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Landolfi, della luna e oltre

01 Dicembre 2020
Landolfi, della luna e oltre
La luna si è fermata a Pico (Fr) nel Parco letterario dedicato a Tommaso Landolfi. Arrivano i giovani della rubrica Sherwood a dirci cosa ne pensano della sua opera

di Massimiliano Bellavista

La luna avvolta d’autunno cambia sguardo continuamente. È la luna più infida, perché non ci si può fare completo affidamento. È bella come quella estiva, ma meno sfacciata. Non è ritrosa e nascosta come quella invernale. Non si sa dire se sia innamorata di noi o piuttosto obbligata a guardarci. Con occhi ogni volta di un altro colore ci dice ogni volta le stesse parole, ma forse è solo il nostro saper ascoltare che muta in fasi altalenanti, talvolta calante, talvolta crescente, di sicuro assai selettivo secondo il succedersi delle sensibilità, delle epoche. Perché il confronto alla fin fine è impari, nessuno di noi, nemmeno l’umanità nel suo complesso, è longevo quanto la luna.

Tutti gli scrittori nella loro esistenza prima o poi hanno incarnato la luna, tutto sta a capire se la sua faccia illuminata o quella nascosta. O tutte e due allo stesso tempo.

E seguiamola allora questa luna, ci accompagnerà se vorrete per qualche tempo nel nostro peregrinare tra i Parchi letterari d’Italia. Questa volta si è fermata a Pico, Provincia di Frosinone, grumo di case incastonato in una matassa di verde, borgo bello e fragile, come peraltro si può dire di molti in Italia, in quanto “sperduto tra le montagne (…)” ossia “(…) le bizzarre e possenti sagome degli Aurunci” – Così lo descrive il suo figlio prediletto Tommaso Landolfi, cui proprio in questa zona è dedicato un bellissimo Parco Letterario. 

Ora, la luna cammina con noi e dobbiamo essere veloci. Perché la luna è indifferente alle distanze e alle nostre debolezze e se ci addormentiamo ci lascia indietro. La luna sparge i suoi raggi senza fatica su pianure e montagne, sui deserti e per giunta, come dice Lorca, sa camminare su l’acqua. La sapeva bene Neruda “La luna, miracolo di sottigliezza divina ed allegra /dopo la notte invocata, ci guarda, ci guarda.../La luna è bianca,/Il cielo azzurro./Il minuto, miracolo di colore...Io ed i miei amici marciamo per il sentiero illuminato dalla luna”.

Anche io sono accompagnato da allievi, amici. Mi hanno aiutato con la loro diversa sensibilità, a decifrare Landolfi. Sono studenti di Liceo Classico e Scientifico, tra i sedici e i diciassette anni. Spesso lavoriamo insieme su racconti e recensioni, ma è dura con Landolfi, nella cui cosmografia letteraria non c’è posto per una luna di facile comprensione, ma per una assai sfuggente, intima, dura, contradditoria. Talvolta anche complice e compagna. 

“Munito di una piccola lucerna a olio, egli mi condusse, secondo il solito, fino alia mia camera. Ho detto una lucerna, ma occorre qui rilevare come, oltre a questa, che egli teneva sempre seco, non ve ne fossero in verità altre, nè altri mezzi d'illuminazione purchessia: non candele, non lumi a petrolio. Raggiunta dunque la mia stanza, io vi rimanevo nella più completa oscurità.(…)Presi l’abitudine di lasciare aperti gli scuri, e cosi riuscivo a procurarmi, alia lunga, una parvenza di luce. Per fortuna, la luna calava, e speravo che presto avrebbe principiato ad assistermi. II che si produsse infatti quella notte medesima: essa mi saluto d'un raggio, e si rinascose subito dietro nuvole nere come 1'inchiostro”.

Così scrive Landolfi in Racconto d’Autunno, pubblicato nel 1947. Sì, lo sappiamo, Landolfi è autore (poco letto, almeno non quanto merita) di molte meravigliose pagine sulla luna, dai suoi racconti, passando per gli elzeviri sul Corriere della sera al primo romanzo del ’39 La pietra Lunare, ma i ragazzi si sono concentrati proprio su quello specifico testo. 

“A fare da ambientazione alla storia è una casa, in cui vive un vecchio uomo, e presso cui il protagonista trova accoglienza. Fin da subito il tono della narrazione si fa misterioso, ricca di stranezze è quell’abitazione” scrive Erik Scortecci studente di Liceo Classico. 

"L’abitazione è, come spesso la luna, una metafora" sottolinea Kevin Tushe, studente di terza liceo. “Si è pervasi da una costante sensazione di inquietudine, che trascende il piano bidimensionale della pagina, consentendo al lettore un’immersività unica nelle vicende belliche immaginarie che seguitano alla seconda guerra mondiale, in uno scontro tra due fazioni fittizie. In questo clima di sconforto, per la cui esemplificazione l’autore attinge ampiamente dal proprio bagaglio di reduce del conflitto globale, egli riesce a far incarnare nei personaggi ogni possibile sfaccettatura della battaglia, tra cui il desiderio di fuga, di fare ritorno ad un luogo sicuro, distante da ogni apprensione. Il tormentato desiderio di svincolarsi da questo flusso ininterrotto di ardui quesiti sull’animo umano da parte del medesimo protagonista, che tenta di rivivere drammi per esorcizzarli, dona al brano un’atmosfera cupa, ma al contempo di umana compassione, una comprensione per l’animo umano e i suoi affanni incarnata nella figura del proprietario della villa - metafora, quasi, di una culla materna, luogo di sicurezza e pace - in cui il protagonista trova rifugio proprio grazie alla misericordia dello stesso possidente”.

Avvicinarsi alla scrittura di Landolfi non è stato semplice, causa anche lo stile ‘difficile’ per un giovane liceale come Erik, che in effetti lo percepisce bene “Si tratta di un romanzo estremamente breve, ma, a dispetto delle aspettative, lo stile, tipico di Landolfi, rende la lettura impegnativa e non facile da seguire. Prevalgono infatti l’ipotassi, un lessico alto e raffinato, e lunghe digressioni”. 

Ma il potere della parola ‘alta’ come quella di Landolfi è proprio questo, rappresentare una sorta di ostrica che richiede un po' di sforzo per mostrare il suo meglio…richiede insomma di ‘starci di più’, di un labor limae che evidentemente non è solo quello dello scrittore, ma anche è proprio anche del vero lettore. 

Prosegue Erik “Tuttavia, al di là del mio personale giudizio, ritengo che la mia esperienza possa suscitare una riflessione ben più ampia. Potrei dire infatti che la frenesia del mondo digitale ci abbia abituati a non riuscire ad apprezzare, o non comprendere nella loro totalità, certe opere che ci obbligano a “starci di più”, che richiedono cioè un maggiore sforzo di concentrazione e di interpretazione cui potremmo non essere più avvezzi, data infatti l’immediatezza di un sms, o di un emoji, che, invece, si sono impadroniti del nostro modo di comunicare. Allora, la grande maestria dell’autore, nel saper gestire uno stile cosi raffinato, ci spinge a rivalutare alcuni aspetti che con l’era moderna stiamo abbandonando, e così facendo, anche noi, come il protagonista, alla fine potremo riscoprire la verità, e riuscire a leggere meglio anche noi stessi”.

“Un linguaggio elevato, a tratti solenne, che, tuttavia, concede spazio a toni più intimi, di introspezione e tentativi di fornire risposta a quesiti fondamentali dell’anima; l’inchiostro va, pertanto, oltre le parole propriamente dette, confermandosi ancora una volta strumento predefinito e d’eccellenza per la preservazione delle infinite sfaccettature umane, eclissando gli altri strumenti”, gli fa eco Kevin.

Sembrerebbe quindi che non proprio tutte le parole, ma certo quelle importanti richiedano una lettura di decantazione cui non siamo più così tanto abituati, ma che valga la pena di attenderle un po' perchè ci illuminino veramente con la loro bellezza (esattamente come si fa con l’architettura o ammirando un paesaggio, cui si concede quasi sempre una seconda occhiata, spesso quella rivelatrice che si imprime per sempre nella memoria), esattamente come fa attendendo con impazienza la luna il personaggio del Racconto d’Autunno. E in un contesto quale quello attuale, dove spesso le parole sono usa e getta e autoreferenziali non sembra cosa di poco conto averlo capito.

Adesso dobbiamo rimetterci in movimento, se vogliamo incontrare la luna al suo prossimo approdo.

Riproduzione riservata © Copyright I Parchi Letterari


Tommaso Landolfi
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Tommaso Landolfi

Pico (Frosinone)

...“Occorre che vi rifacciate” prese allora a dire l’amico “al fondo d’una delle nostre province”. E non già a una piccola città malinconica (…) immaginate piuttosto un minuscolo paese, un borgo sperduto tra le montagne. Al tempo della mia storia io vivevo laggiù, e del resto (aggiunse sorridendo) è là che sono nato. (…)

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