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La Lucania dopo il Cristo di Levi

06 Gennaio 2021
La Lucania dopo il Cristo di Levi
È scomparso in Lucania-Basilicata il mondo contadino tradizionale raccontato da Levi che solo un nuovo Umanesimo dal basso puo' rigenerare nella contemporaneità. di Angelo Colangelo

Sono passati 75 anni dalla pubblicazione di “Cristo si è fermato a Eboli”, considerata da molti l'opera letteraria più importante del secondo dopoguerra. Lo storico Giuseppe Maria Viscardi è giunto ad affermare che il libro «di Levi ha cambiato, se non la storia, certamente il destino della Lucania» e che «la storia lucana si può dividere in un 'prima del Cristo di Levi' e un 'dopo il Cristo di Levi'». 

È un'idea suggestiva, che si può condividere, purché non si dimentichi che l'esperienza del confino fu decisiva anche per l'artista torinese. Si trattò, insomma, di un rapporto osmotico e, perciò, anche nella biografia umana, intellettuale ed artistica di Carlo Levi è opportuno distinguere un “prima” e “dopo la Lucania”

Ciò premesso, s'intende ora considerare come la regione sia mutata rispetto a quella descritta nel celebre memoriale leviano. È innegabile, infatti, né potrebbe essere diversamente, che molti e profondi mutamenti sono avvenuti in questo lembo di terra, che pure è stato sempre marginale non solo nel contesto nazionale, ma anche meridionale, tanto da essere stato considerato quasi un Sud del Sud. 

 Nel primo quarto di secolo di storia repubblicana, infatti, anche questa enclave del Meridione fu toccata da un forte processo di trasformazione, che si palesò attraverso due progetti epocali, la Riforma Agraria e l'industrializzazione della Valle del Basento e, alcuni anni dopo, del Vulture-Melfese. Il primo tentativo fallì subito e il fallimento provocò un massiccio esodo di contadini verso le grandi fabbriche italiane, svizzere e tedesche. Eloquente è il fatto che che Torino, dove giunsero tra il 1959 e il 1962 circa 24.000 lucani, divenne ben presto la più grande città “meridionale” d'Italia dopo Napoli e Palermo. 

Neppure il progetto di industrializzare il Sud produsse gli effetti sperati. Le iniziative per il riscatto lucano, intraprese dai governi di centro e di centrosinistra, generarono solo un illusorio e deprecabile sviluppo senza progresso. In ogni caso non servirono ad arrestare l'emorragia dell'emigrazione, che in pratica non si è mai fermata e nelle sue diverse fasi storiche ha visto solo mutare gli attori: un tempo i contadini, che diventarono operai, oggi gli studenti universitari, che partono per le Università del Nord e sono condannati a non tornare più. 

È scomparso, dunque, in Lucania-Basilicata il mondo contadino tradizionale raccontato da Levi e sono spariti l'assetto sociale e i valori, che costituivano le note identitarie e il fondamento della sua cultura, spazzati via da un tumultuoso inurbamento e da un caotico passaggio alla modernità. 

Rimane solo da chiedersi se non sia oggi necessario il recupero di quei valori smarriti, per ridisegnare il volto di un mondo per molte ragioni disumanizzato. E per ripensare lo stesso mondo lucano, che, oltre ad essere afflitto dagli eterni problemi della disoccupazione e dell'emigrazione, rischia addirittura lo spopolamento a causa della spoliazione delle sue rilevanti risorse e del grave disastro ambientale provocato dalle selvagge estrazioni petrolifere. Rischia di essere questa la pesante eredità che lasceranno alle future generazioni lucane i nuovi “luigini”, cioè gli esponenti di una classe politica insipiente, trasformista e spesso corrotta, che si è resa connivente del cinismo e della rapacità dei potentati economici. 

A una tale tragica eventualità forse si può rimediare promuovendo una rigenerazione culturale ed etica. Si dovrebbe, cioè, progettare e edificare dal basso un nuovo Umanesimo, di cui siano protagonisti gli intellettuali e i rappresentanti della società civile. I “contadini” leviani, appunto.

Credits Foto: Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International license

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