelo. «Settembre, andiamo. E’ tempo di migrare…» così d’Annunzio richiamava i suoi pastori in terra d’Abruzzo. Ma questi, in Armenia, sono pastori solenni, dominano le loro montagne che conoscono palmo a palmo e non vanno verso il mare perché qui non c’è, ma procedono anch’essi «quasi per un erbal fiume silente, su le vestigia degli antichi padri». 

Nel viaggio memoria e immaginazione si alternano o si sovrappongono mentre osserviamo fatti, persone e luoghi, tanto da non riuscire a capire ciò che è paesaggio e ciò che è psiche, e forse nella convinzione di aver lasciato una traccia di noi stessi.
Realtà che sembrano impenetrabili alla fine si sfaldano e nasce una sorta di complicità che rende tutto più familiare. «Dove siete diretti?» è la domanda ai viandanti in un romanzo incompiuto di Novalis. E quei viandanti rispondono «Sempre verso casa».


Riproduzione riservata © Copyright I Parchi Letterari

Fotografie di Maria Vittoria Querini


Pietro Querini
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Pietro Querini

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