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Amore: Poesia ebraica e persiana a confronto.

10 Marzo 2022
Amore: Poesia ebraica e persiana a confronto.
Una posizione privilegiata che, attraverso la poesia, ci permette di confrontare ed entrare nella vita millenaria di questi popoli e di caprine le emozioni, la spiritualità, la storia, il legame con la loro terra.

Nella storia millenaria delle civiltà ebraica e persiana, il primo esempio di un’opera poetica che attinge da entrambe le culture la abbiamo in Shahin Shirazi, poeta ebreo-persiano del XIV secolo. Nella sua grande opera, l’Ardashir-nameh, Shirazi racconta la storia biblica di Ester, già di per sé ambientata nella Persia antica, attraverso il metro poetico persiano, arricchendola con racconti della tradizione storico-mitologica dell’Iran antico. Potremmo pensare all’Ardashir-nameh come al primo esempio di un’opera ebraica “persianata”, per utilizzare la fortunata definizione coniata dallo storico americano William Hodgson ad indicare quelle società, e le loro espressioni culturali, basate ed influenzate dalla cultura persiana. Ma quello che forse è più interessante, almeno per me che la poesia amo leggerla ancor più che studiarla, è guardare oltre gli esempi di sintesi tra le due culture, come quello operato da Shirazi, per osservare come la storia poetica di queste due civiltà ha sviluppato tematiche condivise. Una simile operazione, ça va sans dire, ci porta al di là del semplice interesse letterario, ma ci pone in una posizione privilegiata che, attraverso la poesia, ci permette di confrontare ed entrare nella vita millenaria di questi popoli e di caprine le emozioni, la spiritualità, la storia, il legame con la loro terra.

Quale potrebbe dunque essere il tema condiviso per eccellenza nella storia della produzione poetica ebraica e persiana? Io credo che chiunque abbia letto i versi di questi due popoli risponderebbe l’amore. L’amore, che di per sé è già il focus di tanta della poesia nella storia dell’umanità, in queste due culture riesce a diventare un medium straordinario per descrivere il mondo. Già nel Tanakh, la bibbia ebraica, il Cantico dei cantici descrive un amore erotico travolgente che va oltre il semplice desiderio di ricongiungersi all’amato per guardare al desiderio di Israele di andare verso il suo Dio. Sullo sfondo di questa straordinaria ricerca, c’è la fiamma, mai spenta nel cuore del popolo ebraico in secoli di diaspora, di un’altro amore profondissimo: quello per la Terra d’Israele. Se infatti il desiderio sensuale è il metro per misurare la potenza del sentimento verso il divino, la bellezza che fa nascere questo amore non può che essere quella della terra di Canaan. Ecco quindi che l’amata diventa come la rosa nella valle costiera dello Sharon, l’amato diventa come il cedro del Libano, i suoi riccioli neri come i datteri.

Questa ricerca, non solo di Dio, mossa da un desiderio amoroso estremo che vince il tempo e lo spazio, la ritroviamo anche nella poesia persiana, non solo nelle grandi leggende dell’Iran pre-islamico, come quella di Khosrow e Shirin, dove i due amanti si amano di un amore improvviso e travolgente e sono separati da un destino doloroso, ma anche nella produzione poetica dei secoli successivi, nell’ambito del misticismo Sufi ma anche in uno scettico irriducibile come Omar Khayyam, vissuto nel XI secolo. Nelle quartine del poeta-astronomo di Nishapur, l’amore è quello suscitato dal vino, dai profumi, dalla bellezza del Saghi (il coppiere), dalle suggestioni del paesaggio e della natura del Khorasan, l’Arcadia di Persia. È un amore che si consuma nel Kharabat, nell’osteria che è il paradigma dell’assenza di ipocrisia, il luogo che è Kharab, rovina, e Abad, prosperità. È un luogo di rovina e prosperità perché per Khayyam nel piacere è racchiuso anche il dolore: l’obiettivo di questo amore necessario per gli esseri umani non è solamente un essere divino ma è anche il ragionamento sulla caducità della vita e sull’incapacità dell’uomo di capire la ragione della sua esistenza nel mondo. Questa separazione tra la ragione umana e la comprensione totale del mondo, tra l’uomo e l’origine della sua esistenza, è ben descritta, seppur in un piano più vicino alla fede rispetto a Khayyam, da un altro grande poeta persiano, Gialal al-Din Rumi. Il grande mistico, nato a Balkh nel 1207, nella sua grande opera, il Masnavi, parla di questo amore doloroso con questi versi: “È il fuoco d’Amore ch’è caduto nel flauto, è il fervore d’Amore che ha invaso il vino”. Per Rumi l’uomo è come il Ney, flauto dal suono malinconico, strappato dalla sua origine, il canneto, e destinato a cantare un amore impossibile la cui estasi sembra poter essere sfiorata solo con il Mey, il vino.

D’altra parte, anche nel mondo ebraico medioevale abbiamo esempi di questo amore struggente per l’irraggiungibilità dell’oggetto del desiderio. Nell’opera di Yehuda ha-Levi, poeta e rabbino sefardita nato nella Spagna musulmana e coevo a Khayyam, accanto ai suoi piyyut, poemi liturgici ancora oggi cantati in molte sinagoghe, troviamo le poesie d’amore della gioventù, dominate dai piaceri mondani e dal vino, e poi troviamo ancora quell’amore impossibile, che per Yehuda diventa quello per la Terra d’Israele. Nel suo famosissimo poema “Il mio cuore è a oriente”, Yehuda ha-Levi descrive in questo modo il desiderio di tornare nella sua terra ancestrale: “cosa da poco sarebbe per me lasciare tutte le bellezze della Spagna, al pensiero di quanto preziose sono ai miei occhi le rovine del Santuario”. Il Tempio distrutto, e per metonimia Gerusalemme, diventano in questo senso la Kharabat del poeta spagnolo, che vede splendore in una terra in rovina perché quella è la sua terra e spera un giorno di potervi tornare come un amante desidera tornare dalla sua amata. Yehuda ha-Levi non riuscirà mai a coronare il suo desiderio, morirà al Cairo nel 1141 mentre già anziano si recava in Terra d’Israele per morire nella terra dei suoi padri; tuttavia, la sua opera rimase eterna nella cultura ebraica e diventerà ancor più importante con la nascita del sionismo e la volontà del popolo ebraico di ricostruire uno stato ebraico nella sua antica terra.

In effetti, la poesia ebraica dopo la nascita del sionismo mantiene ed amplia il tema dell’amore per la propria terra, ma lo declina non più in una dimensione di dolore, bensì in quella della speranza, sebbene talvolta caratterizzata dalla presenza oscura del conflitto. È proprio Hatikva, “la speranza” bimillenaria di tornare ad essere un popolo libero, il titolo della poesia di Naftali Imber che diventerà l’inno del nuovo Stato d’Israele, ed è sempre un senso di speranza, anche nella lotta e nella morte, che caratterizza una delle più famosa poesia di Avraham Stern. Stern, un curioso esempio di poeta-guerriero, fondatore di un gruppo paramilitare e personalità controversa, unisce ad un amore quasi fisico per Israele una forma di eroticizzazione della morte che deriva dalla sua esperienza di combattente underground, sullo sfondo degli anni turbolenti della Palestina mandataria. Un esempio di questa tematica lo si può trovare nella sua poesia “sei promessa a me, mia terra” dove Stern attraverso la promessa del rito nuziale ebraico si unisce nella morte alla Terra d’Israele: “sei promessa a me, mia terra, secondo le leggi di Mosè e Israele…, e con la mia morte io seppellirò il mio viso nel tuo grembo, e tu vivrai per sempre nel mio sangue”. In Yehuda Amichai invece la morte, che infondo è un lascito delle tematiche della diaspora, scompare per lasciare spazio all’immensità, alla vita e ad una ironia sottile tipica della sua produzione. In questo senso è il primo poeta veramente sabra, ebreo nativo di Israele, che vede il mondo della diaspora come qualcosa di totalmente straniero. Si può affermare con sicurezza che nella poesia ebraica e nel modo in cui essa affronta l’idea della terra natale esiste un prima e un dopo Amichai, perché è attraverso di lui che Israele si trasforma da ricordo e desiderio malinconico a luogo di vita, con le sue gioie e dolori, ma pur sempre un luogo reale dove l’ebreo celebra la sua storia, la sua fede, la sua rinascita nazionale. Non è un caso, dunque, che il centro della sua produzione poetica sia la sua città, Gerusalemme, che nella sua quotidianità diventa un luogo sospeso nel tempo, dove non esiste il peso dei millenni e l’odierna Porta di Giaffa convive con la Gerusalemme del Tempio, Saladino con Davide. Per Amichai la diaspora non è semplicemente finita: non è mai esistita, perché l’amore per Gerusalemme, l’amore che un figlio prova per sua madre, è in grado di dissolvere il tempo.

Questa capacità straordinaria che Amichai ha di dipingere la quotidianità si ritrova, pur slegata da una specifica realtà territoriale, nell’opera della poetessa iraniana Forough Farrokhzad. Nata nel 1934 nell’allora Iran imperiale, muore a soli trentadue anni in un incidente stradale. Nella sua poesia, considerata da molti la miglior produzione poetica in lingua persiana del ventesimo secolo, è in grado di unire l’utilizzo raffinatissimo della lingua ad uno stile nuovo e moderno rispetto a quello della poesia classica. Descritta spesso in occidente come una poetessa “femminista”, in realtà non fa una poesia politica ed è estremamente distante dalla produzione poetica femminista europea e nordamericana. La sua non è una protesta militante, di piazza, ma è una protesta vissuta nella quotidianità, nell’amore sensuale, nella libertà di inseguire e realizzare il desiderio erotico e nell’aprire al mondo l’intimità della vita femminile senza per questo rinunciare ad una femminilità che, invece, è l’impronta più profonda della poesia della Farrokhzad. La famiglia, gli amanti, il dolore e l’affermazione della propria libertà sono lo sfondo, e non l’oggetto dell’amore della poetessa che vuole desiderare e vivere per sé stessa, per il desiderio personale di amare, anche quando l’amore fa male. Ed è in questo senso che si deve realmente intendere l’amore nella poesia ebraica e in quella persiana. Un amore che diventa totale, perché in esso si deve riassumere tutto il portato emotivo del poeta. Non è nulla di quello a cui siamo abituati: non siamo più davanti a quella “favola bella” dannunziana, dove la natura della pineta è funzionale solo ad esaltare la bellezza e l’emozione per la donna, ma nella poesia di questi popoli millenari siamo davanti ad un’opera di fusione completa nella quale il poeta, di fronte ad emozioni positive e negative, sussume in questo tipo di amore tutta la sua esperienza come individuo, come parte di un popolo, come figlio di quella specifica terra. Non è quindi un amore semplicemente edonistico e fisico, e neppure è solamente un amore mistico, ma è un amore nuovo, fusione delle emozioni suscitate da oggetti diversi che il soggetto-poeta fa parlare tra loro con un linguaggio che è sintesi dei linguaggi con cui noi descriviamo i sentimenti che ci danno questi oggetti. Anche quando l’oggetto di questo amore è la propria terra, il proprio Dio, il proprio amante, è sempre e soltanto il poeta con la sua volontà e le sue emozioni il vero padrone di questo amore, e noi possiamo solo provare a ricercare queste emozioni nella nostra terra, nelle nostre idee, nella nostra vita quotidiana.

Vittorio Mascarini

Riproduzione riservata © Copyright I Parchi Letterari

Immagine di Vittorio Mascarini

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