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Volare sul proprio mondo

23 Dicembre 2020
Volare sul proprio mondo
Immaginate di poterli visitare dall’alto i Parchi letterari, uno dopo l’altro. Uno spettacolo unico. I ragazzi della rubrica Sherwood ci stanno lavorando su. di Massimiliano Bellavista

Il 21 dicembre è il giorno che ha inaugurato il solstizio d’inverno e ha visto quest'anno la congiunzione di Giove e Saturno. Proprio a partire da questo giorno parliamo del volo. Questo sarà un argomento che ci accompagnerà nel futuro qualche numero di Sherwood. 
Immaginate di poterli visitare dall’alto i Parchi letterari, uno dopo l’altro. Uno spettacolo unico. Staccare l’ombra da terra, prendere la via del cielo, dimenticarsi in esso, una necessità immortale nell’uomo come nell'animo l'avidità del volo diceva d’Annunzio

Nel 1916 a seguito di un incidente aereo, d’Annunzio riporta considerevoli danni agli occhi, per un certo tempo è seriamente impedito nell’uso della vista. Ma gli occhi dello spirito sono ancora bene aperti. Anzi, spalancati. Scrive Notturno

Usciamo. Mastichiamo la nebbia./La città è piena di fantasmi/Gli uomini camminano senza rumore, fasciati di caligene./I canali fumigano./De i ponti non si vede se non l'orlo di pietra bianca per ciascun gradino./Qualche canto d'ubriaco, qualche vocio, qualche schiamazzo./I fanali azzurri nella fumea./Il grido delle vedette aeree arrochito dalla nebbia./Una città di sogno, una città d'oltre mondo, una città bagnata dal Lete/o dall'Averno./I fantasmi passano, sfiorano, si dileguano 

Torneremo su questi versi e su altro con i ragazzi di Sherwood, che ci stanno lavorando su. Quello che ci interessa per ora è entrare nel clima e immaginare quel volo nella notte dei sensi. Già cominciamo a sentirci e a pensare come novelli Saint-Exupéry. 

Antoine de Saint-Exupéry negli anni Trenta prestò servizio come pilota commerciale e di linea. Non fu Il Piccolo Principe, ma il romanzo Volo notturno , che vi invitiamo a leggere, a renderlo celebre. Il protagonista è un pilota che conduce come uno spericolato Ulisse voli commerciali nei cieli notturni della Patagonia, del Paraguay, dell’Argentina. È la Compagnia per cui lavora che lo obbliga a questa autentica sfida alla morte, per guadagnare di più. La notte può essere sinistra e aggressiva, se ci si vola dentro così a lungo con quei piccoli aerei di allora. 

Rivière giudicava che le stelle eran troppo splendenti, l'aria troppo umida. Che strana notte! Essa imputridiva improvvisamente, a zone, come la carne d'un frutto luminoso. Le stelle, al completo, dominavano ancora Buenos Aires, ma non era che un'oasi, e d'un istante; e, d'altronde, era un porto che l'aeroplano non poteva raggiungere. Notte minacciosa, che un vento cattivo toccava e imputridiva. Notte difficile a vincere. In qualche luogo, nelle sue profondità, un aeroplano era in pericolo: e sulle rive di quella notte gli uomini si agitavano impotenti. 

Lasciato sulle rive della notte c’è anche il protagonista della nostra storia, con cui Vi facciamo gli Auguri. Nella notte di Natale è concesso a tutti volare sul proprio mondo, per quanto ristretto sia, fosse anche un … presepe. E, attraverso le parole, ripensarlo.

TI PIACE IL PRESEPE? 

Luca: Dove siamo arrivati? Oramai sei un giovanotto, non sei più un bambino. Io non sono eterno. I soldi ci vogliono. Dopo Natale, viene il sarto, porta i campioni e ti fai un bel vestito di stoffa pesante, questo che tieni addosso ormai è partito. Ti faccio pure due camicie. Un vestito e due camicie. (indica il presepio, ammiccando) Te piace, eh? Te piace! 

Tommasino: (annodandosi la cravatta) No 

Da: NATALE IN CASA CUPIELLO – EDUARDO DE FILIPPO 

 Lo scrittore se ne stava rincantucciato tra la scrivania, la vecchia sedia in pelle e una giungla di bicchieri che, spiccando sul tavolo pieno di carte arruffate, sembravano giovani bambù variopinti. Sollevò due carte, certamente le più vecchie, lo si vedeva dallo spessore della polvere che le infarinava, e poi l’ultimo appunto per una storia da scrivere, vergato su una carta in effetti ancora bella lucida, comprata pochi giorni prima in onore di una purtroppo illusoria ispirazione. 
Idee strette e lise come le sue scarpe e stantie come il pane che mummificava nel cestino in cucina, constatò. All’inizio già non erano granché, poi la polvere, gravando sopra il suo scritto, vi entrava per osmosi sostituendosi anche al poco di buono che c’era ancora rimasto dentro. 

Ad un tratto una mano enorme lo prese dalla finestra che teneva aperta anche a Dicembre, e lo portò fuori, in alto nel nulla notturno. Si sentì rapito, anzi l’immagine che gli solcò la mente fu quella di essere stato colto, come un ortaggio. 

Ti piace il presepe? la voce che lo domandava non era cupa o tonante. Non proveniva da un roveto ardente. E tuttavia non ammetteva la mancanza di una risposta. 

Sei Dio? 

Tecnicamente sì. Ma per Te sono Mio. 

Lo scrittore, in momenti di difficoltà o sconforto, invece di rivolgersi direttamente a Dio, cosa che gli sembra troppo formale, in effetti si rivolgeva ad una entità che chiamava Mio. Il suo particolare Olimpo a conduzione singola, insomma, un po’ Dio un po’ Oracolo secondo il bisogno. 

Ti piace il presepe? 

Ma quale presepe? 

Ma come quale?  Quello che sta sotto di Te. 

Guardò quello che si agitava sotto i suoi piedi. La città in periferia, strisce di auto interminabili, sprazzi velocissimi di treni sui binari che poi come vermi si infilavano in gallerie perdendosi nel nulla, i parcheggi delle fabbriche ormai vuoti. Più lontano i macchinari all’opera tra i fumi di una discarica, che come scarabei stercorari spingevano e spostavano incessantemente rottami e i materiali che senza sosta enormi camion scarrabili gli facevano rotolare accanto. Se ne avvertiva l’odore. E poi la via lattea dei mega condomini con i roveti intricati di cavi e antenne sui tetti, con affaccio su strade a scorrimento veloce e sopraelevate. Sopra, quasi alla sua altezza, due elicotteri bottinavano tra i grattaceli del quartiere degli affari. 

Onestamente no, Rispose di getto, pentendosene subito un po’. 

Sentì Mio sospirare, e la mano afferrarlo di nuovo, poco gentilmente, per spostarlo poco più avanti. 

 Ti piace il presepe?

Il parco che stava sorvolando era di per sé bellissimo, ma mal sorvegliato dalla polizia e ancor peggio mantenuto, così che in poco tempo era diventato il regno dei tossici. Siccome si ostinava ad andarci tutti i giorni a correre, sapeva benissimo dove le varie bande nascondevano dosi e contanti. Una volta aveva anche pensato che sarebbe stato interessante prendere e scambiare tutto, i soldi di una gang di pusher con quelli di un altro, e anche tutta la bamba, mescolandola come un’insalata mista. Si era domandato più di una volta cosa sarebbe successo e se avrebbero quantomeno combattuto un po’ fra sé prima di mangiare la foglia e fargli il culo a fette.

 No, non mi piace affatto. 

Il sospiro si fece più forte, e anche la mano, nello spostarlo, questa volta gli fece scricchiolare più di una costola, vertebre comprese. 

Ti piace il presepe? 

Ora era sopra il centro cittadino. Gente ce n’era, ma non tanti negozi erano aperti, e quasi alcun locale. Chiuse tutte le sue amate librerie, e anche le biblioteche dove in passato aveva fatto tante ricerche. Con la mascherina e i cappelli, la gente che circolava sembrava una folla di rapinatori in preda alla nevrosi, ognuno con un suo progetto in mente, che si muoveva a scatti, velocissima, come criceti sulla ruota. A due isolati dalla piazza centrale, c’era la residenza assistita dove viveva, anzi sopravviveva ibernata in una stanza all’ultimo piano, la sua anziana madre, che non vedeva da mesi. Non fosse stato per l’alberello illuminato in cortile stento quanto le luci che lo adornavano, tra il grigiore e il ronzio della centrale termica, quel palazzo algido e male illuminato sarebbe somigliato a una grossa cella frigorifera di una sala mortuaria. 

Ancora più avanti c’era l’appartamento della sua ex moglie, e la sua adorata Lucia, che di certo dormiva abbracciata a Caviglia, l’orso che le aveva regalato, tanto, troppo tempo fa. Quando ancora le parole gli rendevano qualcosa o quantomeno valevano la considerazione di sua moglie. Quando andava a lavoro, doveva solo attraversare la strada, e c’era subito il portone dell’Editore. La sede di un grande editore con un gran via vai di corrieri, impiegati e scrittori. Ora era tutto chiuso ermeticamente, un solo piano e il resto affittato. Dalle finestre al primo piano filtrava la luce blu degli schermi dei pc, somigliava oramai più a una software house che a una casa editrice. Si stava irritando. 

No! Non mi piace per niente!!!E poi cosa mi dovrebbe piacere? 

Ma è stato un lavoraccio farlo, questo presepe. Migliaia di anni, tanta pazienza, e poi Ti lamenti

Perché non vai a chiederlo a qualcun altro? Magari Ti va meglio 

Già fatto, e tutti erano contenti di volare, di guardarsi intorno. Solo voi scrittori vi lamentate sempre. Non siete mai contenti. 

Questo non è un presepe. Mancano i personaggi, la capanna, il bue e l’asinello 

Ah, questa è bella. Proprio Tu parli, che l’anno scorso hai fatto il presepe con una cassa di legno per il vino vuota come capanna e le bottiglie di alcol mignon come personaggi? 

Sì però devi ammettere che il laghettino con la pompa e vodka ghiacciata al posto dell’acqua è stato un colpo di genio. E poi io mica ti ho chiesto se Ti piaceva. 

Comunque c’è poco da scherzare, questo è davvero un presepe rispose la voce sbuffando 

E allora non mi piace. Sbottò lo scrittore incrociando le braccia. 

Ok vediamo allora, campione, Tu come lo faresti? Suggeriscimelo Tu che non sei nemmeno capace di sognare e generalmente trasformi tutto in incubo. 

Lo scrittore ci pensò su. Ti propongo una sfida

Sarebbe? 

Tu mi riaccompagni a casa e io Ti scrivo il presepe che voglio. 

E se poi non mi piace? 

Mi farò piacere quello che ho sotto i piedi. 

E quando ti chiederò se ti piace il presepe davvero mi risponderai si? 

Promesso 

E così fu. Rieccolo alla scrivania. Tutte le sue cose erano a posto. Si fa per dire. Più che altro erano disposte nel consueto disordine. 

Per scrivere ho bisogno solo di carta, tabacco, cibo e un po’ di whisky, diceva Faulkner si ripetè mentalmente per farsi forza. 

Lo scrittore comunque non aveva cibo, scriveva direttamente al pc e non fumava, ma scartò in anticipo il suo autoregalo, versandone religiosamente il contenuto in un bicchiere a tulipano con acqua liscia, intorpidendo così il whisky quel tanto che bastava a renderlo sublime, con quei sentori di uvetta e pan di zenzero che lo deliziavano. Scrisse tutta la notte. Terminò il libro. Stampò. Terminò il distillato. Alla mattina la mano, puntuale, lo prelevò Mio lesse tutto, con calma. 

Ma è bellissimo disse commosso- pensavo di essere io solo quello capace di fare miracoli. 

Lo scrittore si strinse nelle spalle. Non è un miracolo, sono solo parole. 

Ma se rifacessi il presepio come dici Tu, dovrei ripartire da zero. 

Non dovrebbe essere un problema per uno che si chiama Mio

Ci fu silenzio, e poi fu giorno. Ma il giorno non veniva. Lo scrittore gliene domandò la ragione 

Semplice, per poter lavorare ho tolto la corrente. Ora scollegherò la struttura di sostegno. È una gran faticaccia anche per me

Ecco adesso non solo non si vedeva più niente in cielo, ma neanche sotto. Un’alba vista dentro ad un baule. 

Lo scrittore sorrise.  Beh spero che ne valga la pena. Quanto a me, riportami a dormire e poi mettimi nel nuovo presepe al posto che Ti ho detto. Mi raccomando. 

Ma vuoi proprio stare lì. Insomma, nel presepe vuoi proprio interpretare quel ruolo? 

Lo scrittore si strinse nelle spalle. E quale altro? È perfetto per me.

Contento Tu, rispose Mio

Ah, dimenticavo una cosa…. 

Sì? 

È la vigilia di Natale, Lucia dorme che è un piacere. Lei spostala per ultima e non dimenticare Caviglia. E inoltre… 

Si?

Mi piace il presepe. Dico davvero. 

Mio lo squadrò dubbioso. Ma se ancora non ho fatto nulla. E non è che nel Tuo libro sia tutto così chiaro. Sembra cambiare ogni volta che lo leggo. Appunto per quello, appunto per quello sorrise stanco lo scrittore.

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