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L'altro cammino: donne in pellegrinaggio nel mondo e in se stesse

25 Maggio 2021
L'altro cammino: donne in pellegrinaggio nel mondo e in se stesse
di   Foto: Carla Lomi Carla Lomi

Pistoia riscopre l'anima e i tanti volti del viaggio in quest'anno santo jacobeo, dialoga con la sua più nota città gemella in terra galiziana, torna a proporre antiche vie di pellegrini che nel corso dei secoli hanno consentito di varcare frontiere.

A Pistoia un Convegno sul Viaggio nell'Anno Santo Jacobeo

Pistoia riscopre l'anima e i tanti volti del viaggio in quest'anno santo jacobeo, dialoga con la sua più nota città gemella in terra galiziana, torna a proporre antiche vie di pellegrini che nel corso dei secoli hanno consentito di varcare frontiere e che ancora oggi possono esercitare il nostro sguardo a riscoprire una terra, l'Europa, quale culla di radici e sogni alimentati dal lavoro, dall'arte, dalla preghiera. 

Al centro di una tradizione millenaria che unisce nel viaggio la ricerca di se stessi al mondo del silenzio e alla scoperta del sacro, Pistoia, (che affida alle piante e agli alberi tanta parte della propria ricchezza e del proprio futuro), si offre accogliente per essere linfa e meta per la mente, i sensi, l'anima degli odierni pellegrini provati da nuove paure, desiderosi di percorrere ancora ampi orizzonti dopo il lungo confino che, nella fragilità, ha unito il mondo. Con i suoi tesori d'arte, le sue botteghe di artigiani, custodi di tradizioni, Pistoia ripropone il fascino di una storia legata al culto di un santo: San Jacopo com'è chiamato, qui, da sempre, l'apostolo San Giacomo il Maggiore. La sua statua, che troneggia in cima ai due acroteri della Cattedrale pistoiese, ha i vessilli che appartengono ai santi titolari. Con i suoi emblemi - il bordone, la zucca, il largo cappello, la bisaccia e la conchiglia – e il mantello rosso che l'adorna il 25 luglio nel giorno della festa (segno del suo martirio, della sua santità nonchè del titolo di barone e priore risalente ai tempi della repubblica medievale pistoiese), San Jacopo consacra il pellegrinaggio e indica a tutti la via verso l'altrove.

Il culto di Pistoia per San Jacopo, è documentato, ha origini antiche e precede l'arrivo in città, nel 1144, della reliquia dell'apostolo fortemente voluta dall'allora vescovo Atto. Nel Medioevo, come è noto, i centri che ottenevano il frammento di un resto di un santo o un oggetto che gli era appartenuto conseguivano un traguardo importante. Il possesso della reliquia assicurava una particolare protezione ai fedeli, favoriva l'arrivo di tanti pellegrini che facevano offerte e lasciti in città. Tutto questo dava impulso allo sviluppo della vita economica, accresceva il potere e prestigio delle istituzioni locali, rafforzava non solo l'allenza tra potere politico e religioso, ma lo stesso senso di coesione e identità di tutta una comunità. 
Anche Pistoia si riconobbe pienamente nel suo santo patrono e protettore, San Jacopo, divenendo rapidamente una tappa fondamentale lungo il cammino di Santiago. 

Per celebrare in questo 2021 l'anno santo jacobeo, la Diocesi di Pistoia e l'amministrazione comunale della città hanno dato vita ad un ricco ventaglio di iniziative e proposte di alta rilevanza culturale, in grado di rispondere a interessi e possibilità diverse (si veda il sito della diocesi www.annosantoiacobeo.it e quello del Comune di Pistoia www.pistoiaiacobeo.it).  Non ci soffermeremo sulle visite e gli itinerari proposti per conoscere i tesori della città, nè sui luoghi di culto e devozione presenti nel territorio. Essi costituiscono un patrimonio naturale e culturale di indubbio valore, da custodire gelosamente. Tenteremo piuttosto di riflettere sul tema del pellegrinaggio seguendo il percorso delineato da un gruppo di donne in occasione dell'anno santo jacobeo e che troverà piena esplicazione nel convegno "L'altro cammino: donne in pellegrinaggio nel mondo e in se stesse". Organizzato dalla sezione FIDAPA di Pistoia, il convegno si terrà il prossimo 4 giugno 2021 presso la Sala Maggiore del Palazzo Comunale, cuore e vanto della città toscana. Ci sembra infatti che il programma segua un file rouge che rintraccia, segnala, unisce le diverse valenze che assume il viaggio, inteso come esperienza conoscitiva in grado di produrre significativi cambiamenti sul piano personale e sociale. 

Già leggendo il titolo del convegno, l'attenzione converge su tre punti focali inerenti il pellegrinaggio che delineano una specificità di genere non esclusiva ma promettente: si privilegia infatti il vertice di osservazione delle donne perchè idealmente unito ai due poli - il mondo e se stessi – che risultano cruciali in ogni processo di formazione. E perchè, oggi più di sempre, si avverte la necessità di mettere in relazione le possibilità e domande che provengono dall'esplorazione degli spazi esterni con quelle che ci derivano dalla conoscenza, ugualmente sconfinata, delle realtà interiori.

Le donne, che per secoli sono state relegate ad abitare i soli spazi delle mura domestiche e a praticare l'arte di coltivare la terra, hanno percorso una via che aiuta a riconoscere ciò che germoglia e chiede cure, quanto è disperso, lacerato, morto e può tornare a fiorire, ( e il mito egizio di Isis come il mito greco di Demetra  tutti lo ricordano), hanno confidenza con la nascita e la morte, esperienze abissali che aiutano a prendere possesso della propria interiorità e che riducono la smania di conquista e di espansione tipica del modello di sviluppo maschile.  
Custodi di una civiltà millenaria hanno sviluppato, per ragioni storiche e culturali, uno sguardo partecipe e penetrante nei confronti della realtà che ha cura di tutto quanto vive. In questo lungo viaggio di scoperta hanno avuto per compagne grandi madri, esploratrici dell'anima e dell'eterno. Di alcune di loro si parlerà nel convegno, perchè hanno arricchito la nostra umanità.

Questa cultura di genere, qui solo sommariamente richiamata, è affine al sistema di valori che guida l'esperienza dei pellegrini: l'una e l'altro sono radicati nella cura del territorio, della memoria collettiva, nella capacità di affrontare le incertezze e la paura confidando nel senso della propria responsabilità e nella relazione. 

Anche il pellegrino nei suoi viaggi non attraversa semplicemente luoghi, ma li vive, ne rintraccia i segni ancorati alla loro storia, fa tesoro delle emozioni sprigionate da vecchie chiese e da affreschi, e, mentre si allontana dai borghi e dalle città, spesso "in compagnia della sola propria ombra," sviluppa una nuova sensibilità a contatto e nell'intesa con la terra, i suoi boschi, i fiumi, le valli. Il pellegrino riscopre la pazienza e la capacità di rinunciare al superfluo, confida nel dialogo, nell'accoglienza di antica tradizione, ma sa di andare incontro, anche lungo itinerari conosciuti, ad un senso di insicurezza, di precarietà. Come rileva Leed, "to fare", (andare) e "to fear" (temere) hanno la stessa radice etimologica e affondano, durante il viaggio, nello "stesso terreno esperenziale" (1). 

 Ci sembra allora che via sia una convinzione implicita che unisce le donne, i pellegrini, ma anche il poeta e l'autentico viaggiatore. Per tutti loro il viaggio è esperienza che coincide con il senso della propria libertà. La conoscenza delle strade percorse nel segno di un'antica (e ricorrente) precarietà conceda ad un sè ignoto, dimenticato, di tornare a manifestarsi all'Io occupando nuovi spazi.

Ma le donne hanno potuto viaggiare in passato in cerca di se stesse e dei luoghi dell'anima? Sono state pellegrine? 

La professoressa Anna Benvenuti, dell'Università di Firenze, che introdurrà il convegno pistoiese offrirà una ricognizione storica intorno all'esperienza del viaggio nella vita delle donne in età medievale. Non potendo anticipare i contenuti della sua relazione, si dirà soltanto che in passato «A mettersi in viaggio per compiere pellegrinaggi erano due categorie di donne: le aristocratiche e quelle di umili origini. Le prime potevano farlo perchè erano adeguatamente assistite, le seconde perchè abituate a vivere con poco, e libere da ogni genere di legami. Fra queste ultime rientrano le terziarie e le bizzocche» (2) . La tradizione del pellegrinaggio, nata già nei primi secoli del cristianesimo (e i cui itinerari, ispirati dalla Bibbia, trovavano in Gerusalemme la meta principale,) è documentata da una scrittura di viaggio di singolare valore: il Diario di Egeria (382 ca.), una donna partita dalla Galizia per andare in Oriente, accompagnata "da santi uomini, da monaci, da un prete, scortati da soldati nei tratti più pericolosi del cammino." 

Molte donne, che non avevano le possibilità di Egeria, potevano muoversi solo appoggiandosi ad altri pellegrini, nonostante questo, «di continuo erano esposte ai rischi di un'alterità che non di rado aveva il volto della violenza di strada» (3).
La convinzione che il pellegrinaggio non fosse un viaggio per le donne è stata a lungo dominante: «tante voci si levarono a rimprovero delle donne che si mettevano in viaggio e si esponevano al pericolo costante di essere violentate» (4). Le donne in viaggio versi i luoghi santi erano considerati un pericolo anche per gli uomini, perchè oggetto, per quest'ultimi, di tentazione. Esemplari di questa mentalità sono le raffigurazioni del diavolo travestito da pellegrina che seduce un monaco. (5)
Nonostante gli indubbi rischi di aggressione a cui erano sottoposte e che aumentavano quando imperversava la guerra, le donne nell'età antica e medievale hanno affrontato viaggi nei luoghi della passione di Gesù costituendo una nutrita schiera nel flusso continuo di pellegrini diretti a Gerusalemme, verso altri santuari europei o, infine, verso i luoghi tradizionali della devozione . Tra questi, per primi, Roma e Santiago de Compostela. (6

 Come si evince anche da questi pochi cenni relativi alla storia dei pellegrinaggi inscritti nella tradizione cristiana, la partecipazione femminile alla pratica devozionale nei luoghi santi e nella città del papa, si realizzò mediante viaggi reali. Ma non solo. Infatti questa pratica si sviluppò, e in misura maggiore, anche in modi diversi (per le donne e per tutti coloro che erano impossibilitati a mettersi in cammino, innanzitutto per ragioni economiche) dando vita a pellegrinaggi in spirito che permettevano di rimeditare i misteri della passione, di riviverli gestualmente come in una sacra rappresentazione (7). Alle donne si consigliava infatti di intraprendere un viaggio interiore o di seguire un percorso devozionale che si avvaleva di quelle realizzazioni artistiche – si pensi alle stazioni della Via Crucis e a quelle dei Monti Santi – che riproducevano in Occidente la topografia dei luoghi santi. Questa via altra di viaggio devozionale talvolta sconfinava in un vero e proprio rapimento estatico, che coinvolgeva anima e corpo, quale espressione di una partecipazione intensa al cammino di croce del Signore e ai misteri che avevano per teatro la città di Gerusalemme. Questa tradizione, che coincide con il viaggio dell'anima e che ha per meta l'unione mistica con la vita e la morte di Cristo, annovera ampie testimonianze che hanno per protagoniste monache e sante. A noi sembra che queste esperienze siano da riscoprire, non solo per il loro indubbio e alto significato religioso, ma perchè sono in grado di illuminare la singolare capacità di agire di queste stesse donne e di conquistasi uno spazio di autonomia e libertà.
L'intervento al convegno pistoiese di Anna Scattigno dell'Università di Firenze, docente di Storia della Chiesa e Storia di Genere, consentirà di approfondire i numerosi significati e il fascino del viaggio nella vita di una grande mistica vicina a noi nel tempo: Terese Martin (Alecon 1873 – Lisieux 1897), più conosciuta come Santa Teresa di Lisieux. In particolare ripercorreremo il suo pellegrinaggio a Roma, prima di entrare nel Carmelo, perchè segna una svolta importante nella sua vita.

Terese, ancora quattordicenne, si recò con il padre, la sorella e un gruppo di pellegrini dal Papa, determinata a chiedere la dispensa per entrare in clausura prima dell’età canonica. 
Prima però, con il padre e la sorella Celina, visitò Parigi. I tre, dopo altre soste in Francia, attraversarono la Svizzera e finalmente raggiunsero le città d'arte italiane: Milano, Venezia, Padova, Bologna, Roma (dieci giorni), Napoli, Pompei, Assisi….Teresa è affascinata dalle bellezze delle città e delle terre che visita. Ne sono una eloquente testimonianza le parole che usa per descrivere il suo viaggio di ritorno, in treno, lungo il litorale ligure; tuttavia, paga di quanto ha visto, ormai sente che il suo interesse più vitale risiede altrove. «Ecco, corriamo lungo il mare, e la ferrovia è tanto vicina che mi pare che le onde arrivino fino a noi (questo spettacolo fu causato da una tempesta, ed era sera, cosicché la scena appariva ancor più maestosa), ora ecco delle aperte distese di aranceti dai frutti maturi, di verdi olivi dalla ramaglia lieve, di palme graziose... Al cader del giorno vedevamo numerosi piccoli porti di mare che s’illuminavano di mille piccole luci, mentre in cielo scintillavano le prime stelle. Ah, che poesia mi riempiva l’anima mentre vedevo tutte quelle cose per la prima e l’ultima volta. Era senza rimpianto che le vedevo svanire, il mio cuore aspirava ad altre meraviglie, avevo contemplato abbastanza le bellezze della terra, essendo quelle del Cielo l'oggetto dei suoi desideri e per donarle alle anime io volevo diventare prigioniera» (8) . 
 Pur estasiata dalla bellezza dei luoghi, commossa dalla raccolta delle reliquie che ha potuto effettuare a Roma, avverte in sè un richiamo ineludibile ad immergersi sempre più nell'avventura dello spirito e della fede. Come ricorderà ancora Terese in "Storia di un'anima", “queste bellezze… profuse così largamente hanno fatto tanto bene all’anima mia! Come l’hanno innalzata verso Colui che si è compiaciuto di profondere tanti capolavori sopra una terra d’esilio destinata a durare un solo giorno!”. 

 Per entrare ancor più profondamente all'interno dell'esperienza sublime del viaggio dell'anima e dell'estasi, seguiremo la riflessione della filosofa Angela Ales Bello, che nell'ambito del convegno pistoiese affronterà il tema "II viaggio interiore di Edith Stein sulle orme di santa Teresa d'Avila". La professoressa Angela Ales Bello è la massima esperta in Italia della vita e del pensiero di Edith Stein. Rimandiamo pertanto alle opere dell'autrice stessa e agli studi di Ales Bello quanti vogliono approfondire il pensiero vertiginoso della Stein. Qui richiamiamo semplicemente il ritratto a tinte nette e contrastanti che di lei delinea Lella Costa nel suo libro Ciò che possiamo fare: «Una donna. Che nasce ebrea e muore in quanto ebrea e sarà santificata dalla Chiesa cattolica. Che diventa l'allieva prediletta di uno dei più grandi filosofi del Novecento e a cui verrà negata la carriera accademica. Che si impegna per i diritti delle donne e si farà suora di clausura. Una vita sempre in prima linea. Dalle aule universitarie agli ospedali da campo della prima guerra mondiale, dalla scelta appassionata della conversione all'orrore di Auschwitz. Edith Stein è un luminosissimo enigma, una storia di una chiarezza cristallina che getta ombre in ogni direzione, mutevoli. Che in qualche modo riassume il Novecento e parla di noi, al punto da essere divenuta patrona d'Europa come Santa Teresa Benedetta dalla Croce.» (9

I grandi temi della ricerca e della contemplazione della Stein sono il contatto intimo con Dio presente nel centro dell'anima e la partecipazione alla Croce redentrice di Cristo. Essa si muove da un'analisi dell'anima, del suo essere, della sua vita, delle sue percezioni interne ed esterne, per poi spiegare il mutuo contatto tra Dio e l'anima. Se, come il suo maestro Husserl, Edith è convinta che "Quasiasi strada tu percorra non arriverai mai a trovare i confini dell'anima, tanto profondo è il suo fondo", tuttavia, rispetto al maestro, scava ulteriormente e trova nella tradizione agostiniana, mediata attraverso la mistica carmelitana, una via regia per questa sublime ricerca, come testimoniato dal suo testo Il castello interiore (10) che costituisce il punto d'arrivo della sua indagine sull'anima. Il risveglio dell'anima per Edith Stein si presenta come un'esperienza delle vette, come uno dei momenti più sublimi e maggiormente benefici sia dato vivere ed è «insignito di tanta grandezza, maestà, gloria e intima soavità, da dare l'impressione di sentir spargersi e alitare tutti i balsami, le essenze aromatiche e i fiori del mondo...Le sembra quasi che tutti i regni e gli imperi del mondo, tutte le potenze e le virtù del cielo si mettano in moto...che addirittura tutte le virtù, le sostanze, le perfezioni e le attrattive di tutte le cose create brillino insieme, partecipando allo stesso movimento concentrandosi in quell'unico punto.» (11).

Con l'intervento della professoressa Anna Maria Pezzella affronteremo il tema dell'esilio e dell'esilio nella vita della filosofa Maria Zambrano: una parentesi così lunga per lei, che, come è stato scritto, "potrebbe contenere un'altra vita".
 Lasciata la Spagna nel 1939 quando ormai il generale Francisco Franco ha instaurato una dittatura militare, farà ritorno in patria nel 1984 dopo quasi cinquant'anni. Scriveva la Zambrano «nei Beati che chi è stato "strappato dalle proprie radici" e riesce a vivere la tragedia dell'esilio, la passione dell'esilio, "fuggendo dalla tentazione di una nuova patria" acquista il potere di scrutare nelle viscere della propria storia, di verificare fino in fondo la propria identità. Per questo l'esiliato, figura del limite, che sempre allude alla città non fondata, alle potenzialità inespresse del reale, è "oggetto di rivelazione, che è come dire di scandalo" per chi si è fermato "nella propria casa, nella propria geografia, nella propria storia"» (12) .

Come suggerisce con parole poetiche Nadia Terranova nel suo libro Non sono mai stata via. Vita in esilio di Maria Zambrano, «C'è un luogo dove Maria Zambrano è spirito, carne e parole: è una radura luminosa in mezzo ad una foresta, sono molti cerchi di luce in mezzo a quella foresta, quel luogo è un libro, più intenso e significante di altri, e si intitola Chiari del bosco. I chiari del bosco sono posti misteriosi e sorgivi, addensamenti di un'energia che attrae e respinge, sono i nuclei notturni del senso che precede e anticipa il logos; sono più che un semplice scenario, sono il mezzo attraverso cui si palesa ogni rivelazione; sono il centro vivificante di ogni energia; a loro ci si avvicina a piccoli passi silenziosi fra gli alberi, in punta di piedi, immersi nel silenzio. Il cuore dei chiari del bosco pulsa così forte che una frequentazione continua o una residenza abituale sarebbe insostenibile: sono là a far nascere le stagioni e i pensieri. Nei chiari del bosco il cuore è sommerso, il silenzio modella l'abisso, la parola è inudibile per via della musica, del rumore impercettibile di un battito d'ali» (13). 

Anche per Maria Zambrano la ricerca della verità filosofica non può che seguire la via della poesia che si ridesta nel viaggio solitario in luoghi silenziosi e vibranti di luce e vita, quelli stessi amati dai pellegrini. (14)
Non possiamo qui anticipare i contributi che saranno proposti sul tema del viaggio dalle psicologhe che interverranno al convegno pistoiese, le dottoresse Sabrina Ulivi e Sara Strufaldi, ma già il titolo dei loro interventi risuona evocativo e promettente: "Innamorati di te, della vita e poi di chi vuoi: il cammino delle donne tra realtà, spiritualità e mondo interno". 

Dopo aver ricordato che il convegno troverà una significativa sintesi nella presentazione della scultura "Jacopea 2021" di Eleonora Santanni, un'opera pregevole che fa rivivere la simbologia legata al culto di San Jacopo e che esalta la ricerca mistica e spirituale di ogni pellegrino, mi piace concludere questa riflessione sul tema del pellegrinaggio con la poesia di Maria Luisa Spaziani tratta da L’occhio del ciclone (7ª stanza del poemetto “Il mare”), “Lo vedi come l’isola si torce”, apparsa poi nello splendido volume fotografico Poeti. “Volti e luoghi” (Marietti, Genova-Milano, 2007) con il nuovo titolo di “Sarabanda siciliana”. 

 SARABANDA SICILIANA 
Lo vedi come l’isola si torce 
nei suoi venti stasera, con che furia
tende a disancorarsi dalle boe
profonde del terziario, come anela
al volo sparso delle sue cortecce
e foglie e sabbie nei vortici caldi?
Venga a sentire questa sarabanda
chi la sua patria cerca, chi una legge
invoca del suo esistere, chi crede 
alle dighe, ai bastioni, alle colate 
ferrigne di cemento, – e cieco ignora
che siamo antichi pellegrini in marcia 
verso un santuario, verso una sorgente, 
verso una valle dolce per fondarvi 
a cittadella del tuo sogno, 
quella 
che compirà a sua volta la parabola
dal nulla allo splendore, e poi t’insinua 
quella furia sottile, inestinguibile 
di ritornare pellegrino. 

Maria Grazia Spaziani

 La poesia della Spaziani esprime una condizione inestinguibile, che appartiene alla nostra realtà ontologica, ma che si rivela pienamente solo nel travaglio e nello splendore di chi ne ha coscienza: il nostro essere pellegrini sulla terra. Chi, come l'isola, si lascia attraversare dalla sarabanda dei venti che insinuano nel cuore una furia sottile che sembra possa travolgere persino le dighe e i bastioni (...quanti ancora., a tutte le latitudini..) saprà sollevare la propria vita al di sopra delle categorie che la cingono e la limitano, obbligate e prevedibili, senza possibilità di riscatto. Farà spazio alla visione, saprà accogliere l'imprevedibile della trascendenza.

E anche se la pienezza che si compie seguendo la meta ambita non salva dal declino che ogni divenire porta con sè, torniamo ad essere pellegrini! Ci attende la sorgente, la cittadella del sogno, il santuario che benedice i nostri giorni.


  1. E. J. Leed, La mente del viaggiatore. Dall'Odissea al turismo globale", Il Mulino, Bologna, 1992, pag. 20.
  2. R. Mazzei, (a cura di),  Donne in viaggio viaggi di donne. Uno sguardo nel lungo periodo, Le Lettere, Firenze, 2009, pag. 5.
  3. N. Ohler, Vita pericolosa dei pellegrini nel Medioevo. Sulle tracce degli uomini che viaggiavano nel nome di Dio, Piemme, Casale Monferrato, 1996 , pag. 211.
  4. D. Corsi, Donne e viaggi nel Medioevo, in R. Mazzei, op. cit, pag. 25.
  5. Si veda ad esempio Buffalmacco, La Tebaide, Camposanto Monumentale, Pisa.
  6. D. Corsi, (a cura di),  Altrove: viaggi di donne dall'antichità al Novecento, Viella Roma, 1999.
  7. G. Zarri, Le sante vive. Cultura e religiosità femminile  nella prima età moderna, Rosemberg & Sellier, Torino, 1990.
  8. Teresa di Lisieux, Storia di un'anima, San Paolo, Cinisello Balsamo (Milano), 2006,  pag. 162
  9. L. Costa, Ciò che possiamo fare. La libertà di Edith Stein e lo spirito dell'Europa, Solferinio  Milano, 2019, dal risvolto di copertina.
  10. Si  veda: E. Stein, Natura, persona, mistica. Per una ricerca cristiana della verità, a cura di Angela Ales Bello, Città Nuova, Roma, 1997.
  11. E. Stein, Stare davanti a Dio per tutti. Centenario della nascita 1891 – 1991, O.C.D., Roma 1991, pag. 272.
  12. M. Zambrano, All'ombra del Dio sconosciuto.  Antigone, Eloisa, Diotima, a cura di Elena Laurenzi, Pratiche editrice, Milano, 1995, pag. 22.
  13. N. Terranova,  Non sono mai stata via. Vita in esilio di Maria Zambrano, rueBallu edizioni, Palermo, 2020, pag. 77-78.
  14. Si veda M. Zambrano, Chiari del bosco, Bruno Mondadori, Milano, 2004

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