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I meandri dell'antilevismo

20 Settembre 2022
I meandri dell'antilevismo
Nel dibattito che si è aperto in varie sedi per la ricorrenza del 120° anniversario della nascita di Carlo Levi, ha trovato spazio anche qualche intervento polemico nei confronti dell'intellettuale torinese e della sua opera letteraria e pittorica

Nel dibattito ricco e vivace, che si è aperto in varie sedi per la ricorrenza del 120° anniversario della nascita di Carlo Levi, ha trovato spazio anche qualche intervento apertamente polemico nei confronti dell'intellettuale torinese e della sua opera letteraria e pittorica. Il fatto non può meravigliare più di tanto, perché l'antilevismo, inteso come opposizione all'ideologia che sorregge l'opera leviana, in particolare alla rappresentazione del Mezzogiorno e alle riflessioni proposte sulla questione meridionale nel suo celeberrimo “Cristo si è fermato a Eboli”, non è un fenomeno recente. Nato subito dopo la pubblicazione del libro nel 1945, si diffuse già negli anni Cinquanta, perché il pensiero di Levi, come ha rilevato Giovanni Russo, «ha odore di zolfo non solo per gli intellettuali crociani, illuministi e riformisti, che si ispirano alla tradizione del “meridionalismo storico[], ma anche per gli intellettuali comunisti».[i]
Non è azzardato dire che le polemiche siano sorte quasi in contemporanea con la pubblicazione del “Cristo”, che diventò subito un “caso” letterario. In una recente e preziosa nota [ii] Antonio Martino, che a Tricarico fu testimone oculare di un episodio che si ricorderà tra poco, asserisce in termini solo in apparenza paradossali che l'antilevismo è addirittura antecedente al levismo.

Prima di indagare, però, le ragioni di tale ostilità verso lo scrittore e artista torinese, con il supporto di qualche significativo dato statistico è opportuno ricordare in via preliminare le dimensioni dell'immediato e stupefacente successo di un'opera che risultò subito affascinante per la sua indiscutibile originalità. Caratterizzato da una conformazione polimorfa, che si potrebbe definire prismatica per le sue molte sfaccettature, il “Cristo” di Carlo Levi sfuggiva a ogni sorta di catalogazione e non poteva essere rinchiuso in nessuna formula definitoria. Non era, infatti, specificamente un diario, ma neppure un'autobiografia, un romanzo, un saggio, un reportage. Esso, però, mostrava di contenere armoniosamente i segni e i tratti di questi diversi generi letterari e si connotava anche come una raffinata opera poetica in prosa, che, ispirata da un forte impegno civile, diventava lo strumento di una coraggiosa denuncia sociale e politica.
Tutto ciò spiega alcune delle ragioni dello strepitoso successo del libro, testimoniato dalle nove edizioni nell'anno della sua pubblicazione, e dal fatto che ben presto la sua fama varcò i confini nazionali, grazie alla prima traduzione in inglese, che nel 1947 lo fece approdare negli Stati Uniti d'America. Da allora “Cristo si è fermato a Eboli” è stato tradotto in una quarantina di lingue, che lo hanno fatto conoscere praticamente in ogni angolo del mondo. L'ultima traduzione, la seconda in lingua giapponese dopo quella del 1950, risale al 2016 e l'ha realizzata la giovane docente universitaria Yuko Nishimaki dopo numerosi viaggi effettuati ad Aliano per conoscere da vicino, per quanto possibile, luoghi e persone che avevano ispirato il memoriale leviano.
Alla luce di questi dati, scarni ma significativi, sembra assurdo che sia potuto sorgere un fenomeno non consistente ma persistente di antilevismo, che ancora oggi di tanto in tanto riaffiora in superficie come l'acqua di un fiume carsico. È opportuno, perciò, considerare e spiegare i motivi per cui già al primo apparire del libro divamparono da più parti furiose polemiche, che furono evidentemente alimentate da motivazioni molto eterogenee.

Innanzi tutto, come si accennava all'inizio, reazioni violente si ebbero sul versante della critica, in particolare di quella militante di sinistra. Ad esse si aggiunsero quelle di non pochi esponenti della borghesia meridionale, in special modo lucana, che era stata descritta come una componente parassitaria e avida del corpo sociale. A tali contestazioni si accompagnarono, infine, il risentimento e l'astio di quelle persone che si riconobbero nei personaggi del “Cristo” e mal tollerarono di essere state dipinte in chiave fortemente negativa.
I giudizi contrari di molta critica, spesso talmente aspri da configurare una vera e propria stroncatura, vertevano essenzialmente sul fatto che nel libro di Carlo Levi risultava inattendibile la rappresentazione del mondo contadino come di un'entità  estranea al corso della Storia e immersa in un magma di leggende e di superstizioni. Di quel mondo, inoltre, lo scrittore avrebbe mitizzato in forma acritica e populista segni e valori, manifestando verso i contadini sentimenti di pietà, compassione e solidarietà con un evidente atteggiamento paternalistico.
L'autore del “Cristo” fu inoltre tacciato di narcisismo, perché aveva posto se stesso al centro della narrazione e, aveva notato Alberto Asor Rosa, nel romanzo si era rappresentato «come una specie di Giove buono e sereno, un affettuoso e dolcissimo sovrano in esilio, circondato di questi nuovi esotici sudditi»[iii].
A tale proposito lo stesso Carlo Muscetta, che pure aveva caldeggiato l'uscita dell'opera presso Einaudi, affermava che «Levi è un artista, anche se troppo spesso per il gusto baudelairiano della mistificazione si compiace di travestirsi da Dio terrestre. Spogliato della sua aureola mitologica, della sua felicità fittizia, è uno del vecchio mondo che va mendicando, con fierezza e con dignitosa elegia, un po' di umanità».[iv] E sempre Muscetta confidava che non aveva mancato di dire in maniera seriosa in presenza dello stesso autore: «Se Cristo non è giunto ancora a redimere le desolate plaghe della Lucania, [] la discesa di Carlo Levi, pittore e medico, stregone e scrittore è  rappresentata nel suo stesso libro come una vera Epifania, come l'avvento e la rivelazione di una divinità da adorare»[v].
Riguardo ai rilievi mossi al “Cristo” leviano vale la pena di ricordare anche ciò che ha scritto in un recente articolo Giovanni Caserta. Il noto critico materano, che sull'opera letteraria di Carlo Levi ha scritto molte e illuminanti pagine, non ha difficoltà ad ammettere che «Alcuni “compagni” comunisti di quegli anni, vedi Alicata e in parte anche Muscetta e Asor Rosa, si risentirono perché, secondo loro, Carlo Levi avrebbe visto la salvezza della Lucania nella immutabilità della condizione contadina, cioè nell’isolamento, quasi che intorno alla regione egli volesse erigere una barriera da riserva indiana, che ne avrebbe impedito qualunque contaminazione»[vi].
Congruenti, d'altro canto, risultano le riflessioni critiche di Giorgio Bassani, che tramite Manlio Cancogni aveva incrociato Carlo Levi a Firenze, dove dopo l'8 settembre entrambi vivevano in clandestinità, mentre la città era occupata dai Tedeschi. Di Bassani, che abitava nei pressi di Santa Maria Novella con la moglie Valeria Sinigallia, sposata in estate prima di fuggire via da Ferrara, Carlo Levi ebbe anche modo di leggere allora il racconto breve “Storia di Debora”, che nel 1956 sarà inserito nella raccolta “Cinque storie ferraresi”. Erano i terribili «dì della sventura», come cantò il poeta Umberto Saba, «… e Firenze / taceva, assorta nelle sue rovine».[vii]
Non meraviglia, perciò, che l'autore del famoso romanzo di formazione “Il giardino dei Finzi-Contini” si sia poi occupato di Carlo Levi, salito prepotentemente alla ribalta della scena letteraria nazionale subito dopo la fine della guerra. Bassani ne scrisse nell'agosto 1950 in una recensione del “Cristo si è fermato a Eboli” e di “Paura della libertà” intitolata “Levi e la crisi”. Nel testo, che con il titolo “Carlo Levi e la crisi” sarà riproposto a distanza di anni in importanti saggi e raccolte come “Le parole preparate” e “Di là dal cuore”, Bassani sapientemente disegna un ritratto della complessa personalità umana ed artistica dello scrittore e pittore torinese. Egli sottolinea innanzi tutto la sua stupefacente versatilità, che non ha nulla di dilettantesco ed è tanto più ammirevole se la si paragona all'attività “di gracili quanto severi specialisti”.
L'eclettismo di Levi - nota opportunamente Bassani - è tale che nessuna sua opera risulta irrelata dal contesto ed è per questo che, ad esempio, un suo dipinto può essere pienamente inteso e apprezzato solo nel caso in cui se ne colgano anche i valori letterari, filosofici e poetici. Una lettura del “Cristo”, non disgiunta dal saggio “Paura della libertà”, aiuta pertanto a rilevarne i significati profondi e i pregi indiscutibili, ma è utile a far capire che il suo immenso successo fu dovuto anche a un equivoco di fondo, che ne condizionò l'analisi e la valutazione[viii].
Lo scrittore ferrarese, infatti, aggiunge che molti critici, al pari di tanti lettori comuni, nel libro di Levi «videro fin dal principio la Lucania e basta». In realtà, quello documentario è solo un aspetto secondario e diventa il pretesto di una narrazione, che vede protagonista lo stesso autore. Dominante, infatti, è la figura esemplare di “don Carlo”,  «in cui lo scrittore non si stanca mai di specchiarsi [] e nella quale si concentra la più forte carica ideologica del libro»[ix].
Bassani non mancò di rievocare il “Cristo si è fermato a Eboli” anche in un convegno sul risanamento dei Sassi, che si tenne a Matera il 10 dicembre 1967 e al quale partecipò come Fondatore e Presidente dell'Associazione “Italia Nostra”. In quella occasione rimarcò l'inattualità della rappresentazione elegiaca che del mondo contadino aveva dato nel suo famosissimo libro Carlo Levi, che ora, come senatore, era pur egli impegnato nell'ideazione di un progetto di recupero, di salvaguardia e di valorizzazione della funzione urbanistica dell'antico agglomerato materano.

Di tutt'altro genere fu la contestazione dello scrittore torinese da parte della gente comune. Gli abitanti di Aliano, in particolare, si sentivano fortemente denigrati da Levi, che accusavano di avere travisato i fatti e dato una rappresentazione falsa e spesso caricaturale di molti di loro. Tali accuse vennero lanciate non solo dalle persone direttamente chiamate in causa, come il podestà Luigi Magalone, la potente sorella donna Caterina, i due dottori Milillo e Gibilisco, Giulia la Santarcangelese, o dai loro parenti, ma addirittura da alcuni di quegli stessi contadini che, umiliati e offesi dai “galantuomini”, avevano ricevuto attenzione e solidarietà dallo scrittore, che in loro era giunto perfino a identificarsi.
Ciò non può stupire, perché, quando queste accuse furono rivolte a Levi anche in forma aggressiva in occasione del suo primo ritorno in Lucania nel 1946, ben pochi avevano letto il “Cristo” e moltissimi contadini ripetevano solo ciò che era stato riferito dai pochi “luigini”, che il libro lo conoscevano e se ne sentivano infamati. Con quei signori del Sud, sopratutto con gli agrari, Carlo Levi non era stato certamente tenero neppure quando, il 6 novembre, aveva scritto sul giornale del Partito d'Azione, di cui solo due giorni prima aveva assunto la direzione. Tra l'altro aveva affermato che essi erano i malefici e detestabili rappresentanti di «un mondo ottuso e miserabile, che si nutre di noie, di astio, di piccinerie e del sangue dei contadini, che devono lavorare per loro portare i tributi e gli ossequi, e morire di stenti e di miseria»[x].
È emblematico, comunque, quello che accadde a Tricarico nel 1946, quando Carlo Levi tornò in Lucania per la campagna elettorale, essendo candidato alla Costituente per la XXVI Circoscrizione di Potenza-Matera nel “Movimento democratico repubblicano” insieme con Guido Dorso, Tommaso Fiore, Manlio Rossi Doria e Michele Cifarelli. L'episodio è stato così descritto  in un sapido articolo da Antonio Martino, prezioso scrigno della memoria storica lucana e testimone oculare dei fatti: «Levi doveva tenere il suo comizio dal balcone dell’albergo Cutolo ed era accompagnato da Giovannino Russo e Leonardo Sacco.  Levi iniziò il suo comizio sul balcone di Cutolo, ma una forte contestazione di fischi e parolacce, accusandolo di averci diffamati col suo libro, gli impediva di parlare. Intervenne Rocco Scotellaro come una furia, saltando da un lato all’altro del balcone, scolpendo in due parole l’essenza della testimonianza di Levi. Impose il silenzio e Levi parlò»[xi].
Fu in quella occasione che si conobbero Carlo Levi e Rocco Mazzarone. Quest'ultimo, come amava raccontare egli stesso con garbata autoironia, si presentò come un “medicaciucci, nipote di don Trajella” e Carlo Levi prontamente rispose con altrettanta raffinata ironia: «Allora siamo colleghi!». Così, in modo del tutto irrituale, nacque tra don Rocco e don Carlo una solida amicizia che, fondata su una reciproca stima, sarebbe durata per sempre.
A Levi non fu neppure risparmiata l'accusa di aver costruito il suo notevole successo, anche economico, parlando male di Aliano e del Sud nel libro in cui aveva raccontato l'esperienza del suo confino, mistificando peraltro la realtà. L'accusa, tanto rozza e spregiudicata quanto insulsa e meschina, fu poi avallata a distanza di tempo da qualcuno che, pur considerandosi un epigono dell'illustre confinato piemontese e religioso custode della sua memoria, non si tratteneva dal proclamare perfino in pubblici convegni: «Carlo Levi ha strumentalizzato Aliano e ora è bene che gli alianesi fanno lo stesso, servendosi del suo nome a loro vantaggio».
Il giornalista e scrittore Andrea Di Consoli opportunamente nota che questa forma di levismo, per la quale  «il passato è diventato oleografia, bozzettismo, storytelling e marketing»,[xii] è deleteria e fa male a Levi almeno quanto l'antilevismo ottuso e preconcetto. Insomma, la meschinità di certi discorsi, scivolosi anche sul piano grammaticale, non è meno avvilente della pretenziosità delle critiche, spesso livorose, mosse da qualche scrittore o artista autoreferenziale, che si compiace di indossare la casacca dell'antilevismo, menando pure vanto di non avere mai letto il libro contestato.
Nel suo primo ritorno in Lucania, dunque, Levi ad Aliano, il paese che fra il 1926 e il 1943 aveva ospitato ben 41 confinati,[xiii] non fu accolto più benevolmente che a Tricarico o a Grassano. Anzi, non furono pochi coloro che si rifiutarono persino di salutarlo. Tra gli altri Giulia, la fedele domestica ritratta nel “Cristo” come una donna dotata di “una specie di barbara e solenne bellezza”. Ella era fortemente e comprensibilmente risentita, perché nel libro le erano state attribuite una relazione con il prete predecessore di don Trajella e ben “diciassette gravidanze, da quindici padri diversi”. Molte altre erano le famiglie, tra le quali evidentemente non potevano mancare quelle di don Luigino e della sorella donna Caterina, che per ragioni diverse si sentivano offese ed erano perciò fortemente indignate per quanto era stato scritto su di loro.
A tale proposito sempre Antonio Martino ricorda che ad Amalfi dopo la guerra, negli anni liceali, ebbe compagni due ragazzi di Aliano, i quali avevano conosciuto Levi quando scontava la pena del confino. Uno di loro era Domenico Guarini, nipote del podestà di Aliano in quanto figlio della sua potente sorella. «Eravamo sotto esami - racconta Martino - quando venne a trovarmi in convitto Rocco Scotellaro. Il nipote di don Luigi mi voleva sbranare. Dopo Levi quel Senzadio di Rocco Scotellaro, mi rinfacciava, era il peggiore nemico della Lucania. Diceva anche che lo zio avesse scritto un libro intitolato “Un cretino si è fermato ad Aliano”. Di questo libro non si è mai saputo nulla, se fu scritto davvero o no. Forse fu scritto, perché il nipote mostrava di saperne molto a memoria»[xiv].
Molti anni dopo lo stesso Domenico Guarini ha rilasciato ad Antonio Pagnotta e Graziella Salvatore, autori di un pregevole e prezioso volume fotografico, una testimonianza di tutt'altro tenore, di cui si riporta uno stralcio: «Quando “Cristo” è stato pubblicato, ho spiegato ai miei genitori che Levi aveva colorato i personaggi e li aveva collocati per fare, della sua vita di confino, un libro per andare oltre la semplice biografia. Ho avuto una grande amicizia con Carlo Levi; nel 1960 mi invitò a Roma dove prenotò, per me, una camera nell'albergo Hilton per quattro giorni. Nel 1974, quando tornò ad Aliano incontrò mia madre con grande emozione»[xv]. Non sfugge il forte stridore tra le due versioni di Martino e di Guarini, ma, dovendo ritenere entrambi i testimoni fededegni, non è azzardato arguire che il Tempo è davvero un grande medico, che con il suo trascorrere inesorabile si rivela capace di cicatrizzare molte e gravi ferite.
Tale ipotesi sembra essere avvalorata dalla significativa testimonianza di un'altra persona autorevole, vale a dire Eduardo Scardaccione. Nipote del dottor Concetto Gibilisco, di cui aveva ereditato il nome reale, seppe subito che il nonno era stato raffigurato nel “Cristo” in modo pesantemente caricaturale e che gli era stata da Levi ingiustamente assegnata la sgradevole patente di “medicaciucci”. Oggi il più giovane Eduardo, giudice della Corte Costituzionale di Roma, a proposito del famosissima libro leviano con serena lucidità osserva: «La prima generazione l'ha completamente rifiutato, la seconda era ancora ferita, la terza ha accettato l'opera come un capolavoro di scrittura». E sulla scorta della sua esperienza personale aggiunge con estrema franchezza: «A casa mia Carlo Levi era considerato un traditore, era proibito parlare di lui. Era entrato nelle case e aveva raccontato tutte le cose, per altro vere. Ho letto il libro per primo, anche gli altri l'avevano letto, ma di nascosto, era proibito ammetterlo».[xvi]

Tanti, insomma, seppure molto tardi hanno capito che il libro di Levi era stato scritto non contro ma per Aliano, la Lucania, il Sud. Il Tempo, dunque, che sempre opera assiduamente, non ha agito solo sulla vita delle singole persone, cambiando la disposizione d'animo nei confronti di Carlo Levi e della sua opera, ma è intervenuto in un ambito più vasto, facendo registrare mutamenti radicali nelle comunità del Sud, dell’Italia, del mondo. Va detto, però, che nel processo di tali trasformazioni la Storia ha seguito traiettorie diverse da quelle immaginate o vagheggiate dallo scrittore torinese.
Per questo, come Levi stesso aveva in parte presagito, il riscatto e l'emancipazione del Mezzogiorno non si realizzarono dopo la fine del mondo contadino, anche perché con esso scomparvero i suoi antichi e solidi valori di riferimento. Anzi, in Lucania-Basilicata in seguito al dissolvimento della cultura contadina e al fallimento del progetto di industrializzazione le condizioni sociali ed economiche finirono per aggravarsi. Ed è per questo che oggi si assiste impotenti a un processo spaventoso e inarrestabile di catastrofe demografica e di desertificazione del territorio, che per certi versi è una iattura ancora più grave della malaria, del tracoma, della miseria che ai tempi di Levi imperversavano in tutti i paesi lucani.
Neppure a livello nazionale si è attuato il rinnovamento politico che Levi aveva affidato alla sua visione utopica di una democrazia dal basso, che prevedeva la nascita di comuni rurali autonomi inseriti in una organica federazione e di cui dovevano essere protagonisti i contadini. Presto bisognò anche prendere atto che era rapidamente evaporato il nuovo spirito etico e civile, che sembrava fosse nato dall’epopea della Resistenza.
Svanì, infine, il sogno di una palingenesi sociale, etica e politica che Levi aveva auspicato avvenisse alla luce del radioso “sol dell'avvenire” socialista sotto la guida di quella Unione Socialista Sovietica, che aveva insinuato nel suo animo il sentimento che “il futuro ha un cuore antico”. Anche l’idea che potesse nascere nel mondo occidentale una società più libera, più giusta e più autenticamente democratica di quella dominata dall’aberrante logica mercantile di un liberismo economico sfrenato finì, dunque, per rivelarsi irrealizzabile.
Ora non si fa certo fatica a riconoscere la fragilità di alcune valutazioni politiche di Carlo Levi e di alcune sue riflessioni critiche sull'annosa questione meridionale. Ciò, comunque, non inficia minimamente il senso e il valore del suo coraggioso, coerente e concreto impegno civile dispiegato a favore del Sud e per l'affermazione di alcuni irrinunciabili valori esistenziali.
Appare altrettanto scontato che lo scenario sociale, economico e culturale di Aliano e del Mezzogiorno è radicalmente diverso rispetto a quello rappresentato in “Cristo si è fermato a Eboli”. Eppure, non ostante tutto, è innegabile che quest'opera circa ottant'anni dopo la sua pubblicazione mantiene una sorprendente carica di attualità e conserva intatto tutto il suo fascino. Le ragioni evidentemente risiedono nel suo intrinseco valore letterario scaturente dalla capacità dell'autore di universalizzare il particolare, rendendo la Lucania il simbolo universale di tante “Lucanie sparse nel mondo” e scoprendo che la “Lucania è in ognuno di noi”. Nelle due meravigliose metafore è racchiusa l'essenza del messaggio che Carlo Levi ha voluto affidarci come scrittore, pittore, uomo politico impegnato con coerenza e coraggio per tutta la vita a realizzare una società più libera e più giusta.



[i]     G. Russo, Carlo Levi segreto, Dalai, Roma, p, 31
[ii]    A. Martino, L'essenza del levismo e dell'antilevismo, in Rabatana bagatelle e cammei tricaricesi, 7  aprile 2022
[iii]   A. A. Rosa, Scrittori e popolo, Samonà e Savelli, Roma, 1965
[iv]   C. Muscetta, Leggenda e verità in Carlo Levi, in “Realismo neorealismo controrealismo”, Lucarini, Roma, 1990, p. 72
[v]    C. Muscetta, ibidem, p. 58
[vi]   G. Caserta, Levismo e antilevismo oggi, in “LapresenzadiErato.com”, 6 aprile 2022
[vii]  U. Saba, Canzoniere, da “1944”, Dedica, v. 10 e Teatro degli Artigianelli, vv. 21-22)
[viii] G. Bassani, Levi e la crisi, in “Paragone-Letteratura”, Levi e la crisi, passim
[ix]   G. Bassani, ibidem, p. 115
[x]    C. Levi, La crisi dei galantuomini, in “L'Italia libera”, 6 novembre 1945
[xi]   A. Martino,  L'essenza del levismo e dell'antilevismo, articolo citato
[xii]  L. Pisani, A tu per tu con Andrea Di Consoli, in talentilucani.it – Passaggio al sud del 2 maggio 2022
[xiii]  F. Ecca, Incontro e scontro di culture: i confinati antifascisti a Eboli e ad Aliano, Altre Modernità, Università degli Studi di Milano, p. 17
[xiv]  A. Martino, L'antilevismo nacque prima del levismo in Rabatana, 8 aprile 2022
[xv]    G. Salvatore (a cura di), La ruota la croce e la penna Fotografie di Antonio Pagnotta, MMMAC, Paestum, 2004, p.215
[xvi]   G. Salvatore, ibidem, p. 253


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