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La Provenza letteraria di Jean Giono: un’opera in cammino, in cammino nell’opera

20 Maggio 2021
La Provenza letteraria di Jean Giono: un’opera in cammino, in cammino nell’opera
E’ il 1958 quando esce, per la prima volta in Italia, la traduzione del celebre L’homme qui plantait les arbres (1953) dello scrittore provenzale Jean Giono

Tutte le grandi storie sono fatte di passi: percorsi di carta, itinerari di parole, l’atto di camminare accompagna indistintamente personaggi e lettori, tendendo la mano (e il filo) di ogni narrazione. 

 E’ il 1958 quando esce, per la prima volta in Italia, la traduzione del celebre L’homme qui plantait les arbres (1953) dello scrittore provenzale Jean Giono: L’uomo che piantò la speranza e crebbe la felicità (Milano, Scheiwiller), poi reso noto, attraverso le successive riedizioni, con il semplice L’uomo che piantava gli alberi.

Le trame immaginifiche di questo racconto sono oggi patrimonio comune: passo dopo passo il libro è entrato nelle case, nelle scuole, in percorsi sociali di educazione ambientale, conquistando pian piano i lettori d’oltralpe, dai più giovani ai meno ingenui. Tutti conoscono le “avventure ecologiche” di Elzéard Bouffier, camminatore d’eccezione, che, seme in tasca e bastone in mano, rifiuta la guerra per piantare querce, betulle e faggi, rimettendo alla naturale lentezza di questa azione il significato intrinseco della sua personale resistenza. 

 […] il ne s’était pas du tout soucié de la guerre. Il avait imperturbablement continué à planter. Les chênes du 1910 avaient alors dix ans et étaient plus hauts que moi et que lui. Le spectacle était impressionnant. J’étais littéralement privé de parole et, comme lui ne parlait pas, nous passâmes tout le jour en silence à nous promener dans sa forêt. (Jean Giono, L’homme qui plantait des arbres, 1953) 

 Sicuramente meno noto è il valore più prettamente biografico di questo cammino, la sua valenza filosofica, da inquadrarsi in una più generale “storia del camminare”, immaginaria e documentaria al tempo, che segue i passi affettivi dello scrittore nell’Alta Provenza, spazio geografico preciso e precisamente mistificato: una “Provenza Letteraria”, assolutamente da percorrere, sicuramente da camminare. 

 «Le soleil n’est jamais si beau que le jour où l’on se met en route», diceva Giono e sicuramente non c’è approccio migliore per capire il senso di questa sua “terra in cammino”. Camminatore instancabile, lo scrittore dedica alla regione le più belle pagine della sua narrativa, affidando alla pratica della marcia il valore euristico e gnoseologico della scoperta letteraria del mondo.

 La marche à pied, ou plutôt le procédé de la marche à pied, c’est de transformer soi-même en loupe ou en télescope. (Jean Giono, L’Eau Vive, 1943) 

 Un’epifania dei sensi, che fa della lentezza della passeggiata lo strumento essenziale per esperire i luoghi, per farne (p)arte, e riproporre così nel testo, attraverso un impianto attento di metafore e sinestesie, la dolcezza dell’esperienza diretta, sensibile e partecipata degli stessi. A camminare con Elzéard Bouffier non è solo la saggezza del personaggio, né esclusivamente le tragiche vestigia della guerra, ma il sentimento di una più generale aderenza allo spazio. Una “filosofia del sensibile”, come spesso è stata definita, che ripone alla precisione dei sensi, alla nitidezza della percezione, la parte più intima ed essenziale di ogni forma di conoscenza, per una comprensione “panica” del mondo. 

 Il y avait des joies de renard dans les jambes qui marchaient sur les chemins gelés et qui, malgré le froid, roulaient dans une bonne huile. La souplesse des jarrets, le froid qui saisissait la peau et un centimètre de chair tout autour de la jambe, mais, des profondeurs du corps coulait un sang brulant qui descendait dans les jambes et, la cuisse, le genou, le mollet, la cheville et le pied commençaient à exister avec une très grosse puissance. Ça ne faisait plus partie de l’homme, mais faisait partie du monde, comme la montagne, le torrent, le nuage ou le grand vent. On pouvait marcher tout le jour pour le bonheur de marcher. (Jean Giono, Que ma joie démeure, 1935) 

 Ambulo ergo sum (cammino quindi sono). Così rispondeva il filosofo francese Pierre Gassendi al suo contemporaneo Descartes ed è nel quadro di questa sostanziale aderenza tra corpo e mente, esperienza e conoscenza (quel che tradurremmo, in sardo, con il verbo ischìre, sentire, conoscere) che la Provenza gioniana prende piede, nella forma di un lungo cammino, atto a far rivivere nel testo l’essenza sensibile dei territori. Personaggi dei suoi scritti non sono semplicemente uomini, ma uomini che fanno esperienza del mondo; uomini che camminano, e il mondo con loro, rumore di passi, odore di pane e fruscio di foglie, semi, torrenti, alberi e foreste, montagne mitiche e terrificanti, attraverso cui Giono vive e fa rivivere, nella pagina e per la pagina, i luoghi cari della sua infanzia.

 Protagonista assoluto, in tal senso, il territorio di Manosque (dall’occitano Manòsca, popolo che abita la montagna), luogo natale, perimetro geografico e affettivo entro cui l’autore ci propone infinite passeggiate narrative, alla scoperta di uno spazio prima di tutto reale e realmente percorso. Onnipresenti nel testo, gli ulivi virgiliani della collina del Mont d’Or (dall’occitano aura, vento, colle battuto dal vento), all’ingresso del paese, luogo ombreggiato delle prime letture d’infanzia; le valli antistanti del fiume Durance; l’altopiano del Valensole; le querce sacre ai piedi della Montagna di Lure, oggi parte del Parco Naturale del Luberon. Montagna bucolica e virgiliana e al tempo stesso luogo atavico delle forze telluriche alla base della storia del mondo, è in questo luogo tanto mitico quanto reale che il piccolo Giono compie le prime passeggiate iniziatiche alla scoperta delle alture; è qui che il nostro Bouffier cammina alla ricerca di ghiande; è qui che lo scrittore ritorna, dopo il successo dei primi romanzi, con un gruppo di amici e ammiratori, per delle permanenze periodiche (Gli incontri del Contadour, 1935-1939), attraverso cui sperimentare l’utopia di una vita rurale e comunitaria (all’insegna di un dichiarato pacifismo) e celebrare così, a piedi e a parole, la poesia sensibile della montagna.

 La memoria poetica di questi luoghi è oggi affidata all’azione del Centro Letterario Jean Giono, museo letterario inserito nel circuito nazionale della Fédération des Maisons d’Ecrivains & des Patrimoines Littéraires, che, congiuntamente all’associazione Les Amis de Jean Giono e agli uffici turistici dipartimentali, si propone di far rivivere il territorio da una prospettiva letteraria, servendosi della pagina di Jean Giono per ricreare, a piedi, l’emozione sensibile dello spazio.

Il perimetro geografico della sua letteratura rientra oggi, in effetti, in una rete intricata di mappe, percorsi di carta, itinerari di parole, nel quadro di un affascinante mosaico di “passeggiate sensibili” – passeggiate letterarie – che, ripercorrendo l’opera dello scrittore, suggeriscono nuove possibilità di fruizione dello spazio e rivalutazione territoriale, in una prospettiva d’azione partecipata e sostenibile, lontana dai circuiti calcati del turismo di massa. Camminando tra gli ulivi loquaci di questa Provenza Letteraria, seguendo le tappe biografiche e poetiche di antichi percorsi, non è solo il testo che prende forma, ma piuttosto lo spazio che prende parola. Libro in mano e ispirazione in tasca, il visitatore ritrova, nell’esperienza diretta del cammino, non soltanto la lentezza della parola gioniana, la nitidezza del suo apparato retorico, il valore più filosofico del suo approccio politico, ma soprattutto, la vivida corporeità dello spazio, tra reale e immaginario, muovendosi tra vento, rami e sinestesie, in un’epifania poetica di sensazioni, di evocazioni, di suggestioni, lui stesso protagonista di un’aderenza, poetica e sensibile, al mondo. 

 Ai piedi della montagna, tra querce, faggi e betulle, Elzéard Bouffier ancora cammina, ancora e di nuovo alla ricerca di ghiande.

 

Riproduzione riservata © Copyright I Parchi Letterari

Fotografie di Maria Luisa Mura


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