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Una vitale incertezza

08 Luglio 2021
Una  vitale incertezza
Quest’anno al mare ho letto un libro diverso dalle letture che riservo per la settimana di vacanze. L’ho scelto non tanto per il titolo - L’esercizio della filosofia – quanto per il sottotitolo: Per una vitale incertezza. Attualissimo, dunque.

Quest’anno al mare ho letto un libro diverso dalle letture che riservo per la settimana di vacanze sul litorale tirrenico (di solito, un classico della letteratura mondiale).
In contrasto con le alte temperature che invogliavano a stare in acqua, il mare tempestoso lo sconsigliava. Gli Antichi credevano che Nettuno fosse arrabbiato con gli umani, ma il vecchio pescatore di Bibbona mi ha ripetuto che nulla è sicuro in natura. 
 Ho pensato che non è vero l’adagio "natura saltus non facit”. Comodo pensarlo, ma non è così, come dimostra lo Spillover
 E dunque ho letto un libro. L’ho scelto non tanto per il titolo - L’esercizio della filosofia – quanto per il sottotitolo: Per una vitale incertezza. Attualissimo, dunque. 
 Ed è proprio il tema dell’incertezza il cuore della disamina che il suo autore, Lucio Saviani, conduce in modo rigoroso e con dovizia di riferimenti storici, dai classici della filosofia antica fino ai nostri giorni, senza trascurare la grande pittura. 
 Ogni capitolo, infatti, si chiude con la presentazione di un quadro che serve da spunto per meglio illustrare il pensiero, e comunque per congiungere la ragione con il sentimento e la passione. Ad esempio, il celebre dipinto di Velazquez, Las Meninas (1656), attualmente al Museo del Prado di Madrid, serve all’autore per introdurre – sulla scorta delle celebri pagine iniziali di Le parole e le cose di Michel Foucault - il tema della distanza. 
 Scrive Saviani: “Velazquez si ritrae al tempo stesso dentro e fuori dal quadro, rendendosi visibile proprio discostandosi dal quadro che sta realizzando e che resta invisibile a noi nel quadro in cui egli appare” (pag. 36). 
La distanza, dunque. 
Un tema centrale della filosofia, o se preferiamo dell’esercizio della filosofia, come già mostrava Socrate, rappresentato icasticamente dalla tradizione come colui che si ritirava in campagna e se ne stava solitario, in piedi, in compagnia soltanto dei suoi pensieri, per tutta una notte.
Socrate, il nume archetipico di ogni esercizio del pensiero, che, tuttavia, era anche – proprio per la sua capacità di distanziarsi – l’uomo più vicino alle persone, ai giovani soprattutto di cui curava la mente e l’anima. 

 Ma la distanza è altresì un tema di grande attualità per la nostra epoca: riferibile naturalmente alle necessarie misure di precauzione medica; ma non solo. Infatti, una forma di “relazionalità distanziata” tra le persone viene da lontano. È la tecnica sempre più evoluta e pervasiva che ci permette di fare quasi tutto a distanza oggi nel mondo: comunicare, solidarizzare, odiare, lavorare, commerciare, far la conoscenza di mondi, comunità, modi di vivere e di pensare molto diversi dai nostri. 
 Ed è qui che si spalanca un abisso di problemi che riguardano il rapporto tra mondi e civiltà un tempo incomunicabili tra loro, che oggi sono entrati in rapido, brusco contatto. Con innegabili vantaggi, ma anche con gravi, a volte insormontabili problemi. 
Problemi di emigrazioni-immigrazioni, ridefinizioni di confini, anche tra uomo e natura, aperture e chiusure. Insomma, i problemi di un mondo globale, interconnesso nei rischi (si pensi al riscaldamento del Pianeta) e, tuttavia, chiuso in resistenti antiche consuetudini di tipo comunitariste. 
 Il caso della ragazza Saman Abbas in Italia è un esempio eloquente di distanza tra due mondi culturali di appartenenza (quello paternalista e tradizionalista e quello occidentale). Stretta tra questi due mondi, la povera ragazza si sarà vista persa ancora prima della decisione tribale di annientamento. Una perdita di radici – quelle del mondo di partenza – cui ha corrisposto anche una distanza nel mondo di arrivo! 

 Un tema questo che la filosofia ha dibattuto già nel secolo scorso, senza arrivare a una visione unitaria.
I comunitari alla Macintyre agognavano una società sul modello della polis perduta e delle sue virtù; mentre i sostenitori dell’universalismo affermavano senza mezzi termini la superiorità della visione (occidentale) dei diritti dell’uomo e del cittadino, sul modello delle rivoluzioni francese e americana. 
 Ai nostri giorni, risulta difficile sostenere la superiorità di una delle due posizioni – universalismo versus comunitarismo -; e tuttavia la filosofia non può esimersi dal riflettere su queste contraddizioni. 

 A mio parere, la proposta contenuta in questo libro va presa sul serio. Mi sembra che possa così sintetizzarsi: “i confini sono fatti per essere trasgrediti”. Dove l’ultimo verbo, dal latino trans gradi, significa proprio andare oltre, oltrepassare i confini, anche di ciò che è stabilito come certo. Se non ci fossero confini, non ci sarebbero né identità né differenza. E, dunque, i confini sono necessari (come dicevano gli Antichi), ma si deve ammettere altresì la possibilità di tradirli (tradere, donde tradizione, deve poter essere anche tradimemto!).
Per questo occorre la saggezza di chi sappia rendere domestico l’ignoto, ossia, come dice Saviani: “all’irruzione improvvisa dell’estraneo faccia seguire un’inedita familiarità, un sentirsi a casa, che proprio per questi motivi, non è un restare a casa” (p. 36).
 Un tema questo che necessita di una riflessione a tutto campo, logico-filosofica, politica e sociale. Una traccia fondamentale da sviluppare, come dice il sottotitolo citato, da svolgere con un esercizio di vita e pensiero che ammetta il dubbio, la perplessità, l’esitazione, in una parola, l’incertezza.

Domenico Massaro



Immagine di copertina: Diego Velázquez, Las Meninas (1656) - The Prado in Google Earth: Home - 7th level of zoom, JPEG compression quality: Photoshop 8., Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=22600614


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