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La Coscienza circostante. Per quanto ancora?

26 Novembre 2021
La Coscienza circostante. Per quanto ancora?
Ho iniziato questo racconto ormai un anno fa. Promettevo di raccontarvi il mio benessere, la mia passione per la vita, la mia salute ostentata, la mia sprezzatura millantata. In poco più di quindici mesi è scomparso tutto.

2. PER QUANTO ANCORA? * 

 Ho iniziato questo racconto ormai un anno fa. Promettevo di raccontarvi il mio benessere, la mia passione per la vita, la mia salute ostentata, la mia sprezzatura millantata. In poco più di quindici mesi è scomparso tutto. Flagellato dall’ansia, dalla solitudine, dall’ipocondria, dalla malattia mia e altrui, da un mondo capovolto. Questi lunghi mesi di pandemia sono stati sufficienti per distruggere tutto quello che pensavo di aver conquistato negli anni, o quasi.

 Eravamo tutti quà, alcuni non ci sono più. Chi sa quanto resteremo noi. Il mondo si è fermato, io mi sono fermato con lui. Il mio progresso interiore si è arenato per colpa di un subdolo virus che mi ha portato via la voglia di vivere. Non ha distrutto totalmente quello che sono, certo, ma mi ha tolto molto tempo, mi ha tolto tanta vita interiore, tanta sicurezza di spirito, tante certezze. Per esempio, più di tutto, mi ha ricordato la morte. Il tabù che il mondo occidentale aveva rimosso dalla propria coscienza, a detta di un mio saggio amico Professore.

 In tutto ciò, però, qualche piccola certezza mi è rimasta. Mi è rimasto il bene per la scienza, mi è rimasta la fiducia per la psicoanalisi. Mi è rimasta la speranza di poter diventare, un giorno, uno sprezzante autarchico incurante della morte e dei rischi che la vita comporta. Nonostante i contemporanei stravolgimenti, ho conservato la fiducia per la capacità della mia bravissima strizzacervelli di guarirmi, più di quanto abbia saputo fare in passato.

 Sarà un ricominciare da capo? Sicuramente no, non totalmente. Piuttosto dall’ultimo quarto di miglio. Stasera ho potuto apprezzare la vittoria dell’Italia, ieri sera ho giocato a calcetto, tre giorni fa a calciotto. Sono uscito di nuovo di casa, ho incontrato di nuovo i miei amici, ci ho mangiato, bevuto e scherzato insieme. Frequento le aule universitarie. Di nuovo. Entro nei bar senza paura. Sono salito di nuovo su un treno. Ho parlato per ore con un pendolare molto simpatico, fino a pochi secondi prima totalmente sconosciuto; dopo la nostra conversazione mi è sembrato quasi un amico di lunga data. Cammino a volto libero, da solo, per la strada. Corro, respiro, canto, ballo, sogno. Tutto questo è vita? No. Vita è ogni piccolo istante. Ma questi piccoli istanti ancora non mi bastano. Voglio di più. Voglio ciò che avevo prima. Voglio tutto e tutto quello che sognavo di avere avendo già tutto. Piano, piano, con gradualità, lo riconquisterò. Già questo, dopo mesi di panico, di finte febbri, di sudate notturne, di covid prima lontano e poi vicino, peggior incubo e poi nobile nemico, mi sembra tanto. Mi sembra troppo.

 Troppo per chi la vita la ha persa, troppo per chi non ha potuto combattere, troppo per la voglia di vivere di chi la vita la meritava più di me, per la sua forza, per il suo coraggio, per la sua nobiltà iperuranica, per la sua gentilezza disarmante, per il suo volto cristallino, per la sua anima pura. Dico grazie a chi mi ha insegnato la vita, ad apprezzare ogni piccolo istante, e vado avanti, cerco di andare avanti anche per lui. Seppur con un fortissimo senso di colpa, quello di chi si è macchiato di supremo egoismo sopravvalutando le proprie sventure.

 Quel noiosissimo e pallosissimo - più di quello che vi sto raccontando io – libraccio del mio trisavolo è soltanto una zavorra di accuse ingenerose, di insulti contro la scienza, quella cattiva, ma anche contro quella buona. E per questo rappresenta il colpevole atto di accusa che arriva da un inetto superbo e incapace. Non mi va di dilungarmi a parlarvene. Cosa ve ne può fregare di uno sfigato morto più di un secolo fa? Cosa potete imparare da uno scettico anti-psicoanalisi più simile ad un no-vax che ad uomo dotato di acuto spirito critico? Se è l’arte quella che voglio farvi apprezzare, se è la scienza quella che devo elevare – anzi, propagandare, non avendo la capacità per elevare alcunché – non posso raccontarvi minuziosamente il diario di un apatico misogino incurante della propria pochezza intellettuale. Piuttosto vi racconterò la mia esperienza.

 Vi racconterò i miei progressi, come promesso. Ma anche i miei passi indietro, anche le mie paranoie. Con dei piccoli trucchi per superarle. Sperando che funzionino anche con voi. Ammesso che funzionino con me. Per questo ho cambiato idea. Non scriverò di Zeno. Non posso sopravvalutare, oltre alle mie sventure, anche la mia capacità di scandagliare l’animo umano. Serve prima conscere sé stessi per capire gli altri. E la piena conoscenza di me stesso ancora non la ho raggiunta. Probabilmente non la raggiungerò mai. Per questo, basta. Parlerò di me, parlerò di noi, del nemico più bastardo che esista, quello che il mio trisavolo non voleva chiamare per nome - nonostante ne venisse rincorso come da un uomo che brandisce un’accetta -, quello che oggi è disprezzato da tutti. Indirettamente. Perché tutti non odiano lui, ma quelli che lo veicolano. Quelli che lo rendono più grande. Quelli che non lo sanno combattere.

 Sì, parlo dell’ansia. La gente, purtroppo, non la odia. Odia chi ne viene assalito. Questa cosa mi ha fatto e mi fa soffrire molto, quindi ripartiremo da quì. La scaletta è cambiata. L’idea di fondo è cambiata. Io sono cambiato. Parlerò di me, e non degli altri. Analizzerò me stesso. Per sentirmi meglio io, per offrire un conforto a chi prova quello che provo io, ma si vergogna di ammetterlo. Ma si vergogna di parlarne e di condividerlo. Ripartiremo dal mio cedimento, torneremo indietro fino alla mia infante malattia, racconteremo la natura salvifica dello strizzamento dei cervelli e arriveremo al mio contemporaneo cedimento. Per mostrare ancor di più l’utilità della scienza e delle scienze dell’animo umano, che, come amava sostenere Francesco Bacone, devono essere le prime sostenitrici della scienza.

 Sono entrambe, comunque, congiuntamente, a salvare la vita, a migliorare la salute della gente. Senza la capacità di vendersi, e farsi vendere, la scienza non sarebbe nulla. Lo dimostra, oggi, il disastro dei vaccini. Serve sempre una scienza dell’animo che, prima di vendere le scienze naturali e convincere gli uomini della loro bontà, aiuti gli uomini stessi ad ampliare i loro confini, per renderli più partecipi del cambiamento, più vivi, più sensibili, più aperti al nuovo e ai benefici del nuovo. Noi non ci intendiamo di scienze positive, ma forse, scrivendo bene due paroline in fila, possiamo mostrare quanto esse, congiuntamente all’arte, siano indispensabili per fare del bene. La psicoanalisi è una scienza dura?

 Io dico di sì, anche se qualcuno potrà risentirsi. Alla fine cosa rappresenta se non una medicina dell’anima? Non prevede l’utilizzo di medicinali, certo, ma rende più consci del proprio malessere, insegna a dare un nome agli attanagliamenti della psiche, alle paranoie, alle multiformi sfaccettature dell’ansia. Non somministra psicofarmaci, al massimo un po‘ di valeriana. Ma eleva l’autostima quasi come fosse una forma di magia. E‘ una scientifica magia: aiuta le persone a ritrovare, analiticamente, la loro bacchetta. La loro capacità di prendere e riprendere in mano le proprie vite. La propria dignità. La propria abilità di autodeterminarsi. Vivendo. E non da morti che camminano. Da viventi famelici. Da persone che non si accontentano, perché vogliono di più. Volete un’altra formuletta? Eccola: chi si accontenta non gode per niente, perché non gode nemmeno chi non si accontenta affatto.

 Mentre compilo frettolosamente questi pensieri un po‘ banali, prima di uscire sul nuovo numero della rivista di domani e raggiungervi con le mie paranoie, l’ennesima annunciata risalita dei contagi mi irrita moltissimo. Da quel marzo 2020 il tempo è volato, mi sento estremamente più vecchio e infinitamente più povero, di esperienze, di divertimento, di sogni. Viviamo a mozzichi nell’attesa di qualcosa che non arriva mai, mentre la voglia di lascirarci alle spalle il dolore fa volare le giornate, i mesi. Il tempo fugge, ma noi restiamo indietro. Fissati nei ricordi, nelle speranze che nutriamo, nella vita che forse non viviamo e non riusciamo più a vivere. Questi svariati ma supersonici mesi di riaperture stanno creando smarrimento più delle chiusure. Già sento qualcuno a cui mancano il divano e le serie tv. Che rabbia che provo pensando al tempo perso e a tutte le cose che avremmo potuto fare in tempi normali. Magari non le avremmo fatte comunque, per pigrizia, per inerzia, per mancanza di mezzi. Ma ci saremmo incazzati per non averle fatte. Ci saremmo pentiti. La pandemia ci ha insegnato a non farlo più. Ci ha fornito una enorme scatola in cui infilare il non detto e il non fatto. In cui rinchiudere noi stessi in una confort zone piuttosto grassa. Satura. Del peggior male che esista: la sopravvivenza.

 È proprio la sopravvivenza il tema di queste pagine. Ho un ricorso fisso nella mente. Da anni ormai. Nel mio percorso attraverso la vita pensavo di averlo smarrito, ma ultimamente è riapparso più forte. Ricordo il momento, il colore del cielo, la trasmissione alla tv, le pillole sul comodino, la compagnia dei miei genitori. Ero piccolo, in età prescolare forse, ma abbastanza grande per avere coscienza del mondo e delle cose, purtroppo. Iniziava un nuovo anno, anagraficamente io ne avrei avuti sei, eppure già pensavo a quello a cui un bambino non dovrebbe pensare. Scattava la mezzanotte e piangevo, perché pensavo alla morte, al fatto che prima o poi sarebbe arrivata anche per me. A sei anni. Forse meno. La morte è un timore ancentrale che abbiamo sin dalla nascita, la rimuoviamo per paura e a volte ci riusciamo anche bene. Per fortuna, direi. La pandemia ci ha riportato alla mente quel timore ontologico che cerchiamo di rimuovere con tenacia, ma forse, in realtà, ci serve proprio per vivere meglio, per addentare la vita, per respirarla nelle piccole cose e in quelle più grandi.

 Nutro tanto rancore per i no-vax, tanta rabbia per questo manipolo di nuovi agitatori di piazza un po‘ troppo allenati ad alimentare l’ego del loro ego. Sapete perché? Non soltanto perché sprecano tempo a rafforzare convinzioni che cancellerebbero con trenta secondi di attenta lettura, ma anche e soprattutto perché lo tolgono agli altri. Rubano letti e speranze a chi, in silenzio, ne ha molto più bisogno. Se libertà è capacità di scelta, se libertà è possibilità di autodeterminarsi e scegliere ciò che è meglio per sé stessi, per me libertà è anche responsabilità, è il dovere di capire dove il proprio egoismo può nuocere agli altri.

 Perché tutti, patologie pregresse o meno, hanno e devono avere il sacrosanto diritto di sperare fino alla fine. Soprattutto se giovani, soprattutto se sono in ospedale per patologie legate al male del secolo, spesso incurabile, e non a quello degli ultimi mesi. E voi gliela togliete. Spero che lo facciate per paura, per quel deficit cognitivo che porta le persone a negare l’esistenza di quello che le spaventa di più. Spero che sia così. Quantomeno potrei perdonarvi per la cotanta vastità delle fole che propagate e del fumo che vi cospargete coscientemente intorno. Voglio rivolgermi direttamente a voi, questa sera. Voglio pregarvi di rivedere i vostri stolti programmi, di riscrivere quei numeri falsi che non sapete nemmeno da dove arrivino. Fatelo per chi non c’è più e non ha potuto sperare. Fatelo per le loro famiglie, per le persone che hanno perso tutto. Per chi è rimasto col senso di colpa di non averle potute aiutare.

 Quando qualcuno a noi caro parte, piangiamo per lui e un po‘ anche per noi. Per la miseria della vita che quell’assenza comporta, per l’ingiustizia del cosmo - che strappa sempre i fiori migliori - per il senso di colpa che attanaglia la gola quando si percepisce che sarà grave una vita vissuta nel ricordo di qualcuno che quella stessa vita la meritava di più. Per il suo sorriso costante, per quella gioia fissa nel cuore. Per quella forza sovrumana nell’affrontare le difficoltà.

 Il mio capo l’altro giorno mi ha detto: “Vorrei vivere con la stessa gioia che tu porti nel cuore“. La mia. Spero proprio, a questo punto, che non si trovi mai a leggere queste misere pagine. Questo dimostra che la vita è solo sprezzatura, è soltanto far sembrare lieve ciò che più è pesante per noi: cercare di apparire per quello che non siamo ma vorremmo essere. Noi non siamo quello siamo, siamo soltanto quello che gli altri pensano che noi siamo. Ne sono sempre più convinto. Più cerchiamo di essere uno, più siamo uno, centomila, nessuno. Appunto. Grazie a te, amico eroe, per la gioia del cuore che mi hai insegnato a mostrare. Grazie a voi, amici lettori, per la pazienza. Ci sentiamo nel prossimo numero, sperando di avere più tempo dal lavoro per scrivere di più e meglio, sperando che decidiate di impiegare il vostro tempo in questo percorso un po‘ sano e un po‘ malato.

 Alessandro Di Mattia 

 *Leggi : "La coscienza circostante . Prefazione"

Riproduzione riservata ©Copyright I Parchi Letterari

Immagine a cura di Alessandro Di Mattia:
Sergey Katyshkin NFT artist https://www.instagram.com/merlin.lightpainting/ 
lightpainting. music- Last Night (Marco Lazovic)


*Leggi : "La coscienza circostante . Prefazione"
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