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Intervista a Davide Longo. Scrittura, personaggi e ambientazioni piemontesi in gialli “maron”

20 Ottobre 2021
Intervista a Davide Longo. Scrittura, personaggi e ambientazioni piemontesi in gialli “maron”
Scrittore raffinato, Davide Longo vive a Torino dove insegna alla Scuola Holden. In febbraio è uscito per Einaudi il suo ultimo libro “Una rabbia semplice". Alice Barontini lo raggiunge al telefono, un sabato mattina durante una pausa dal Salone del Li

Davide Longo è nato a Carmagnola cinquant’anni fa.
Scrittore raffinato, oggi vive a Torino dove insegna alla Scuola Holden

Il suo ultimo libro, uscito per Einaudi lo scorso febbraio, s’intitola “Una rabbia semplice” ed è un romanzo poliziesco che trasforma in trilogia la saga del commissario Vincenzo Arcadipane e del riservato Corso Bramard, già protagonisti dei romanzi “Il caso Bramard” e “Le bestie giovani”. 

Con naturalezza disarmante e tanta artigianalità, Longo innesta sul genere del giallo una narrativa colta, una poetica profonda e accurata, dando vita a un universo letterario tutto suo.
Un “maron” dice lui, prendendo spunto dal “brutto tinello maron” di Paolo Conte.
Dove i poliziotti e l’assassino ci sono, ma alla fine quel che ti interessa sono soprattutto le storie, i pensieri, le emozioni dei personaggi complessi e disperati, pieni di crepe interiori. Di quelli che ti affezioni e, alla fine del libro, ti mancano già.

Nei suoi romanzi ampio spazio hanno le ambientazioni introspettive, che abbracciano le brumose e malinconiche terre del Piemonte più francese: Torino, Roero, le valli selvatiche del cuneese…Le “sue” terre, insomma. 

E proprio di territori, letteratura, ambientazioni e scrittura parliamo in questa (lunga) intervista.

Al telefono, un sabato mattina.
Mentre Davide prende una pausa dal Salone del Libro e porta a spasso il suo cane, per le vie torinesi.

Qual è la necessità da cui è nata la tua condizione di scrittore? 
«Domanda complessa. Diciamo che quello che ho visto negli ultimi anni è che chiunque si metta a scrivere storie lo fa perché alla radice c'è un rapporto non del tutto risolto con la realtà e con quello che lo circonda, anche con sé stesso.
Se crei un universo virtuale, un universo narrativo finto dove far muovere i tuoi personaggi, dove trasportare un pezzo della tua vita, è evidente che è perché nell'universo reale non ci stai completamente a tuo agio».

Una delle tante cose che mi colpisce della tua poetica è l’interesse per certi luoghi. Penso alla tua trilogia su Bramard e Arcadipane, ambientata nel nord, in Piemonte. Ma anche ai tuoi libri meno recenti o al tuo documentario “Carmagnola resiste”. A cosa è dovuto questa richiamo verso i territori?
«Quello che mi interessa degli esseri umani - e quindi anche dei personaggi che creo - è ciò che di primitivo c'è in loro, l’aspetto materico della loro personalità e mentalità.
M’incuriosisce la radice di primitività che ci portiamo dietro e che poi abbiamo camuffato, ricoperto con tutte le sovrastrutture che il vivere ci ha costretto ad adottare, nel bene o nel male.
Ecco, se tu vai a cercare ciò che di primitivo c'è in noi, ti accorgerai che questo aspetto atavico ha molto a che vedere con la terra, con i luoghi che ti hanno generato e che ti hanno in un certo senso formato.
Tutti gli autori che amo hanno un rapporto profondo con il territorio, e non sempre è un rapporto idilliaco. Può anche essere un rapporto contrastato.
Però sicuramente come un vino esce con determinate caratteristiche perché nasce da un preciso territorio, da un terroir che gliele ha trasmesse, ugualmente accade per certi autori con le loro storie. Penso agli Stati Uniti di Cormac McCarthy, al Sudafrica di Coetzee…»

A proposito di luoghi, ricordo un tuo discorso a una presentazione in cui ti dichiaravi lontano da chi ama sentirsi “al centro del mondo”. Tu sei per le zone periferiche, laterali, vintage, in cui le novità arrivano in ritardo…
«Non sono incuriosito dal centro, non lo trovo nelle mie corde. Questo è il motivo per cui, in generale, mi interessa meno la letteratura metropolitana. Mi interessano, invece, i luoghi dove la forza centrifuga che muove il mondo ha spinto alla deriva le cose e le persone. Tutte le mie storie prendono le mosse da questo aspetto. Mi sembra che proprio in questi posti nascano le cose più interessanti».

Osservi Torino con uno sguardo che va in profondità. La racconti come un personaggio. Sarebbe possibile con un’altra città?
«No, non è questione di costruzione tecnica. Riesco a farlo con Torino perché Torino è fatta di una materia che mi è congeniale. Torino è una citta costruita con le pietre delle montagne che le stanno attorno, le montagne in cui ho vissuto; e quindi la sento come se avesse degli elementi chimici che sono anche in me.
Però non potrei fare di un'altra città un personaggio, perché non la conoscerei mai davvero.
Un'altra città la potrei magari usare come sfondo, come scenografia. Come Sergio Leone costruiva le facciate dei villaggi western in Sardegna…» 

Mi viene in mente il tuo primo romanzo, “Un mattino a Irgalem” (Marcos y Marcos 2001, Feltrinelli 2019), ambientato nell’Etiopia anni ‘30…
«In quel caso non racconto l'Etiopia ma la storia di un torinese che viene mandato in Etiopia per fare un lavoro specifico. Ovviamente per lui l’Etiopia è un luogo sconosciuto, estraneo e anche inaccessibile nella sua profondità, esattamente come lo è per me. Per me ci vuole molto tempo e anche una certa predisposizione per entrare davvero in contatto profondo con i luoghi che non sono di origine.
Ovviamente qualcuno riesce a farlo ma per me non è facile».

C’è un luogo che ti rappresenta?
«Esiste una composizione di luoghi in cui mi riconosco. Quelli che compaiono nei miei ultimi libri ma che, in realtà, c'erano già in altri romanzi, penso per esempio a “L'uomo verticale” (Fandango 2010) o “Il mangiatore di pietre” (Marcos y Marcos 2004, Feltrinelli 2016). 
Sono tre territori attigui: le montagne del Piemonte, le colline del Piemonte (le Langhe, in particolare, vicine a dove sono nato) e poi Torino, che ha preso da tutti questi luoghi non solo la materia di cui è fatta ma anche l'umanità di cui è costituita.
Perché alla fine, come diceva Calvino, Torino è una città di montanari inurbati». 

 Ti è mai successo di provare curiosità per un luogo dopo averne letto in un libro? 
 «Mi è successo con due miei grandi maestri letterari: Francesco Biamonti e Mario Rigoni Stern. Sono due autori strettamente legati al territorio dell’entroterra ligure e dell'altopiano di Asiago. Loro certamente mi hanno fatto venire voglia di vedere quelle terre. Ma è successo anche con altri autori di terre lontane.
Non sono attratto dalla terra in sé ma da come l'autore mi racconta il territorio. Mi incuriosisce la sua lettura, il suo sguardo che mi fornisce una sorta di scorciatoia per entrare in profondità con quell’ambiente.
Poi, sai, non è detto che andando fisicamente io riesca a ricreare davvero il rapporto immaginato. A volte i luoghi possono anche deluderti, succede.
Così come può accadere di scoprire posti che per ragioni chimiche profonde risultano invece immediatamente congeniali».

Solitamente dove scrivi? 
 «Scrivo dove e quando riesco, perché avendo molte lezioni e una famiglia numerosa non posso fare troppo lo schizzinoso. Di solito una buona parte dei miei libri li scrivo in montagna, dove soprattutto d'estate riesco a prendermi alcune settimane da dedicare esclusivamente alla scrittura.
Però, in realtà, scrivo ovunque: in città, nello studio, sui treni…»

Spostiamoci idealmente a Borgata Confine, in Val Varaita, nel cuneese. Qui si trova AlfaBaita, un “eremo per scrittori”. È il tuo progetto in bilico tra scrittura e ospitalità, nel silenzio delle montagne. Una casa vacanze in cui organizzi workshop, trekking letterari, residenze per scrittori…Ce ne parli?
«Da tempo propongo residenze di scrittura in montagna. All’inizio le facevo nella casa di famiglia ma ultimamente abbiamo acquistato due ruderi vicini che con fatica abbiamo sistemato ed è nata AlfaBaita. Le persone soggiornano in questi appartamenti e possono dedicarsi a scrivere, leggere o semplicemente pensare.
Chi non ha la possibilità di lavorare con la scrittura ha spesso difficoltà a ritagliarsi degli spazi mentali e temporali per il proprio progetto. Così c’è questo posto, in mezzo a una piccola borgata disabitata, dove le distrazioni sono pochissime e sei circondato da persone che stanno facendo la stessa cosa che fai tu. È bello perché si crea una sorta di energia. Tutte le persone si dedicano alle storie e poi ceniamo insieme, chiacchieriamo, ci confrontiamo…»

Perché la montagna?
«Perché penso che le persone siano una cosa bellissima ma anche un’enorme distrazione. Per questo motivo scelgo la montagna; perché trovo che sia uno dei luoghi in cui - per una serie di scomodità intrinseche – si opera naturalmente una sorta di selezione, a monte. E, infatti, vedo che quelle che mi raggiungono sono quasi sempre persone che hanno una visione del mondo che sento di poter condividere, con cui sento di poter avere uno scambio; è come se ci fosse una comunità d’intenti».

Tu insegni scrittura alla Scuola Holden di Torino. Qual è la cosa che più di tutte vuoi trasmettere ai tuoi allievi? 
«Che la scrittura è una forma di artigianato. Acquista valore quando ci metti te stesso, qualcosa che vuoi esprimere, qualcosa di cui ti vuoi liberare, qualcosa che vuoi condividere. Ma questa forma di autenticità deve esser fatta passare attraverso il filtro della tecnica, che non toglie spontaneità alla storia ma è parte integrante di essa. Mi piace l’idea dell’artigianato, del dedicare tempo e cura a un progetto. Oggi c’è una grande sopravvalutazione della spontaneità. Rovesciare sugli altri i propri sentimenti, le proprie frustrazioni, i propri bisogni…non credo sia la via giusta. Ed è questo il motivo per cui penso che la scrittura sia qualcosa che non solo può ma deve essere insegnata. Che poi tu la impari leggendo i grandi maestri o andando a un corso o facendo una scuola, o magari tutte e tre le cose, non ha importanza. 
 L’importante è che la si impari, come si impara qualsiasi forma di artigianato».

Insegnamento e scrittura. Come vivi questi due mondi?
«Per me sono due gesti abbastanza contigui e consequenziali. Non credo che mi piacerebbe soltanto scrivere, come non credo che mi piacerebbe soltanto insegnare. Anzi, per me, è abbastanza utile che questi due momenti si intervallino. Non è una cosa che sento come un’invasione di campo di uno nell'altro».

 Domanda di rito. Stai già lavorando al prossimo libro? 
«Sì, e sarà un altro Bramard-Arcadipane». L’appuntamento, pare, è per l'estate del 2022. 

 Alice Barontini


Riproduzione riservata © Copyright I Parchi Letterari

Immagini a cura di Davide Longo



Davide Longo. Giulio Einaudi Editore
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