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Va' pensiero sulle ali della libertà

06 Gennaio 2021
Va' pensiero sulle ali della libertà
L’auspicio è quello di saperci accontentare, di gioire della musica e delle parole, anche smorzate sotto une velo di stoffa, quando si tratta di un capolavoro, quando entrambe torneranno a risuonare nelle nostre strade e nei nostri parchi.

Quando nel bel mezzo del primo lockdown si cominciò ad esorcizzare la paura e lo sgomento con le parole e con la musica, due momenti fecero notizia. A Marzo l’International Opera Choir di Roma intonò, unendo digitalmente in un puzzle di schermate, ognuno da casa propria, coristi e musicisti, le note del "Va' pensiero" dal Nabucco di Giuseppe Verdi. A Maggio a Parma fu la tromba di Marco Pierobon a raggiungere il grande pubblico e carpire l’attenzione dei media. "Va' pensiero" fa parte di quel ristrettissimo novero di pezzi che trasversalmente, da lungo tempo si legano geneticamente ancor prima delle note e delle parole che li compongono, ad un significato umano universale e istintivo che nel caso specifico, vuol dir due cose: capacità di reagire ad un destino avverso e libertà. In qualunque tempo si collochino quella musica e quelle parole, si adattano perfettamente, significando automaticamente quei valori come in qualunque luogo una bussola sa indicare il nord. 

Fu così anche il 9 Marzo 1842, quelle note e quelle parole erano in perfetta risonanza con lo Zeitgeist, ma più che con lo spirito del tempo proprio con lo spirito che serpeggiava nelle strade della Milano di quel tempo. E se il corale è sempre stato il successo e il supporto al Nabucco, è la stessa opera che può definirsi un climax corale, se è vero che il vero protagonista è proprio lui, il coro, all’apertura (Gli arredi festivi), nel famosissimo terzo atto e poi con l‘esplosione di gioia finale (Immenso Jeovah). 

Ha fatto pertanto una certa impressione, e siamo sicuri finirà in cineteca tra le immagini storiche di questo periodo, quella strana antitesi per i due tradizionali appuntamenti con la musica nel primo dell'anno. Alla Fenice di Venezia è andato in scena un "Va' pensiero" imbavagliato mentre nella sala del Musikverain di Vienna invece di maschere non se ne è vista neanche l’ombra. 

Si sono scatenati in molti, inscenando uno strano cortocircuito in cui, con bizantina sofisticazione, perdendo completamente di vista lo spettacolo, la musica e le parole, si è stati capaci di criticare Venezia per l’opposto motivo per cui si criticava poi anche Vienna. La presenza delle maschere, di cui i coristi di Venezia non si potevano mai liberare, è stata vista da alcuni come ‘una tromba con la sordina’. Ora, a parte il fatto che connotare in maniera così negativa la sordina in accoppiata con la tromba suona (è proprio il caso di dirlo) in modo assai sbagliato, viste le magie timbriche che la sordina montata su una tromba è in grado di produrre per esempio nei background della musica jazz, questo dimostra una cosa. Dimostra che non è andato tutto bene e che nel 2021 rischiamo di essere diventati ancor più cinici e insensibili che nel 2020, quando ci rallegravamo, anche senza voci, anche suonato da una tromba, di sentirlo almeno risuonare per le strade il "Va' pensiero"

Ci poteva andare ancora peggio, come a Madrid nel Marzo 1918, quando durante la prima ondata di Spagnola furoreggiava la zarzuela con La canción del olvido. Questa commedia lirica in un atto ideata da José Serrano, non era stata evidentemente apprezzata dal librettista Federico Romero. Caduto vittima della spagnola ma ripresosi, quest’ultimo dichiarò che egli aveva affrontato eroicamente il morbo perché quell’opera era «tan pegadiza como la enfermedad, aunque menos mortífera (tanto orecchiabile quando la malattia, quantunque meno mortale)». 

Dunque l’auspicio è che sappiamo ‘accontentarci’, gioire della musica e delle parole, anche smorzate sotto une velo di stoffa, quando si tratta di un capolavoro, quando entrambe torneranno a risuonare nelle nostre strade e nei nostri parchi. La paura che quel coro doveva aiutarci a vincere non è quella di essere da meno dei Viennesi, di apparire meno ‘coraggiosi’, ma piuttosto quella di perdere il nostro ottimismo e soprattutto la nostra sensibilità. 

Se il primo Gennaio abbiamo sentito Verdi un po’ smorzato forse non è stato a causa delle maschere, ma dalla incapacità di far suonare quella musica dentro di noi, e di legarci ad essa. 

«Io sono un uomo per il quale il mondo sonoro esiste» diceva Gabriele d’Annunzio e auguriamoci che continui ad esistere anche per noi. Sul sito www.parchilletterari.com, proprio in home page c’è una bella citazione di Quasimodo che dice: «La poesia è la rivelazione di un sentimento che il poeta crede che sia personale e interiore, che il lettore riconosce come proprio». Anche Quasimodo fu particolarmente colpito dal salmo 137, lo stesso che catturò lo spirito di Verdi e il suo librettista. 

I Versi dell’Antico Testamento «Sopra i salici, là in quella terra, appendemmo le cetre armoniose», che in Va' Pensiero grazie al librettista Temistocle Solera nel 1842 suonano «Arpa d'or dei fatidici vati,/Perché muta dal salice pendi? », nella poesia di Quasimodo cento anni più tardi diventano «Alle fronde dei salici, per voto,/anche le nostre cetre erano appese». 

Ecco, auguriamoci che la nostra sensibilità e la nostra empatia non pendano dalle fronde dei salici e che quella rivelazione, contenuta nell’arte di parole e musica, rimanga sempre con noi.

Credits Foto di copertina Massimiliano Bellavista

Credits Foto Giuseppe Verdi: Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International license

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