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Guardare il paesaggio senza vedere il paese.

20 Settembre 2022
Guardare il paesaggio senza vedere il paese.
Quale che sia la cosa che noi chiamiamo “paesaggio”, vi è sempre un punto in comune: l’osservazione, l’esperienza attraverso i nostri sensi di un mondo che e’ al di fuori di noi ma del quale allo stesso tempo noi sappiamo di essere parte

Il “paesaggio”, ricordava l’illustre geografo italiano Franco Farinelli in Paesaggio: senso e significato (2013), compare per la prima volta come parola nel 1552 in una lettera di Tiziano a Filippo II di Spagna. Prima di allora, era il termine paese che era utilizzato, ad intendere uno sfondo sul quale si svolgeva uno spaccato della vita quotidiana dell’uomo sul territorio. Ma che significato ha per noi oggi il paesaggio? Molte volte tendiamo a racchiudere all’interno di questa parola impressioni diverse in momenti diversi della nostra vita e delle nostre esperienze: paesaggio può essere quel bel tramonto al mare che vediamo durante una vacanza, oppure lo scenario di un tranquillo villaggio tra le montagne. Può anche significare la vista che noi vediamo dalla finestra di casa nostra tutte le mattine quando ci alziamo, fino a tutto quello che noi osserviamo dal finestrino di un treno o di un aereo mentre viaggiamo. Quale che sia la cosa che noi chiamiamo “paesaggio”, vi è sempre un punto in comune: l’osservazione, l’esperienza attraverso i nostri sensi di un mondo che e’ al di fuori di noi ma del quale allo stesso tempo noi sappiamo, il più delle volte, di essere parte. Ma il paesaggio, proprio per questa sua qualità di essere conoscibile attraverso l’esperienza sensibile, non e una cosa da poco. Bisogna capirlo, imparare a guardarlo e sopratutto capire come la storia umana e la cultura occidentale lo hanno apprezzato, rivisitato, concepito e raccontato. 

 Nel secolo scorso il geografo culturale britannico Denis Cosgrove faceva risalire l’origine dell’idea di paesaggio definendolo come forma di rappresentazione del territorio sviluppatasi nel rinascimento, prendendo ad esempio le immagini dei latifondi dell’aristocrazia dell’Ancient Regime, con i contadini raffigurati come “comparse” impersonali nella raffigurazione dei possedimenti del signorotto locale. Il Farinelli, invece, fa coincidere con il sorgere della mentalità borghese, legata ad una volontà di dominio sul territorio. Quale che sia la sua origine, questo concetto di paesaggio rappresenta il trionfo di un’estetica nuova rispetto al passato e questo modo di vedere il mondo, il modo dei pittori, degli scrittori, degli autori dei libri di viaggio e delle guide sugli espositori degli uffici turistici, trasforma i territori, scavalcando il loro portato emotivo, storico e culturale, nello sfondo di un dipinto o di un’opera letteraria, annullando cosi’ il loro essere nel tempo e creando una rappresentazione bella ma mai innocente, vale a dire sempre soggettiva, della realtà. Questo non e’ un processo necessariamente malizioso, ma e’ il prezzo che il territorio in quel preciso istante paga per diventare eterno nelle emozioni dell’uomo, diventando così un paesaggio: come accennavo prima infatti, la caratteristica del nostro concetto di paesaggio e’ proprio quella di creare una realtà idealizzata, permettendo a chi realizza opere come quelle sopracitate di prendere questo paesaggio per come lo ha visto e trasfigurare gli attimi della sua esperienza sensibile intima e personale in eternità. In modo simile, non dobbiamo leggere la mancanza di innocenza come qualcosa che rende meno “genuina” l’esperienza di vedere un paesaggio come descritto da un autore o da un artista: anche i musei stessi, e i monumenti e i parchi naturali, sono concepiti come frutto di una precisa volontà soggettiva, ma questo non li rende meno apprezzabili per noi. 

 Ma il paesaggio, come ricorda sempre Cosgrove, è anche e soprattutto un modo di vedere, essendo frutto di un’esperienza soggettiva, e non lo si può apprezzare autenticamente solamente attraverso un dipinto, un libro o una fotografia. Leggere un libro, conoscere un autore o apprezzare un dipinto in un museo non possono essere l’inizio e la fine della conoscenza di un dato territorio, ma devono essere necessariamente l’inizio di un’esperienza sensibile che una volta intrapresa ci permette vivere veramente un luogo, di vivere una propria esperienza sensibile del paese. Per questo il paesaggio che guardiamo nell’arte e nella letteratura dobbiamo saperlo anche vedere come paese, ossia viverlo per quella che e’ la nostra esperienza sensibile, conoscendone in prima persona colori, sapori, odori: sarebbe un’illusione credere di riuscire a vivere e a far vivere un paese solamente attraverso un’opera umana che lo rende necessariamente un semplice sfondo. Se dovessimo conoscerlo in questo modo, il paese non sarebbe vissuto e l’opera diventerebbe meramente un cenotafio. Invece di un paese bisogna sempre apprezzarne la vita, anzitutto umana, ovvero capire che gli abitanti e i visitatori sono parte del territorio non solo come sfondo ma come agenti che lo modificano, e dunque lo creano, nel tempo, e come individui capaci di creare significati e legami che vanno oltre identità e appartenenza, ma si formano con l’unicità dell’esperienza. Bisogna dunque guardare il paesaggio in un’opera, ossia la visione di altri di un paese, e vedere con i nostri occhi il paese per costruire il nostro, nuovo, paesaggio.

Vittorio Mascarini

Riproduzione riservata © Copyright I Parchi Letterari

Immagine Wikipedia: Tiziano Vecellio Amor sacro e Amor profano, 1514, Roma, Galleria Borghese 


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