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Testimone dei testimoni

21 Gennaio 2021
Testimone dei testimoni
Non basterebbe una vita intera a voler raccontare di tutti gli occhi incontrati, delle voci ascoltate, delle mani strette all’arrivo e degli abbracci alla partenza. Sono felice di poter dire “io li ho conosciuti. di Simona Celiberti

Il Museo Internazionale della Memoria Ferramonti di Tarsia è stato inaugurato nel 2004, grazie al lavoro incessante dell’Amministrazione comunale di Tarsia (CS), dal Comitato Pro-Ferramonti, poi costituitosi in Fondazione, e grazie anche alla rete di volontari amabilmente definiti “Angeli della Memoria”, che ancora oggi collaborano attivamente per accogliere le migliaia di visitatori. 

Fin dall’inizio le attività del Museo sono state caratterizzate dalla stretta collaborazione con ex internati o con testimoni di seconda generazione, per cui il patrimonio culturale è cresciuto di anno in anno, grazie alle donazioni e soprattutto all’aiuto volontario di coloro che ritengono fondamentale ricordare ciò che è stato. Tra questi un ruolo importante è rivestito da chi di anno in anno può essere presente durante le commemorazioni del Giorno della Memoria per testimoniare quegli anni terribili che a Ferramonti, lager del duce, si trasformano in speranza prima e salvezza poi. 

In tutti questi anni da volontaria della Memoria, dal 1999 ad oggi, ho conosciuto tante persone, tanti volti, tante mani strette, ma quello che rimarrà per sempre nei miei ricordi sono gli occhi dei tanti testimoni, che arrivando a Ferramonti si commuovono fino a piangere per poi sorridere e ringraziare perché qui hanno avuto salva la vita. 

Tra questi Paul Fuhrman, aveva 5 anni nel 1942 quando arrivò a Ferramonti con la sua famiglia dove rimase fino al 1944: quando venne a visitare il Museo riunì tutta la sua famiglia sparsa nel mondo, mi disse che i figli dovevano conoscere il luogo che lo aveva salvato. 

Buena Alcalay, internata e sorella del più famoso Albert Alcalay, pittore formatosi nell’atelier del Maestro Michel Fingesten a Ferramonti. Buena mi aprì le porte di casa sua a Boston, facendomi ammirare le opere del fratello scomparso da pochi anni. Anche lei ringraziava me per l’aiuto avuto dai calabresi negli anni di internamento. 

Dina Neumann Smadar, nata nel campo, artista internazionale, che ha voluto fare dono della sua arte e del suo tempo allestendo le sale attualmente visitabili nel Museo. Il nonno, Yehoshua Friedmann, viveva con la sua famiglia a Berlino, era stato internato a Sachsenhausen, dove aveva conosciuto l’inferno, nelle sue parole “qualsiasi lingua umana è troppo povera per descrivere le torture e le sofferenze”. Arrivò con la moglie e la figlia a Ferramonti e divise la baracca con altri internati, pronti a tutto, soprattutto a patire la fame, ma “nulla era paragonabile a ciò che avevano vissuto in Germania”. 

Il padre di Dina, Zvi Neumann, era ebreo slovacco, si imbarcò sul Pentcho insieme ad altri 500 profughi speranzosi di poter arrivare fino in Palestina su un battello fluviale. Arrivò a Ferramonti nel 1942, incontrò Gita e se ne innamorò subito, come racconta Dina negli incontri con le migliaia di visitatori “non c’era tempo per il romanticismo, non sapevano cosa poteva accadere di lì a poco, si sposarono prima possibile all’interno del campo: il Rabbino Capo di Genova Riccardo Pacificicelebrò il loro matrimonio”. 

Eva Rachel Zalmanovich Porcilane e Josef Wesel, anche loro nati nel campo, storie diverse che si intrecciano nelle stradine tra le baracche o all’interno delle stesse. 

Chi ha trovato l’amore in quegli spazi, chi la morte perché il cuore non ha retto ad una partita di calcio. Chi cercava solo un modo per riuscire ad andare via legalmente e chi invece ha provato a fuggire.  Chi ha chiesto di voler essere internato per ricongiungersi alla sua famiglia, come Riccardo Ehrman, definito da tutti come “l’uomo che ha fatto cadere il muro di Berlino”, ma lui con la sua disarmante umiltà ha sempre rifiutato questa etichetta, come ha precisato quando ci siamo incontrati nella sua casa “io non ho fatto cadere proprio nulla…” raccontando anche lui degli anni vissuti a Ferramonti, un lager che ossimoricamente ha rappresentato la salvezza per oltre 3000 internati. 

Storie di vita vissuta, anzi sopravissuta, anni di privazione della libertà, anni di stenti, di fame, di paura del domani, perché nessuno di loro sapeva nulla del mondo esterno se non quando arrivava il nuovo “trasporto” di internati. 

Non basterebbe una vita intera a voler raccontare di tutti gli occhi incontrati, delle voci ascoltate, delle mani strette all’arrivo e degli abbracci alla partenza. Testimone dei testimoni, angelo della Memoria, ma soprattutto felice di poter dire “io li ho conosciuti”!

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Ferramonti di Tarsia (Cs)

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