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La dimensione onirica di Federico Fellini: l'incontro con Ernst Bernhard

21 Gennaio 2021
La dimensione onirica di Federico Fellini: l'incontro con Ernst  Bernhard
Amy K. Rosenthal intervista Anselma Dell'Olio, critica cinematografica e regista dell'acclamato documentario "Fellini degli Spiriti" (2020), di Bernhard e il suo impatto su Fellini.

Il campo di Ferramonti, nel comune di Tarsia in provincia di Cosenza, fu costruito dal governo fascista a seguito delle leggi razziali del 1938 e rappresenta storicamente il più grande campo di internamento italiano. Nel maggio del 1940, i circa 3000 ebrei stranieri che erano rimasti o non erano riusciti a lasciare l’Italia furono arrestati ed imprigionati come “stranieri nemici”. 

Nel giugno successivo, il campo entrò in funzione con l’arrivo dei primi gruppi di ebrei provenienti da Roma tra cui lo psicanalista di stampo junghiano Ernst Bernhard che esercitava la sua professione in Italia da tempo. Il Berliner sfuggito dalla Germania nazista, rifiutato dal Regno Unito, aveva trovato scampo a Roma nel 1936 insieme alla sua fidanzata Dora Friedlander, che diventò poi sua moglie. 

Nei dieci mesi da internato, come testimoniano le Lettere a Dora dal campo di internamento di Ferramonti curate e prefatte con devozione ammirevole da Luciana Marinangeli (1), Bernhard offre uno sguardo non solo sulla vita quotidiana di Ferramonti ma anche sul suo Weltanshauung. Le Lettere rivelano una vita piena di curiosità, dall’astrologia all’I Ching, dagli approfondimenti della psicoanalisi allo studio dei sogni, e soprattutto una dignità e una forza interiore di fronte alle circostanze di enorme prova e nel frattempo Ernst rassicurava la sua adorata Dora a Roma. 

Nel 1941 Bernhard torna a Roma e riprende l'attività professionale in Via Gregoriana 12, un orientamento psicoanaltico che definì “la psicologia del processo di individuazione". Questo approccio ha attratto anche molte altre personalità di spicco della cultura italiana, incluso il regista Federico Fellini.  E’ ragionevole ipotizzare che la figura di Bernhard abbia rappresentato per Fellini una sorta di stargate. Anzi, un pertugio stretto e cunicolare che porta alla luce il Fellini adulto - individuato, appunto - rispetto alla sua identificazione con l'originario di un universo placentare e materno della sua Rimini: un grande inconscio-madre che, anzichè nutrire, si nutre esso stesso del suo figlio. 

In questa intervista esclusiva, ParkTime Magazine discute con Anselma Dell'Olio, critica cinematografica e regista dell'acclamato documentario "Fellini degli Spiriti" (2020), di Bernhard e il suo impatto su Fellini, sia personalmente che professionalmente, oltre a Ferramonti in prospettiva storica. 

Federico Fellini incontra Ernst Bernhard dopo le riprese de La dolce vita. Dopo quel film, Fellini cade in una profonda crisi esistenziale. Ci racconti cosa l’ha provocata e perché Bernhard è stato così determinante nell'aiutarlo a uscirne? 
E’ caduto in depressione durante la fine delle riprese per La strada (1954), parecchio prima di La dolce vita (1960). Federico Fellini si è d’un tratto riconosciuto in Zampanò. Questa realizzazione di un artista – che crea spontaneamente i suoi personaggi - il torturatore brutale e maschilista, il padre-padrone di Gelsomina era lui, veniva dal profondo della sua interiorità, lo ha sconvolto. 
Dal profondo del suo inconscio era uscita la consapevolezza di essere un maschio dominatore, senza aver capito allora che Zampanò era l’immagine in uno specchio, non troppo deformato, di se stesso. E’ piombato nella più nera depressione. Non aveva più voglia di vivere. 
Giulietta Masina, sua moglie e Gelsomina nel film, molto preoccupata, gli ha trovato uno stimato analista freudiano, Emilio Servadio. Ma l’analisi freudiana gli andava stretta. E’ rimasto amico di Servadio ma ha abbandonato una disciplina curativa che non contempla il metafisico, l’assoluto, il mistero, l’ignoto. Sono dimensioni escluse dall’analisi freudiana positivista. 
Per caso, un giorno Fellini trova in tasca un numero. Fellini racconta che pensava fosse quello di qualche bella signora e fa il numero. Gli risponde Bernhard. (In realtà aveva avuto il numero da Vittorio De Seta casualmente incontrato per strada, che glielo aveva consigliato). Fellini farfuglia delle scuse. E invece Bernhard gli dice, “Se mi ha chiamato, vuol dire che mi doveva incontrare…Venga a trovarmi in Via Gregoriana”. 
Ci vorrebbe un libro intero per spiegare cosa è stato Bernhard per Fellini. Se ha visto il mio film, sa che il regista non aveva “padri” di alcun genere a parte quello di nascita, non riconosceva maestri di sorta. Di Roberto Rossellini, con il quale aveva collaborato a lungo, Fellini diceva “E’ stato il pizzardone che mi indicato la strada e basta”. Ma fine alla fine della sua vita ha tenuto una foto di Bernhard dietro la scrivania in tutti i suoi uffici per il resto della vita. Venerava Bernhard. Quando ne parlava gli tremava la voce. Diceva che poteva fargli sentire anche angoscia per la sorprendente potenza della sua mente. 
Bernhard iniziava le sedute facendo il tema natale (la carta del cielo) del paziente e con la lettura dei Tarocchi. Lo ha aiutato a sistemare dentro di sè il torrente di immagini che lo bombardavano sin dall’infanzia; gli ha permesso di utilizzarle anziché esserne sopraffatto. Sono proiezioni dell’inconscio collettivo, non solo dell’individuo: un insegnamento anche junghiano. Bernhard era in parallelo con Jung ma era qualcosa di speciale, di suo, di bernhardiano, uno scienziato-veggente come il suo maestro ma di un’altra pasta. Uno sciamano dolce e comprensivo. Un padre vero, non un padre spirituale per Fellini. Lo ha fatto rinascere come uomo e come artista. Basta vedere i film prima e dopo Bernhard. 
E poi Bernhard gli disse “Lei disegna sempre; perché non disegna i suoi sogni?” E grazie a Bernhard abbiamo il codex felliniano, il magnifico, magistrale diario del suo inconscio, Il Libro dei sogni. Gli ha fatto capire l’importanza di valorizzare i sogni, di abbracciarne i simboli che sfuggono al linguaggio concettuale e sono molto più autentici; una manna per un artista visionario come lui. Lo sarebbero per tutti di un’importanza capitale i sogni, se solo ce ne rendessimo conto, in realtà. Lo dice anche il regista William Friedkin nel mio film. 

Mentre era in seduta con Bernhard, Fellini ha girato 8 ½ (1963). E mentre stava lavorando a Giulietta degli Spiriti, nel 1965, Bernhard è morto. Secondo te è possibile affermare che questi due film non avrebbero mai visto la luce senza l'incontro di Fellini con Bernhard? 
Indubbiamente no. Il critico Maurizio Porro, in Fellini degli Spiriti, dice che non sarebbe proprio esistito 8 ½ senza Bernhard perché quel film è fatto sulla falsariga di una seduta psicoanalitica. Bernhard gli ha messo le ali. 
 Le sedute con Bernhard gli hanno dato il permesso di abbandonare la classica sceneggiatura e di improvvisare la forma del racconto per immagini, che diventa “picassiana”, frammentata, con un andamento che segue il flusso di coscienza anziché la classica struttura con trama, inizio, sviluppo e finale. Tutti i film di Fellini dopo l’incontro con Bernhard sono senza una trama tradizionale. Fellini diceva che le trame dei suoi film sono da ricercare nelle facce dei personaggi. 
La sua arte dopo Bernhard diventa più libera, ancora più originale, priva di uno schema se non il suo desiderio di raccontare la vita sullo schermo a modo suo. 

A partire da questi due film, puoi rievocarci altri film in cui l'influenza di Bernhard è riconoscibile? 
A questa domanda ho già risposto. In sintesi, la libertà di raccontare come gli veniva, di dare libero sfogo alla sua fantasia e ai suoi sogni, seguendo solo le regole che gli dettavano il suo inconscio. Gli ha insegnato a fidarsi di sé, delle proprie intuizioni, della sua naturale creatività. 

Pensi che Bernhard abbia interpretato o far affiorare al livello di coscienza il contatto che Fellini aveva verso altre dimensioni? 
Sia Jung, sia Bernhard insegnava ad aprirsi a tutte le dimensioni, a tutte le fantasie e fantasticherie, a non negarle, e anche a indagarle, a inseguirne gli stimoli, le provocazioni. Erano scienziati-veggenti nelle parole di Fellini. Bernhard era pure pediatra e chirologo, uno psicoterapeuta con lo sguardo largo sulla vita, generoso, pieno di amore per la vita e la realizzazione del potenziale dei suoi pazienti. 

La dimensione onirica di Fellini, riletta attraverso la sua interazione con Bernhard, è più una via di fuga dalla realtà o la più sicura delle condizioni per restarci in contatto? 
Era la più sicura delle strade per raggiungere le sorgenti della sua creatività, della sua arte. Era il suo nutrimento, una parola che Fellini usava spesso: nutrire, nutrimento. 

In un capitolo nel libro "Jung e la cultura italiana" di Aldo Carotenuto, si racconta che Fellini, una volta, andò da uno psicoanalista freudiano che non gli fece buona impressione. Si dice che la psicoanalisi junghiana sia più adatta ai tipi artistici. Fellini ha pensato questo e lo ha persino dichiarato in un'intervista. Secondo te, è vero? 
Certamente, come ho già detto, l’analisi freudiana gli stava stretta, si sentiva soffocare, limitare. Rimase amico di Servadio, che fuori dal suo lavoro di psicoanalista era anche interessato alla magia, al paranormale. L’analisi junghiana specie interpretata da Bernhard è sicuramente più adatta ad artisti in generale, e in particolare a visionari come Fellini. 

Hai svolto ricerche approfondite per il tuo documentario Fellini degli Spiriti. Cosa ti ha affascinato di più di Bernhard e poi, in particolare, del suo rapporto con Fellini? 
Non so parlare di fascinazione. Mi ha colpito che un artista che non riconosceva padri o maestri di alcuna sorta venerasse Bernhard come il suo vero padre, colui che lo aveva liberato dai lacci da nevrosi e inibizioni culturali e sociali che gli impedivano di esprimersi liberamente, di essere più contento. 

Questa intervista apparirà in un numero dedicato al campo di internamento di Ferramonti in Calabria e alle persone che vi furono detenute. Bernhard ha passato dieci mesi lì assieme ad altri ebrei delle più varie provenienze. Cosa ti ha comunicato Ferramonti e l’esperienza di Bernhard lì, durante la preparazione di Fellini degli Spiriti? 

L’esperienza di Ferramonti, una località infame all’epoca, poverissima, piena di malaria e di acquitrini e di insetti, dove gli internati erano mandati a morire di malattia – le baracche spesso galleggiavano nell’acqua – divenne però un rifugio alla fine. “Il più grande kibbutz d’Europa”, venne definito. 
Grazie al direttore, un uomo molto umano che interpretava le regole senza ferocia e con il rispetto delle persone. Grazie alla sua determinazione di risparmiare ai prigionieri una severità eccessiva, gli internati finirono col potersi organizzare e addirittura aiutare la popolazione locale e fare scambi con loro, scambiando istruzione per qualche alimento dagli orti scarni. 
Il direttore a volte portava i bambini degli internati a prendersi un gelato nel paese più vicino. Gli internati poterono organizzare corsi, orchestre, sinagoghe, biblioteche, scuole, gruppi di studio. Era un paradiso relativo, confrontato con quello che hanno subito gli ebrei e altri prigionieri di guerra in campi gestiti dai nazisti. Detto questo dovettero anche costruirsi con le loro mani le baracche, i tavoli, i letti, le sedie e qualunque altro mobile servisse loro. Potevano scrivere solo ai parenti stretti, e le loro lettere erano controllate e parole viete o sospette cancellate con l’inchiostro nero. 

 Gli italiani sanno poco o nulla della storia di Ferramonti e l'internamento fascista continua a non essere condiviso nella coscienza pubblica e nel discorso attuale sul passato totalitario dell’Italia. Negli ultimi due decenni sono emersi molti studi ma, come storica, sono rimasta un pò perplessa dalle descrizioni di Ferramonti come "un rifugio sicuro" e un "paradiso meridionale" per i profughi ebrei durante la seconda guerra mondiale. Quali insegnamenti per il futuro, secondo te, possiamo avere da questo capitolo della storia italiana, che è parte integrante delle vicissitudini dell'Europa del XX secolo? 
Non so trarne un insegnamento. So solo che il direttore, si chiamava Paolo Salvatore – nomen omen – fosse una brava persona, nonostante tutto. Però attenzione: era anche un galletto con il vizio della seduzione ma non si imponeva alle donne, non era uno stupratore. Ma mi pare di capire che qualcuna l’ha sedotta. Insomma, non era un santo, eh? Ma la differenza in un campo di concentramento la fa la persona che lo dirige per come decide di interpretare le regole. 
Salvatore era un tipico figlio della Grande Madre Mediterranea di cui ha scritto Bernhard: buono, sentimentale, simpatico con i bambini, e un inveterato Don Giovanni. Ma era afascista: ne antifascista né fascista, come disse lo storico Renzo De Felice. Con un suo codice morale. 
Trattava bene gli internati anche per carpirne informazioni. Puniva il commercio clandestino di cibo e altro tra gli internati ma non tra le guardie fasciste del campo. Ma quando una guardia diede un calcio a un vecchio ebreo sordo che non capiva un comando, Salvatore a sua volta colpì la guardia con uno sganassone. 
Il vero insegnamento è quello di Bernhard. Lui non si è mai disperato almeno a voce o nelle lettere “Mi trovo invariabilmente bene”, scriveva; solo in un taccuino segreto che teneva a parte metteva le sue angosce. Ha certamente scritto alle autorità fasciste cercando di farsi trasferire altrove per la salute ma niente più. Rincuorava Dora, la sua compagna e finta cugina, che soffriva di nevrosi, era profondamente insicura. Comunicavano attraverso l’I Ching e l’astrologia. Vere comunicazioni i cui significati con i simboli astrologici e le metafore cinesi, sfuggivano ai censori. L’insegnamento di Bernhard è quello che conta: mai disperarsi, dimostrarsi sempre forte in tutte le circostanze, in pieno possesso delle proprie funzioni fisiche e intellettive. Era lui prigioniero che dava coraggio a lei libera, una donna fragile e colta, di ottima famiglia ma una viennese in terra straniera con tendenze depressive. 
Bernhard era convinto che qualunque cosa capitasse nella vita, qualunque disgrazia, si superava al meglio mantenendo fiducia in sè stessi e in una divina provvidenza che ha il nostro bene ultimo a cuore. Credo che questa sia la ragione per la quale si è distaccato ufficialmente dall’ebraismo nel 1926. Ha scelto la Divina Provvidenza. Gli è servita molto a Ferramonti e dopo il suo ritorno a Roma, grazie all’orientalista Giuseppe Tucci, quando dovette nascondersi nella casa di Via Gregoriana per evitare di essere riarrestato. 
L’ultimo insegnamento è questo: meglio avere i soldi. I Bernhard (lui e Dora Friedlander poi si sposarono) erano agiati. Riuscivano a comprarsi quello che gli serviva nel campo: medicine, cibo e libri, che Dora gli spediva. Gli ebrei di regime come Bruno Veneziani, suo amico e paziente, non fecero nulla per lui. Anzi, Veneziani ed altri pazienti pretendevano di continuare l’analisi mentre Bernhard era internato… Dora, che aveva un quarto di sangue ebraico, riuscì ad avere un attestato di arianità dietro insistenza di Bernhard. Tucci, cristiano, è quello che lo fece liberare.


1
 Luciana Mariangeli (a cura di), Lettere a Dora dal campo di internamento di Ferramonti (1940-1941). Aragno editore, 2011. L’autrice conosceva personalmente ed e’ stata analizzata sia da Ernst Bernhard che da Dora Friedlander. Mariangeli vive ancora a Roma.

Foto di copertina e fotogallery: screenshot tratti dal docufilm "Fellini degli Spiriti" di Anselma Dell'Olio (2020)

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Guarda Fellini degli spiriti su Raiplay. Regia: Anselma Dell'Olio
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