Home Mission Parchi Viaggi Eventi Multimedia Contatti
Il Magazine I Numeri Catgorie Almanacco Contatti
Menu
Categorie
IntervisteLibri ApertiLifestyleAmbiente e TerritorioPaesaggi SonoriCucina LetterariaStorie in CamminoA passeggio nel mondo

Delusi e spaesati. I “Randagi” di Amerighi, in cerca di un altrove

16 Marzo 2022
Delusi e spaesati. I “Randagi” di Amerighi, in cerca di un altrove
Nel suo secondo romanzo il pisano Marco Amerighi racconta il viaggio di una generazione disillusa, che trova però il coraggio di esplorarsi e non arrendersi.

Marco Amerighi è nato a Pisa una quarantina di anni fa. Laurea in Letteratura spagnola e dottorato in Letterature straniere moderne, oggi vive a Milano e insegna scrittura alla Scuola Holden di Torino.
Ghostwriter, editor e traduttore per numerose case editrici, ha esordito come scrittore nel 2018 con “Le nostre ore contate” (Mondadori), con cui ha vinto il premio Bagutta Opera Prima.
 “Randagi” è il suo secondo romanzo, edito da Bollati Boringhieri. Un libro che l’autore di “Il colibrì” e “Caos Calmo”, Sandro Veronesi, non ha esitato a definire: “Magistrale, non c’è altra parola. La scrittura di Marco Amerighi splende in questo romanzo”.
La trama è multiforme, ambientata negli anni 2000 e il protagonista è Pietro Benati, un ventenne che vive all’ombra della Torre di Pisa.
Lui, apparentemente senza qualità, incapace di brillare, è nato in una famiglia straordinariamente ingombrante, composta tra gli altri dal fratello maggiore Tommaso, genio della matematica e promessa del calcio.
Pietro passerebbe la sua vita in casa, chiuso in camera, ad evitare accuratamente qualsiasi tipo di sfida o possibilità di fallimento e delusione, specie dopo uno scandalo che improvvisamente colpisce la sua famiglia.
 Eppure Tommaso lo costringe a reagire e lo iscrive al programma Erasmus, destinazione Madrid. Qui, pian piano, Pietro inizia ad accendersi, grazie all’incontro con Dora e Laurent, due personaggi sgangherati come lui, che si perdono alla ricerca di un qualcosa, per poi ritrovarsi.
 Un venerdì pomeriggio, in videochiamata, chiacchieriamo con Marco Amerighi di personaggi, generazioni, luoghi, musica, letteratura… E ovviamente, di “Randagi”.

 Parliamo dell’ultimo romanzo. Il titolo “Randagi”, al plurale, proietta immediatamente il lettore in una dimensione corale. Perché i “randagi” non sono solo i personaggi. Attraverso “Randagi” si parla di una generazione: quella dei nati negli anni ’80, che tu racconti ancora ventenni, agli inizi del 2000… 
 «Sì, la individuo come la prima generazione marchiata dalla decrescita. Perché se i nostri nonni faticosamente sono usciti dall'impasse dalle carestie, dalla distruzione delle guerre mondiali, i nostri genitori hanno ricostruito il paese ma hanno anche vissuto la bontà di un boom economico. La parabola stava crescendo e con i nati negli anni ’80 ci si aspettava che questa parabola arrivasse al punto apicale, quello più alto. Eravamo la prima generazione che poteva permettersi di studiare all'estero, usufruire di programmi di interscambio Erasmus, studiare, crescere, formarsi consultando cataloghi inimmaginabili con un solo click…Invece quello che è successo è che - nonostante ci avessero cresciuti dicendo che sarebbe arrivato un buon lavoro, una buona famiglia e il nostro futuro sarebbe stato roseo, che in fondo ci sarebbe stata la “luce verde” di cui parla Francis Scott Fitzgerald in “Il grande Gatsby” - in realtà non c'era nessuna luce verde. Anzi, proprio non c’era luce. Questo ha creato, credo, un grande senso di spaesamento. Una mancanza di punti di riferimento che nel romanzo Pietro Benati vive in ambito universitario, in ambito familiare, sessuale ma anche a livello politico».

 I personaggi del libro sono tutti accomunati da una paura e mancanza di equilibrio. In questo senso è interessante il rapporto tra i due fratelli, Pietro e Tommaso. Pietro ha timore di tutto, di vivere. La paura di Tommaso è esattamente opposta; quella cioè di non immergersi mai abbastanza. Soffre una sorta di bulimia nei confronti della vita.
 «Esattamente, è un po’ come se fosse una specie di tara genetica. La maledizione della famiglia Benati è una sorta di correlativo oggettivo che grava su tutta questa generazione, su tutti questi randagi. Allo spaesamento segue la paura di non riuscire a trovare la propria strada. E succede quello che capita quando si va in mare aperto ed è buio, senza punti di riferimento; vediamo una luce, non sappiamo che cosa sia ma è l'unica cosa che c'è e, allora, è quella che inseguiamo.
A questo spaesamento i personaggi reagiscono in modi dissimili. Pietro è come se fosse diviso da due vettori. Da un lato la paura di fallire lo spinge a restare fermo nella sua posizione però, al tempo stesso, c'è un desiderio di affrancarsi, di togliersi dall’ombra di questa famiglia così ingombrante, di inseguire i propri sogni, in un altrove che è rischioso perché lui non lo conosce però – come in tutti i romanzi di formazione - è l'unico modo per crescere. Ad aiutarlo è il fratello. Tommaso non è il fratello maggiore antipatico, che rinfaccia i suoi superpoteri. C'è una bellissima frase di Vasco Pratolini che dice: “Amare è farsi coraggio, amare è difesa, amare è sangue che si aggiunge al tuo sangue”. Pietro e Tommaso si difendono l'un l'altro, si fanno coraggio. Ma, in generale, i personaggi del libro fanno questo. Si proteggono l’un l’altro, sono disposti a mescolare il loro sangue, a ferirsi ma anche ad andarsi in soccorso…In questo modo non danno origine alla famiglia tradizionale che conosciamo ma a un gruppo di randagi, a un branco di persone che riconosce nell'altro o nella dissimiglianza qualche cosa che li accomuna».

Hai citato Pratolini. Quali sono stati i tuoi punti di riferimento scrivendo questo romanzo?
«Dopo il primo libro ho iniziato a chiedermi che tipo di scrittore io fossi e questa è una domanda che mi tormentava abbastanza, non tanto per il tipo di storia che avrei raccontato ma proprio per come l’avrei narrata. L'unica cosa che sapevo è che non mi bastava raccontare una storia ma volevo anche trovare un modo per portare nella mia narrativa i miei maestri. Così ho riletto Vasco Pratolini, Curzio Malaparte, Federico Tozzi, Carlo Cassola, Romano Bilenchi e tutta una serie di autori che gravitavano nelle mie zone della Toscana. Questo lavoro mi ha dato lo spunto per resuscitare una lingua che era meravigliosa, un impasto incredibile di lirismo, tecnicismi, parole che venivano dal linguaggio contadino. Mentre leggevo mi sono reso conto che proprio questo impasto era qualche cosa che avrei voluto avere anch'io e quindi ho provato a riattualizzarlo, a portarlo nel romanzo».

Hai nominato il romanzo di formazione. Il tuo libro però sfugge alle definizioni, è molto randagio in questo senso. Al suo interno c’è sì il romanzo di formazione ma anche la saga familiare dei Benati, il romanzo di viaggio, il romanzo generazionale…
«Questo è un aspetto che mi interessava perseguire ed è stata anche la conseguenza di quell’atteggiamento di cui ti parlavo prima e cioè del lasciarmi guidare dai grandi Maestri e allo stesso tempo cercare una via nuova.
Quindi in diverse parti del libro emergono generi differenti. Addirittura c’è anche un passaggio in cui Tommaso se ne va a spasso per l’America e lì entriamo in un genere che ricorda l’on the road
C'è stato un momento in cui questo mi spaventava perché pensavo: “Beh, dove lo collochiamo questo libro?”. Al tempo stesso però mi sono reso conto che era piacevole immergersi in un tipo di scrittura del genere».

Parliamo di territori. Mi pare che nel tuo romanzo abbiano un ruolo importante, talvolta simbolico. In particolare Pisa, la tua città natale, dove la storia ha inizio e si conclude, sulla riva del fiume Arno.
«Sì i luoghi sono molto presenti, Pisa ma non solo. I personaggi si muovono, non hanno chiari i propri obiettivi e sono descritti più moralmente che fisicamente. Sono sfocati, perché si trovano in una fase della vita in cui tutto è impreciso e molto vago. Di contrasto volevo che i luoghi fossero dettagliati e pieni di identità, simili alle quinte di un teatro. Mi piaceva anche parlare di luoghi legati all’acqua. Mi sembrava che questo scorrere, anche metaforicamente, fosse interessante per i personaggi che si vedono fluire davanti qualcosa in cui non si buttano. Non a caso Pietro, Dora e Laurent - dall’alto della Torre di Pisa - si orientano cercando il mare. Verso la fine del romanzo, l’acqua ha un ruolo per certi versi salvifico».

 Un altro tema che emerge prepotentemente è quello della musica.
«La musica è un po’ il mio tarlo. Recentemente ho scritto la biografia del gruppo musicale degli Zen Circus. E molto prima, da adolescente, ho suonato in svariati gruppi. Poi, il mezzo espressivo della musica è stato naturalmente sostituito dalla scrittura, dove ho sperato di avere più talento. Io ascolto moltissima musica, anche mentre scrivo. Nella prosa mi piace pensare di cercare la musicalità non solo nel ritmo ma proprio nell'alternanza di momenti in cui rallento per descrivere accuratamente qualcosa usando una strofa lenta e arpeggiata, con altri passi in cui invece accelero, come se fosse un ritornello dei Motorpsycho, con la batteria e la chitarra molto forti».

Nel libro si parla continuamente di coraggio, libertà.
Quanto coraggio e quanta libertà deve avere uno scrittore?
«Per me sono ingredienti fondamentali.
Il coraggio che va per la maggiore, in questi ultimi anni, è quello dell’autofiction, dell’autobiografismo interpretato come coraggio di aprirsi, di esporre se stessi, di raccontare il proprio dolore, le proprie fatiche, in qualche modo aspettando che il lettore venga in tuo soccorso.
Ma per me che scrivo di finzione il coraggio si manifesta in un altro modo; per me, significa gettarsi in acque pericolose sia a livello formale che contenutistico.
 Credo che se sei bravo a creare un mondo e lo restituisci al lettore, il lettore ti crederà non perché quel fatto è accaduto sul serio ma perché tu lo stai portando in un mondo nuovo, in un altrove che magari è vicino alla tua realtà ma non per forza è la tua. Questo essere altrove, secondo me, è il valore aggiunto della letteratura perché ti può accompagnare ovunque, ti può far provare qualunque tipo di situazione, ti può calare in qualunque tipo di personaggio. La capacità di immedesimarti nell'altro è un esercizio di umanità fondamentale.
Il coraggio per me, in “Randagi”, è stato inseguire un’idea, usare i mezzi espressivi che più mi sembravano appropriati senza pensare troppo a cosa fosse più conveniente. Il mercato editoriale per certi versi è abbastanza brutale; un libro di successo è facilmente comunicabile, quindi ha un timeline riassumibile in poche righe…Se ci pensi, è il contrario del mio libro che è impossibile da riassumere e non ha un’unica trama».

Nel romanzo sono presenti davvero tantissimi personaggi e molte storie incrociate... Una cosa che mi ha colpito è il tuo accompagnare il lettore in vicoli ciechi, in certe stradine secondarie che solo apparentemente non portano a nulla… 
 «A me piacciono quelle storie in cui il lettore va a colmare dei vuoti che l’autore, una volta chiusa l'ultima pagina, non risolverà. Mi piacciono quei libri in cui sta a te trovare che fine ha fatto quel determinato personaggio, cosa succederà di quella storia d'amore… In questo romanzo ho lasciato volutamente un po’ di cose in sospeso, proprio per attivare l’immaginazione del lettore e lasciargli costruire da solo un pezzo di racconto».

Ultima domanda. Che libro stai leggendo ora?
«Tanti, in contemporanea: sto leggendo un Marsilio di Paulina Flores che si intitola “L'isola del disinganno”, sto per iniziare il nuovo di Roberto Camurri (ndr. “Qualcosa nella nebbia”) e poi sto leggendo un po’ di classico con Giovanni Arpino, “Randagio è l'eroe” che non c'entra niente a livello tematico con il mio libro ma dal titolo sembra proprio il padre di “Randagi”». 

 Alice Barontini

Riproduzione riservata © Copyright I Parchi Letterari

Immagine: Marco Amerighi, foto di Marina Abatista


Torna indietro

Potrebbe interessarti anche

Alessandro Orlandi: spirito di servizio, energia e determinazione

Ginevra Sanfelice Lilli intervista Alessandro Orlandi. Matematico, museologo, musicista, saggista, autore di numerosi articoli e libri, editore della Lepre edizioni.

Tra acciughe parlanti e sirene. Le Cinque Terre nel libro di Dario Vergassola.

Dario Vergassola ci porta alle Cinque Terre con brevi storie di delicata ironia, dove i protagonisti sono animali parlanti e leggendarie creature marine. In questa intervista l’autore racconta il suo ultimo libro, in bilico tra ecologia e fantasia

Maurizio Maggiani. Io e i libri? Un rapporto viscerale

Il telefono da cui Maurizio Maggiani concede questa intervista ad Alice Barontini, si trasforma in una sorgente di vita narrata, tra libri, letture e ricordi più o meno lontani.

Wim Wenders: cinema e spiritualità, oggi.

Giovanni Sorge intervista Wim Wenders*

Intervista a Davide Longo. Scrittura, personaggi e ambientazioni piemontesi in gialli “maron”

Scrittore raffinato, Davide Longo vive a Torino dove insegna alla Scuola Holden. In febbraio è uscito per Einaudi il suo ultimo libro “Una rabbia semplice". Alice Barontini lo raggiunge al telefono, un sabato mattina durante una pausa dal Salone del Li

Intervista a Marco Buticchi. Dal nuovo libro alla sua idea di scrittura

Il 16 settembre esce “Il mare dei Fuochi” di Marco Buticchi. Il più conosciuto scrittore italiano di libri d’avventura a ispirazione storica, intervistato per noi nel suo stabilimento balneare di Lerici da Alice Barontini
I Parchi Letterari®, Parco Letterario®, Paesaggio Culturale Italiano® e gli altri marchi ad essi collegati, sono registrati in Italia, in ambito comunitario ed a livello internazionale - Privacy Policy
Creazione Siti WebDimension®