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Il senso di Raffaele Nigro per la letteratura.Il suo Federico II in corsa per lo Strega 2022

16 Marzo 2022
Il senso di Raffaele Nigro per la letteratura.Il suo Federico II in corsa per lo Strega 2022
Tra i 74 titoli segnalati dagli “Amici della Domenica” per lo Strega 2022 c’è Il Cuoco dell’Imperatore di Raffaele Nigro (La Nave di Teseo), anima, animatore culturale e nume tutelare del Parco Letterario Federico II di Melfi

Tra i 74 titoli segnalati dagli “Amici della Domenica” dai quali si arriverà alla dozzina in corsa per lo Strega 2022 c’è Il Cuoco dell’Imperatore di Raffaele Nigro (La Nave di Teseo, pp. 811), anima, animatore culturale e nume tutelare del Parco Letterario “Federico II” di Melfi.
 Ho visto nascere il romanzo, ho avuto il privilegio di seguirne la costruzione, la gestazione, l’iter editoriale attraverso i racconti dell’autore, e ne ho ricevuto le prime bozze. Divorate. D’un fiato e di gusto per restare al titolo di questo romanzo denso e stratificato, sospeso tra storia e finzione letteraria, geografia e antropologia, cultura e identità anche enogastronomica dei luoghi, un’opera profondamente voluta e autenticamente amata da Nigro e che di lui e dei suoi interessi di una vita porta il segno, riconoscibile dietro ogni piega delle tante vicende e storie che si affollano sulla pagina, pur senza soffocarla, sotto le ragioni di ogni parola, virgola e accapo, perfino. 

 Premio SuperCampiello nel 1987 con I Fuochi del Basento – romanzo che lo ha consegnato al grande pubblico, inaugurando una stagione fortunata e ininterrotta di successi e consacrandolo nell’Olimpo delle voci più autorevoli della letteratura italiana del quarto Novecento – Raffaele Nigro è un caposcuola, colui che ha ridato linfa, luce e voce, nuovo slancio al genere storico-antropologico di matrice geografica. Scrittore, saggista, giornalista, Nigro è innanzitutto un agitatore culturale, e lo è soprattutto per quel suo spiccato senso della letteratura, della cultura come cosa viva, che è nelle cose, che serve a fare le cose, ad agire sul reale, modificandolo. Basti pensare a ciò che Raffaele Nigro ha fatto e continua a fare per la rete dei Parchi Letterari in Basilicata e ciò che ha creato intorno e con il Parco Letterario “Federico II” di Melfi, dalle pubblicazioni dei “Quaderni del Parco” alla rivista “Augustali”, fino alla costituzione del Comitato Nazionale che, riconosciuto dal MiBACT, proprio sotto la sua egida, ha curato le solenni celebrazioni per il “Millenario della Fondazione della Città Fortificata di Melfi 1018-2018” e gli importanti Convegni su “Melfi tra Longobardi e Bizantini”, “Melfi al tempo dei Normanni”, “Melfi nell’età Svevo-Angioina”, eventi straordinari che hanno ricollocato la città federiciana al centro degli interessi di storici e studiosi, restituendole il suo ruolo di capitale.

 E se è vero che a partire da quel 1987 Nigro si è mosso tra i grandi della critica e della cultura letteraria come Michele Prisco, Raffaele Crovi, Lorenzo Mondo, Geno Pampaloni, così oggi, sul piano della letteratura contemporanea, ne interpreta le tensioni più vive e feconde, gravide di cambiamento. Il riferimento più incisivo – a partire dalla rivista “Appennino. Semestrale di Letteratura e Arte” (Consiglio Regionale di Basilicata, 2015-2018) di cui Nigro, con Lupo e Sammartino, è stato direttore editoriale, e dal Festival “Culture e Scritture dell’Appennino”, organizzato nel 2017 e nel 2018 dal Parco Letterario “Federico II” a Melfi – è di certo quello alla letteratura appenninica, di cui sono intrise le pagine di questo romanzo, un nuovo modo di guardare al Sud, tra Oriente e Occidente, Appennino e Mediterraneo, allargandone i confini per estenderli a tutta la provincia, mediana e trasversale, accomunata da medesime caratteristiche peculiari, “genetiche” quasi; uno sguardo nuovo che corrisponde a un processo di revisione critica profonda, tra i più significativi e determinanti degli ultimi decenni, che chiama in causa temi e dinamiche fondamentali, non solo strettamente riferibili a un piano puramente letterario, come quelle tra locale-globale, uomo-paesaggio, sud periferia-sud centro del mondo.

 A tal proposito, e in riferimento proprio all’idea di un “meridione allargato”, a questa nuova geografia plurale, mi viene in mente una recensione di Prisco ai Fuochi, pubblicata all’indomani del Campiello sulle pagine del “Mattino”, in cui tra l’affollarsi di quelle storie e nomi e luoghi, l’amico scrittore scorgeva significativamente il profilo, netto e riconoscibile, visionario e utopico, di una “Macondo lucana”, con evidente richiamo a Marquez e al residuo del suo realismo magico tra le pagine di Nigro.

 Tant’è, al momento della pubblicazione del romanzo e del Campiello, intorno ai Fuochi si accese una vasta eco. La critica in particolare si addensò intorno a due nodi, su quelle che poi sarebbero state anche le questioni notevoli della sua narrativa successiva: da una parte ci si concentrò sul processo di (ri)definizione della forma romanzo operato da Nigro e ci si interrogò molto circa le tensioni e le ascendenze della sua scrittura, così sorprendentemente originale e poco etichettabile, in bilico tra meridionalismo, realismo magico, epica, romanzo picaresco, storico e antistorico; dall’altra colpì il massiccio recupero antropologico dell’immaginario popolare di un Sud orgogliosamente “meridionale”, combattivo, fieramente interpretato da Nigro e proposto quale modello proprio negli anni in cui imperversava il rigurgito federalista, o separatista, dell’allora Lega Nord capitanata da Bossi.
I Fuochi, in effetti, dopo tanta letteratura vanamente meridionalista, seppero rappresentare per la prima volta in maniera così icastica e vistosa la realizzazione, attraverso la microstoria, della non-storia demartiniana, di quella storia sconosciuta, negata o trasfigurata, desacralizzata e smentita, ora, a favore del sogno della storia, dell’utopia (possibile).

Stando al grande interesse per il reale di Nigro, per cui risulta particolarmente valido il concetto espresso da Manganelli di letteratura come “vita amplificata”, se dovessi individuare una radice, il substrato della sua scrittura, di quella sua attitudine narrativo-ricostruttiva di stampo geografico-antropologico, oltre ai documentari e alle inchieste sulla letteratura e sulla cultura lucane, sulla persistenza dei dialetti e sull’emigrazione realizzati nei suoi anni da direttore della sede regionale della RAI Basilicata, la rintraccerei perciò senza dubbio in un suo libro del 1996, Tradizioni e canti popolari: il Melfese, un volumetto dal titolo emblematico, di certo marginale rispetto alla sua produzione letteraria, ma non per questo meno determinante per gli esiti della sua scrittura, così sempre ostinatamente alla ricerca di verità, di elementi e materiali antropologici in grado di ricostruire i tratti di un’umanità dalla precisa fisionomia, fortemente identitaria e profondamente legata ai luoghi, restituita poi sulla pagina attraverso una letteratura che parla di provincia, ma che non è mai provinciale, che anzi non ha mai sofferto il provincialismo (per dirla con l’Amelia Rosselli di una provocatoria recensione del 1967 a Panglosse di Giuseppe Guglielmi, L’accusa di provincialismo turba troppo gli italiani), e che di fatto provinciale non lo è mai stata, neppure quando si è volutamente confinata e si è riferita a un orizzonte stretto e locale, circoscritto, come quello del paese. E di materiale letterario-antropologico, di formule magiche, filastrocche, nenie, serenate, poesie d’amore e religiose, canti da cantina, canti da cantastorie, detti, leggende e motti di spirito, è pieno questo suo ultimo romanzo dalla struttura corale, opera che conserva e mima i tratti dell’oralità agendo sapientemente nell’area di intersezione tra la cultura materiale contadina e la cultura “dotta”, la letteratura e la storia. Un romanzo, Il cuoco dell’Imperatore, fatto di accumulazione e memoria, intesa nella sua dimensione dinamica che, fuori da ogni passatismo nostalgico, non è mai intesa come fede o dogma; ciò che ne viene è un grande affresco, affascinante e composito, attraverso cui Nigro declina l’antico epos contadino nelle forme della contemporaneità.

 Arrivando a toccare, così, la questione relativa al canone letterario, Nigro può dirsi un interprete di quello che, passando da Fortunato a Guido Macera, definisco meridionalismo eretico, basato sul recupero del passato, della storia, ma in una dimensione finalmente attiva e dotata di prospettiva, una “terza via meridionale”, quella “postrurale o dell’occidentalismo imperfetto”, citando un importante Manifesto che porta anche la sua firma, un’alternativa al Sud come cartolina oleografica, ritrovata Arcadia, come imprecisato e indefinito altrove, subalterno, folclorico e mitologico. Sempre arreso, immobile, “piagnone”, per usare lo stesso Nigro.
 Con la parola e l’azione, con la sua letteratura, Raffaele Nigro attua al dunque un radicale mutamento letterario, culturale e sociale, in un processo di ricollocamento e di riappropriazione che trova per il Sud, divenuto un topos suo malgrado, un nuovo baricentro: un meridione non più periferico, ma interculturale, al centro del Mediterraneo, magnificamente espresso in questo romanzo da Federico II, lo Stupor mundi, qui raccontato e guardato da una prospettiva inedita e per questo particolarmente interessante, colto nella sua dimensione più intima ed autenticamente vera, dell’uomo e non (solo) dell’imperatore.

Non già da “narratore meridionale”, ma da “meridionale narratore”, per usare ancora Michele Prisco, Nigro difatti riposiziona il Sud sconfessando l’abusato sguardo piatto e retorico per procedere invece alla creazione di personaggi-uomini, radice e anima dei luoghi. Lo fa con i Fuochi e, di volta in volta, con La Baronessa dell’Olivento, Ombre sull’Ofanto, Malvarosa, Viaggio a Salamanca, Adriatico, fino al Cuoco dell’Imperatore, romanzi che sono tessere multiformi di un unico disegno, di un’unica ininterrotta epopea, plurale, resa attraverso una scrittura “in movimento”, un periodare agile e veloce e una lingua viva, un suo particolare idioletto, quasi mistilingue, tra alto e basso, lingua letteraria e lingua locale, capace di rendere ancor più godibile e leggibilissima questa corposa opera, e di restituire ai personaggi, senza forzature, la loro vera voce, tridimensionalità, corporeità.
La dote immaginifica della scrittura di Nigro, del resto, rappresenta la cifra stilistica della sua intera parabola letteraria e, in particolare, di questo suo ultimo romanzo. Proprio a tal proposito, filtro attraverso cui ho affrontato la lettura del Cuoco dell’imperatore e in riferimento al significativo, continuo (s)cambio prospettico e di visuale orientato a illuminare, con una prospettiva d’en bas, il versante disarmonico delle cose e nelle cose, mi viene in mente un trattato di Leonardo da Vinci, Modo di figurare una battaglia, contenuto nel codice A, uno scritto che anticipa significativamente la Battaglia di Anghiari, una pagina fondamentale, radice più antica di un libro di pittura di certo più corposo e noto, trascritto poi dal Melzi. Nonostante il titolo, lo scritto vinciano non ha nulla di didascalico (vi si ritrovano anzi numerosi “cinematografismi”, come ebbe a dire ai suoi studenti dell’Istituto Statale di Cinematografia di Mosca, nel 1933, il regista Sergej Ejzenstejn che pure “evocherà esplicitamente, nella lunga sequenza della battaglia sul ghiaccio [della Corazzata Potemkin], alcune indicazioni di Leonardo”, come ricostruisce Carlo Vecce a partire dal suo Le battaglie di Leonardo, 2011), ma si interroga, anzi, sul come riuscire a rappresentare visivamente l’azione della battaglia, la “storia”, a narrarne tridimensionalmente la temporalità, nel complesso delle azioni, delle fasi, della concitazione.
Fondamentale, per questo obiettivo ambizioso e necessario, si riveleranno per Leonardo – uomo nuovo, rivoluzionario interprete del suo tempo oltre il suo tempo, proprio come Federico II – il punto di osservazione, ribassato e interno, e il metodo, quello di procedere frammentando la scena collettiva in infiniti, anche minuti, dettagli, o fotogrammi. Ecco allora la polvere, il sangue, la confusione, il fumo. I nervi tesi, i lamenti, le smorfie di dolore. Con la prospettiva di chi è a terra, in basso e dentro la scena, e non quella dall’alto, esterna, di chi guarda l’azione da lontano. Non la prospettiva distanziante, insomma, ma quella dell’osservatore partecipante (con metodo tipico, non a caso, dell’etno-antropologia), che avvicina il lettore e lo coinvolge, rendendolo parte di quel tutto.
Allo stesso modo e con la stessa tecnica procede Carlo Levi in quello straordinario racconto per immagini che è il telero Lucania ‘61, ideale continuazione del Cristo, opera monumentale e suggestiva che, in 18 metri circa, ripercorre come in una lunga carrellata, l’epopea di un Sud “oltre Eboli”, partendo dalla buia miseria e dalla desolazione per giungere fino alla scotellariana “alba nuova”. E così Nigro nel suo romanzo, in quello che a ben vedere, negli anni e rispetto alla sua produzione complessiva, rappresenta un filone compatto e trasversale, impastato di terra e modernità, quello antropologico, fondato sulla microstoria. Il Cuoco dell’imperatore è un dedalo di storie, una fitta matassa da sbrogliare, un vortice di fatti che si rincorrono, fuori dalla pagina, di uomini e luoghi brulicanti di vita, come in un grande affresco affollato, ma composto, pieno di sguardi, scorci e visioni.
Come la battaglia vinciana e il telero di Levi, il romanzo di Nigro non procede attraverso quadretti ordinati e piatti, ma per quella sua capacità di creare mondi attraverso le parole, e di farli esistere, la sua tecnica mira piuttosto a (ri)dar vita a scene che si confondono, si sovrappongono, si fondono in una sorta di metamorfosi, in una dinamica narrativa in divenire, come quella della lunga storia di fierezza e riscatto di uomini e luoghi e destini del Sud.

 Non più la Storia bidimensionale, assoluta, borghese, allora (quella del romanzo storico, con la sua fiducia e il suo paternalismo), ma le storie, complesse, molteplici e mutevoli.
Tant’è, l’incipit del romanzo si profila come una dichiarazione di intenti, un orizzonte chiarissimo già segnato dall’autore: “Nel 1208 o 1209, alla festa di San Giuseppe artigiano, dovetti fuggire dal paese […]”. Nel breve frammento proposto è delineato infatti l’orizzonte dal quale prende avvio la vicenda, quello del paese, con i suoi miti, riti, le sue tradizioni, la sua vita ciclica e sempre uguale, scandita dalle stagioni, dal raccolto, dalle feste religiose. Poi ecco, invece, il cortocircuito, la sfasatura temporale, il perturbante che mette in dubbio e smentisce l’ordinato, misurabile svolgersi della Storia, scardinandone l’assolutezza: e se il protagonista dichiara con certezza di essersi dovuto dare alla fuga proprio nel giorno della festa del santo del paese, un evento dai margini incontestabili per quel suo forte ancoraggio alla comunità a cui appartiene, ha dubbi invece sull’anno in cui questo stravolgimento assoluto per la sua vita sia effettivamente avvenuto.
Come se lo scorrere del tempo lineare della Storia, con la sua presunta, misurabile esattezza, determinata, determinabile e didascalica, fosse dunque d’un tratto soppiantato dalla dirompenza totalizzante del tempo soggettivo, confuso e liquido delle storie. Il lettore ne è informato. E sin da subito è chiamato a entrare in quel vortice.

Nonostante l’innegabile centralità dell’Imperatore nelle vicende narrate da Nigro, come dichiarato dall’autore già attraverso il titolo, importante soglia letteraria, non Federico II, allora, sarà il protagonista di questo romanzo: la sua Storia fa quasi da sfondo alle storie di Guaimaro delle Campane, il suo cuoco, un medico improvvisato, l’uomo qualunque che pure ha la forza di farsi centro e misura della Storia. Plurale. Universale e, insieme, singolare. Attraverso di lui un intero mondo esiste e prende forma, si rivela e si scopre, autentico e inaspettato, sorprendente come “un germoglio sotto la scorza”, stando anche alla lezione leviana.

 E risulta perciò quanto mai aderente al Cuoco dell’Imperatore, ciò che l’amico, allievo-Maesto Raffaele Crovi, suo primo editore per la casa editrice Camunia, dichiarò a proposito dei Fuochi, a voler ribadire oggi, se fosse necessario, l’orizzonte la compattezza e con ciò il valore dell’azione letteraria di Raffaele Nigro, moderno cantastorie, affabulatore delle ragionatissime scelte che lo rendono un Maestro, un riferimento assoluto nel contesto della letteratura contemporanea: “Macrostoria e microstoria, cultura istituzionale e cultura materiale, ideologia e politica, conflitti sociali e conflitti morali, antropologia e psicologia, realtà e fantasia convivono in questo romanzo in esemplare equilibrio”. 

 Anita Ferrari 


Riproduzione riservata © Copyright I Parchi Letterari

IL CUOCO DELL’IMPERATORE (La Nave di Teseo, pp. 811)
SINOSSI dalla quarta di copertina del romanzo
È il 1208 e Guaimaro delle Campane, originario di una famiglia di fonditori di Melfi, assiste all’uccisione di due carbonai ebrei. Preso dal panico, anziché aiutare i due feriti si dà alla fuga, arruolandosi al seguito della corte di Federico II di Svevia. Grazie alle sue conoscenze mediche e alle doti nell’arte culinaria, viene scelto come cuoco ufficiale del giovane re di Sicilia e di Germania e come figura addetta alla salvaguardia della sua salute, entrando così a far parte di una corte animata da letterati, cantori, giuristi, scienziati e filosofi di cui Federico ama circondarsi. Guaimaro affronterà con lui vittorie e sconfitte, vivendo e trascrivendo i grandi avvenimenti storici, come le lotte con il papa e i comuni, e i semplici momenti di vita quotidiana, la frenesia per i preparativi di sontuosi ricevimenti e la fatica per i lunghi spostamenti della corte viaggiante. Trascorrendo la propria vita, anch’essa ricca di passioni, accanto a Federico e al suo progetto politico, lungo l’arco di mezzo secolo. In questo romanzo storico, epico, avventuroso e lirico, Raffaele Nigro ci offre un ritratto inedito di Federico II Hohenstaufen, della sua complessa personalità fatta di curiosità intellettuale e superstizioni, amori folli e matrimoni di convenienza, ma soprattutto il volto di un imperatore radicalmente diverso da tanti monarchi del suo tempo: un paladino del diritto e della scienza in un secolo buio, un sostenitore della politica contro la violenza e il promotore di un progetto ambizioso di un’Europa unita ante litteram, di un Mediterraneo dei saperi e di una divisione tra il potere dei papi e quello dello Stato.


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