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Il mese di Dicembre

26 Dicembre 2021
Il mese di Dicembre
Ultimo appuntamento con il ciclo dei mesi del portale della Pieve di Arezzo. La truculenta scena vede il giovane del mese di dicembre tenere inchiodato al suolo il maiale con forza dopo averlo rovesciato a terra e vibrare un colpo dritto al cuore

HIC EST DECEMBER 

Si conclude con il mese di dicembre la presentazione del ciclo di sculture policrome che decorano il portale della pieve di Santa Maria Assunta ad Arezzo, meraviglia romanica del secolo XII.

 Ancora una volta l’anno sta per terminare e un altro per iniziare: il tempo e la ciclicità delle stagioni continuano il loro corso inarrestabile.

 Intorno al quarto decennio del secolo XIII, durante i lavori di arricchimento della facciata della pieve aretina che fu anche sede vescovile, fu addossato al portale maggiore un archivolto decorato con il ciclo dei mesi che scandivano il calendario. La decorazione scultorea è una delle più fedeli testimonianze della vita quotidiana, dei costumi e dei prodotti agricoli dell’epoca. Il ciclo mette in risalto la sacralità del lavoro dell’uomo.

 Di grande immediatezza descrittiva è l’uccisione del maiale che avviene in Dicembre. Qui gioca un ruolo particolarmente efficace l’uso del colore che, più ancora che negli altri mesi è particolarmente ben conservato. Il vivace colore acceso del porco morente è sottolineato ed evidenziato dalla fascia bianca all’altezza delle costole che ne caratterizza la tipica razza della zona senese: la cosiddetta “cinta” assai diffusa in quel territorio nel medioevo e nuovamente introdotta nell’allevamento odierno.

 Felicissimo è il contrasto e il rapporto cromatico del bianco candido della veste del biondo norcino che risalta con evidenza sul nero della sopravveste. Sullo sfondo tre colonnette, rigorosamente scolpite nella successione di abaco (di raccordo con l’architrave dell’iscrizione) , capitello, collarino, fusto, base, rimandano al tipo tortile proprio di manufatti tardo-antichi; dipinte con un’alternanza di bianco, rosso e nero e caratterizzate come sono, da un attento calibrarsi cromatico con la rappresentazione dell’uccisione del suino, sembrano avere la funzione di ingentilire la scena truculenta che vede il giovane tenere inchiodato al suolo l’animale con forza dopo averlo rovesciato a terra e vibrare con un coltellaccio un colpo dritto al cuore; lo scultore sottolinea la sofferenza del maiale mettendone in evidenza il digrignare dei denti. Una scultura intenzionalmente realistica, rivisitata dalla proposta pittorica.

 Ciò che emerge dagli studi sui cicli dei mesi è la rarità della presenza della “cinta senese” nell’arte : questo esempio è sicuramente uno dei più antichi forse meno noto di quello che Ambrogio Lorenzetti immortalò nell’Allegoria del Buon Governo, verso il 1338/40, nel Palazzo Pubblico a Siena.

 A metà del Quattrocento la cinta senese fu raffigurata anche da Sano di Pietro nel breviario di Santa Chiara (Biblioteca Comunale degli Intronati) e spesso si trova come attributo di S. Antonio Abate, protettore degli animali come ad esempio nel dipinto del 1530 di Giovanni Antonio Bazzi detto il Sodoma nella Chiesa di S. Spirito a Siena. Le origini della razza si perdono nella notte dei tempi e la cinta, è raffigurata come razza irsuta e vigorosa dotata di zanne a metà strada tra selvatica e domestica e per le caratteristiche di rusticità si presta a essere allevata allo stato brado nei boschi. Le poche fonti orali scritte e iconografiche ci descrivono una razza suina ben addomesticata, utilizzata anche per la pulizia della Piazza del Campo a Siena dal granellame caduto dai banchi del mercato, mentre il carattere ribelle e orgoglioso della Cinta indusse alcune famiglie nobili senesi come i Parigini e Sergrifi a trasformarla in elemento araldico dello stemma di famiglia. La bontà dei lavorati di cinta dette origine a furti e scorribande. Nel 1282 Tacco di Ugolino della Fratta padre di Ghino di Tacco signore di Radicofani, citato da Dante nel Purgatorio e da Boccaccio nel Decameron, insieme ad alcuni parenti, fu denunciato dal sindaco di Torrita , per il furto di due porci e condannato al pagamento di cinquanta lire.

 In questo percorso annuale è stato possibile per la personificazione dei mesi il confronto con mosaici pavimentali,con sculture in pietra o marmo, con soggetti continuamente riproposti anche se con qualche variante di scarto calendariale di attribuzione al mese. Tuttavia la resa plastica varia da luogo a luogo anche se i cicli sembrano accomunati dalla rappresentazione del reale, del quotidiano, in visioni distaccate e serene del lavoro, dei particolari del costume e degli oggetti. Per la decorazione aretina sembrano valere più che altrove le considerazioni di Courajod “… les deux arts de la peinture et de la sculpture se cotoyerent et se coudoyèrent à ce point qu’on peut dire … que la peinturen’etais alors qu’une sculpture peinte et que la sculpture n’etait qu’une peinture sculptèe”. (Courajod L. La policromie dans la statuaire du Moyen Age et de la Renaissance in Memoires de la Societè National des Antiquaires de France” , XLVIII, 1888,p.68).

Nella Ballata dei Mesi risalente al XIV secolo al mese di Dicembre sono dedicati questi versi:

Dixe Dicembre: sono lo tale,
 fazo ghiazare omne chanale;
 uccido i porci e mettogli in sale
 fazo sossicce d’ogni razone.

 (Dice Dicembre: sono quel che fa ghiacciare ogni canale; uccido i maiali e li metto sotto sale, e faccio delle salsicce di tutti i tipi ) 

Alberta Piroci Branciaroli

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